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Full text of "Studi, critici e letterari"

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LI 

N33G7s 



FRANCESCO NOVATI 



STUDI 

CRITICI E LETTERARI 



l'alfieri poeta comico 

IL ritmo cassinese e le sue interpretazioni 

UN poeta dimenticato 

la parodia sacra nelle letterature moderne 







TORINO 
EKMANNO LOESCHEK 

FIRENZE ROMA 

Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307 

1889 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Torino — VixcENio Bona, Tip. di S. M. e de' RR. Principi. 



AD 



ELIA LATTES 



AMICO DILETTISSIMO 



L'ALFIERI POETA COMICO 



NovATi, Studi critici e letterari. 



L'ALFIERI POETA COMICO 



Chi ripensi quei giorni, lontani ormai di un secolo, in 
cui il nome di Vittorio Alfieri correva ammirato sulle lab- 
bra degli Italiani a significare il risveglio di sentimenti 
da gran tempo assopiti, a scuotere ed infiammare gli 
ingegni ; chi ripensi que' giorni e rivolga quindi lo 
sguardo ai tempi nostri non potrà a meno di crucciarsi 
per il triste oblìo a cui sono dai più abbandonate quelle 
opere nelle quali egli effuse quanto di sublime, di ge- 
neroso il cuore e la mente gli suggerirono. Ne la vere- 
conda ammirazione de' pochi che ricordano commossi la 
grandezza d'animo, la ferrea volontà, la splendida ope- 
rosità dell'Alfieri, basta a dissimulare, a nascondere 
la dimenticanza in cui dall'universale ne son lasciati gli 
scritti. Talché potrebbe qualche spirito esacerbato dal- 
l' indecoroso abbandono trarne ben triste presagio per 
quest' Italia, che fi-a i vaticinatori della insperata e stu- 
penda sua resurrezione ha sti-etto dovere di ricordare 
uno de' primi l'Astigiano : essa che non è pur troppo 
ancora intieramente quale « con lingua a un tempo vere- 
conda e ardita » la vagheggiava il poeta, « virtuosa, ma- 
gnanima, libera ed una ». se egli riaprisse gli occhi, 



L ALFIERI POETA COMICO 



chi sa se invece di allietarsi non tornerebbe forse a gridare 
altamente sdegnoso: 

Giunto è il regno de' cenci! Osa pur tutto 
Tu, che temer non puoi confisca e multa? 

In Italia vi è ancora grande necessità, fortissimo bisogno 
che si legga, che si studi l'Alfieri. Meglio che i cento volumi 
nostrali o stranieri che corrono le scuole, zeppi di ormai 
triti esempì, gioverebbe porre fra mano ai giovani i suoi 
scritti, il pili breve, il più umile, il più sconosciuto dei 
quali rifulge sempre d'un nobilissimo intento morale o 
politico. Libertà e sapere furono i due affetti che soli, si 
può dire , tennero l' impero di quel grande ingegno ; 
e, quantunque non occorra dimostrarlo, pure lo studio 
che noi imprendiamo delle sue commedie originali, ce 
ne farà anche maggiormente persuasi. L'Alfieri, poeta 
comico ! Certo la cosa dee riescir nuova a molti, nel- 
l'animo de' quali nascerà tosto, insieme a qualche cu- 
riosità, il dubbio presentatosi già alla mente de' contem- 
poranei del poeta, pochi fra i quali inclinavano a credere 
ch'ei potesse in sì diverso genere riuscire eccellente (1). 
Fra i pochi, però, era il poeta stesso (2). Aveva egli ra- 
gione oppur torto nel crederlo ? Ciò andremo noi ricer- 
cando, se non si stancherà di seguirci la cortese atten- 
zione de' lettori, e lo faremo un po' minutamente, giacche 
le commedie alfieriane non sono mai state studiate (3), 



(1) Lettera dell'abate di Caluso alla contessa d'Albany (28 giugno 
1803). Vita, ed. Le Mounier, p. 320. Avverto una volta per tutte 
che per le citazioni della Vita mi varrò sempre di questa edizione. 

(2) « Dopo ch'ebbi finito di verseggiare le commedie, credutele 
in salvo e fatte, mi sono sempre più figurato e tenuto di essere 
un vero personaggio nella posterità ». Vita, p. 320. 

(3) Ad eccezione di uno scritterello di Ignazio Ciampi, inserito 
nel giornale milanese II Pirata del 1864, e ripubblicato poi nel 



L ALFIERI POETA COMICO 



e non può essere del tutto privo d'interesse, trattandosi 
del grande, anzi del solo poeta tragico italiano, l'inda- 
gare quali fossero le sue idee intorno alla commedia, e 
come, venuta l'opportunità di tradurle in atto, riuscisse 
neir impresa. 

I. 
I primi tentativi. 

Potrebbe, né fuor di ragione, sembrare ad alcuno cosa 
assai strana, che l'Alfieri, già vicino all'ultimo passo, 
rompesse d'un tratto il proponimento, fatto da gran tempo 
e religiosamente mantenuto, di non scriver più nulla, 
compiuti che avesse i cinquant' anni (1), per tentare sì 
difficile arringo. E sarebbe strana cosa davvero, se non 
rimanessero alquanti documenti a farci accorti che l'Al- 
fieri aveva sempre desiderato di scrivere commedie, e che 
la tarda risoluzione non fu esecuzione improvvisa di im- 



volume postumo La Commedia italiana, studi storici, estetici e 
biografici, Roma, 1880; io non so di altri lavori ne' quali si sia 
trattato di proposito de' drammi alfieriani. La negligenza anzi 
era qualche anno fa giunta a tal segno che il povero Guerzoni 
nel suo volume II Teatro italiano nel secolo decimotiaoo, con- 
sacrato quasi per intiero all'Alfieri, al Metastasi© ed al Goldoni, 
non solo non dice una parola sul valore di essi, ma, storpian- 
done i veri titoli, ne crea de' nuovi ! Pure una ristampa delle 
Commedie era stata tentata nel 1875 da un disgraziato editore, 
che sperava far un buon affare esumandole dopo che, cosi egli 
diceva, esse « erano state sepolte da tutti i Governi dispotici ». 
Ma l'esumazione sembra non gli riuscisse favorevolmente: tanto 
che, ripubblicati sciattamente L'Uno e I Pochi (Roma, Carlo 
Messina, ma Firenze, alla tipografia dell'Associazione, 1875; due 
fascicoli in-4'' a 2 e, di pp. 16 e 32), pensò bene di smettere. 
(1) Cap. XXXI ed ultimo, p. 320. 



L ALFIERI POETA COMICO 



prowiso pensamento; bensì null'altro che l'attuazione di 
un disegno vagheggiato da molti e molti anni, al quale 
il comporre e, composte, correggere e migliorare le tante 
tragedie, e quindi lo studio faticoso ed indefesso della lingua 
greca, avevan sempre frapposto ostacoli ed indugi. Di ciò 
fanno, come dico, testimonianza, oltreché quanto scriveva 
l'Alfieri stesso nella Vita (1), nei Giornali e Annali già 
pubblicati (2), alcuni nuovi documenti da me rintrac- 
ciati svolgendo i manoscritti alfieriani conservati nella 
Laureiiziana. I risultati che hanno ottenuto le mie 
indagini sono tali da indurmi, prima di discorrere delle 
sei commedie, immaginate e compiute dal poeta negli 
ultimi suoi giorni, a risalire, per trovarne i germi, ai pri- 
mordi della sua vita letteraria. 

Nel maggio 1772 l'Alfieri rivedeva, dopo cinque anni 
di non interrotti viaggi in paesi stranieri, il suolo dove 
era nato, col proposito, giunto che fosse a Torino, di 
fissarvi la sua dimora. Ai primi di gennaio del seguente 
anno infatti, provvistosi di un magnifico palazzo posto 
sulla piazza di S. Carlo, metteva casa con lusso, a detta 
sua, bestiale , riprendendo la vita allegra e spensierata 
condotta per l' innanzi. « Gli antichi miei compagni d'Ac- 
cademia, ^so scrive (3), e di tutte quelle prime sca- 
pataggini di gioventù, furono di nuovo i miei intimi; e 
tra quelli, forse un dodici e più di persone, stringendoci 
più assiduamente insieme, venimmo a stabilire una società 
permanente, con ammissione ed esclusiva ad essa per via 
di voti, e regole, e buffonerie diverse, che poteano forse 
somigliare, ma non erano però. Libera Muratoreria ». Le 
sessioni si tenean la sera in casa del Conte, e sebbene 



(i) Pag. 355 e altrove. 

(2) Dal prof. E. Teza nel volume medesimo. 

(3) Vita, p. 126. 



L ALFJEKI POETA COMICO 



altro intento non avessero che il sollazzo, pure i giocondi 
accademici non rifuggivano dal trattare questioni lette- 
rarie e filosofiche : anzi ognun d'essi doveva, quando 
fosse venuta la sua volta, presentare scritti di qualunque 
indole gli piacesse; e codesti scritti, gli autori dei quali 
restavan occulti, erano letti dal presidente, settimanal- 
mente nominato, nelle periodiche adunanze. Come era 
naturale, anche l'Alfieri contribuì a rallegrare la brigata 
con cose sue, « cose, ei dice (1), facete, miste di filosofia 
e di impertinenza, scritte in un francese che doveva essere 
almeno non buono, se pure non pessimo, ma riuscivano 
intelligibili e passabili per un uditorio che non era più 
dotto di lui in quella lingua ». Degli scritti, per ogni 
rispetto curiosissimi, de' quali vien fatto qui parola, tre 
ne ha conservati l'Alfieri in quel manoscritto, ora lau- 
renziano, che in un momento di malumore, gratificò di 
un titolo poco lusinghiero: Prime sciocchezze schiccherate 
in gergo francese da un asino, scimmiotto di Voltaire ! (2). 
Fra queste cosette giovanili una ha per noi molto in- 
teresse: quella cioè « che fingeva la scena di un Giudizio 
Universale, in cui Dio domandando alle diverse anime 
un pieno conto di sé stesse, ci aveva rappresentate (sic) 
diverse persone che dipingevano i loro propr> caratteri : e 
questo ebbe molto incontro perchè era fatto con un qual- 
che sale e molta verità : talché le allusioni ed i ritratti 



(1) Ibid. 

(2) È il ms. segnato coi n. 5 fra gli Alfieriani, coperto di 
cartoncino grigio. L'Alfieri medesimo lo mise assieme e sul dosso 
VI scrisse : Juvenilia gallico sermone inquinata. Il titolo, riferito 
nel testo, si legge invece sopra un pezzetto di carta azzurra at- 
taccato più tardi al primo foglio rimasto bianco. Oltre che il 
Giudizio, si leggono nel ms. due lettere, delle quali parlerò fia 
poco, e i notevoli frammenti di Giornali del 1774 e '75, già messi 
in luce dal Teza. 



L ALFIERI POETA COMICO 



vivissimi e lieti e variati di molti sì uomini che donne 
della nostra città, venivano riconosciuti e nominati imme- 
diatamente da tutto l'uditorio (1) ». 

Se pensiamo che l'Alfieri scriveva ciò di un lavoro 
proprio, giovanile, e per giunta composto in quella lingua 
che far doveva più tardi bersaglio a tanti e tanto me- 
morandi motteggi , quando era già pervenuto ad altissima 
fama, dovremo convenire, anche senza averlo esaminato, 
che il lavoro non deve essere stato del tutto cattivo. 
Un giudizio invece assai severo e non del tutto esatto 
ne ha dato l'editore fiorentino della Vita, il profes- 
sore E. Teza, il quale per il primo ne ha fatto ricordo. 
« Chi sperasse, esso scrive (2), di trovare allusioni agli 
uomini contemporanei del poeta, si ingannerebbe; all'Al- 
fieri pare che mancasse interamente o la potenza o il 
desiderio di studiare addentro gli uomini. Considerando 
sempre sé stesso, non esercitò più largamente l'analisi 
psicologica: e queste anime sono dipinte con colori co- 
muni : si vede creazione di fantasia poco fervida ; non di 
osservatore acuto: vi manca il brio e, benché cercata, 
l'arguzia. » Senza entrar qui a discutere se e quanto vero 
sia il giudizio pronunciato sull' ingegno dell'Alfieri, che 
ha però — 'ricordiamocene — lasciato delle Satire, che 
son le più strettamente classiche e le più larghe ad 
un'ora nel concetto sociale, che abbia l'Italia (3), ci li- 
miteremo ad osservare che se, per testimonianza dell'au- 
tore medesimo, i personaggi del Giudizio Universale son 
tutti « ritratti vivissimi e lieti e variati di molti sì uomini 
che donne » di Torino, le allusioni a' contemporanei nel 



(1) Vita, p. 127, 

(2) Sui manoscritti di V. A. nella Laurenziana, p. XX-XXI. 

(3) Carducci, Prefazione al volumetto Satire e Poesie minori 
di V. Alfieri, Firenze, Barbera, p. 6. 



L ALFIERI POETA COMICO y 

Giudizio non possono davvero far difetto, come il prof. Teza 
asseriva. Ben è vero che noi non possiamo, come l'udi- 
torio, per il quale il Giudizio fu scritto, riconoscere e 
nominare immediatamente le persone beffate dal Conte; 
ma se non di tutte, di alcune però, come or vedremo, ci 
è dato ancora ravvisare le sembianze. Il lavoro poi, nel- 
l'insieme, se non è un modello di vivacità, di brio, di 
forza comica, non può dirsi però assolutamente privo di 
queste doti. Ma sovra di ciò volentieri lasceremo giu- 
dici i lettori. 

Al dialogo, se con questo nome possiamo indicare lo 
scritto giovanile del grande tragico, giacché e per la forma 
e per il concetto assai si avvicina alle opere di Luciano, 
precede una lettera, diretta alla società, la quale narra l'o- 
rigine della relazione sul Giudizio Universale. Anch'essa 
è certamente fattura dell'Alfieri, e crediamo utile rife- 
rirla, mantenendone la stravagante ortografia (1): 

« Lettre du membre Lavrian à la Società. 

« Decembre 1773, Turin. du Paradis. 

«. Ilkistres sanguignon (2), j'ignore si je vous ai étè utile pen- 
dant ma vie ; j'avois pourtant un cceur excellent et une jolie 
femme: mais passons là dessus. L'emploi de valet de chambre 
du Prince Farine!, qui est ici grand échanson de la Gour divine» 
me met à méme de vous rendre des services importants. 

« Je le préssois un jour de ne point ètie ingrat vers ses adora- 
teurs, je le préssois vivement; je vis sur sa phisionomie (sic), que 
vous lui connoissez tous un peu rude, quelques légers mouvements 
de tendresse: je tombais à ses génoux, qui sont un peu plus propres 
ici de ce quils vous paroissent étre dans la cave: je les lui em- 
brassais en protéstant que je ne quitterois point cette humble pò- 



(1) Si legge nella prima faccia del ms. 5 ed è inedita. 

(2) Intendasi sans guignon. 



10 l'ALFIEKI poeta CUMICO 

sture, s'il ne accordait quelque faveur signalée à son illustre fa- 
mille. Il me releva alors, et me remettant ce papier que je vous 
ìnclus dans ma lettre, il me dit ces mémes mots: « Tenez, qu'ils 
lisent, qu'ils réfléchissent et qu'ils mettent à profit la saine morale 
que cet écrit contient. L'usage qu' ils en feront me determinerà 
pour leur continuer mes faveurs ou pour les retirer. » 

« Je vous conseille donc en ami de profiter des avis du Prince 
et de Tengager à vous éclairer; pour moi je sérois trop heureux 
si je puis continuer à vous étre utile. 

« Le memore trépassé 
De Lavrian ». 

Senza dubbio, sotto i nomi di De Lavrian e dì prince 
Farinel si nascondono due personaggi, facilmente ricono- 
scibili dall'allegra brigata, cui era spedita nientemeno 
che dal paradiso la scherzosa epistola, ma a noi scono- 
sciuti. Sembrerebbe, a dir vero, a prima giunta probabile 
(ed è stato infatti da altri asserito (l) ), che sotto il nome 
di De Lavrian si debba riconoscer specificato l'Alfieri 
stesso, autore si della lettera che del Giudizio : ma chi 
pensi però che il cognome di un'antica ed illustre famiglia 
piemontese era di Lavriano, e che a questi tempi precisa- 
mente viveva in Torino un conte di Lavriano^ uomo 
erudito e raccoglitore di patrie memorie, troverà assai poco 
credibile che l'Alfieri si servisse di tal cognome come 
di un proprio pseudonimo. D'altra parte l'Alfieri ci avverte 
che gli scritti presentati e letti alla società, erano tutti 
anonimi: talché se il conte di Lavriano fosse stato fra i 



{ì) « L'Alfieri aveva il nome di Lavrian, e si conservano di 
lui due lettere, che finse ricevute dal paradiso, e nelle quali si 
ragiona dei principii e dei membri di quella società ». Cosi il Teza 
(p. XX). Ma nulla permette di credere, e, meno che mai, di affer- 
mare che l'Alfieri come membro della società si dicesse Lavrian. 
Di più la sola lettera da me stampata si finge spedita dal para- 
diso; alle due, delle quali ragiona il prof. Teza, non è attribuita 
né punto né poco codesta derivazione. 



l'alfieri poeta comico 11 

soci e avesse scritta egli stesso la lettera, probabilmente 
non l'avrebbe firmata o appostovi, come vediamo aver 
fatto altrove l'Alfieri, un falso nome (1). La piti natu- 
rale, fra le tante supposizioni che si potrebbero fare, ci 
par dunque questa: che l'Alfieri, scritta la lettera, la at- 
tribuisse per un piacevol motivo, a noi ignoto, al De 
Lavrian, membro più o meno trépassé della società. 

In quanto al Prince Farinel possiamo esporre alcune 
congetture che non ci sembran prive di valore. Nel feb- 
braio del 1773, alquanti mesi prima cioè che l'Alfieri 
scrivesse il suo lavoro, era morto Carlo Emmanuele III, 
principe ben degno per molte virtù di appartenere alla 
gloriosa dinastia Sabauda. Or bene, se raffrontiamo il 
giocoso ritratto del Prince Farinel con quanto sappiamo 
della figura e delle abitudini del monarca piemontese, 
troveremo tratti di rassomiglianza tali da lasciar credere 
che a quest'ultimo appunto volesse alludere l'Alfieri: 
come la burbera fisonomia, l'abituale semplicità che de- 
generava in negligenza per il culto della propria persona. 
In fine, in dialetto piemontese l'epiteto di Farinel si 
soleva e si suole applicare alle persone che dimostrano 
accortezza ed ardire (2) : doti queste che non facevan certo 
difetto al vincitore di Guastalla. 

Kischiarate così, per quanto abbiam potuto, le allusioni 
della lettera d'introduzione, passiamo all'esame del lavoro 
che segue tosto nel m.anoscritto, preceduto dal sonoro 



(1) In una delle due lettere, di cui è questione nella nota pre- 
cedente, l'Alfieri si sottoscrive Modeste Simplicien, nell' altra il 
Véridique impartial. Ambedue si trovano al f. 16 del ms. 5 e 
toccano delle bizzarre dicerie che si spargevano nella società 
torinese intomo all'allegra brigata. 

(2) Farinello valeva furbo, scaltrito, cosi nell'uso letterario, 
come nei dialetti dell'alta Italia; ora è vo(fe antiquata nell'uno e 
negli altri. 



12 l'alfieri poeta comico 

titolo di « Esquisse du jugement universel tei qu'il sera 
et tei qu'il est et tei qu'il a toujours été sur les morts et 
sur les vivants : car le redoutable tribunal de Dieu n'est 
jamais ferme et Von y rend continuellement la justice »; 
e dal disegno, un po' rozzo per verità, della distribuzione 
dei personaggi e delle decorazioni della scena. Siede in 
cima ad un triangolo l'eterno Padre, giudice supremo; 
ai lati il Figlio e lo Spirito Santo; a sinistra Gabriele; 
a destra Kaffaele. In mezzo una scrivanìa triangolare sim- 
boleggia la Trinità : di fianco stanno i segretari ; in faccia 
le anime esaminate e parecchi curiosi; in un cantuccio 
Lavrian che ascolta il giudizio. Nella sala fanno bella 
mostra di se la verga d'Aronne, le corna di Mosè, il pomo 
d'Adamo, l'asino di Betlemme, la borsa di Giuda e qual- 
che cosa di pili bizzarro, che lasceremo nella penna. 

Su questo tono faceto, ed anche molto irriverente, se 
si vuole, è condotto tutto intero il giudizio. La prima 
ombra che si presenta al tribunale divino è quella d'un 
avvocato che, eletto ministro della guerra, aveva lasciato 
andar tutto alla peggio: la sua punizione sarà di servir 
coloro che, vivendo, egli insultava (1). La seconda è 
l'anima d'un re che non ha fatto in sua vita ne bene 
né male, e che invece d'essere posto fra coloro che mai 
non fur vivi, vien da Dio fatto registrare fra gli Antonini, 
i Traiani, gli Enrico IV. « Les Eois méme médiocres, dice 
l'eterno Padre per giustificare la sua decisione, vont de- 
venir si rares qu'il faut les encourager par des récompenses 
qui ne leur sont pas strictement dues ». Questo ironico 



(1) L'Alfieri allude probabilmente al conte Ghiavarina, fatto 
reggente della guerra da Vittorio Amedeo III il 26 febbraio 1773; 
poscia ministro il 28 aprile 1775; ma, privato delle cariche, pos- 
sedute sotto Carlo Emanuele li, di segretario di gabinetto del 
Re e di primo segretario dell'Ordine Mauriziano. 



l'aLFIKKI l'(iKTA COMICO 13 

linguaggio ci lascia scorgere già desto nel brioso scrittore 
del Giudizio Universale quello spirito ribelle alle viete 
idee che gli faceva rispondere al cognato, gentiluomo di 
camera del re, il quale voleva avviarlo a diplomatici im- 
pieghi, che, avendo veduto un pochino più da presso ed 
i re e coloro che li rappresentano, non li poteva stimare un 
iota nessuno: risposta che, si capisce! fece torcere il muso 
al degno uomo (1). Ma contro chi può essere diretto 
lo strale? Non andremo per avventura lungi dal vero, 
congetturando che l'Alfieri pensasse al suo stesso sovrano, 
a quel Vittorio Amedeo, cieco imitatore del grande Fede- 
rico, che poneva tutta la sua felicità nel contemplar 
soldati ; anteponendo (se crediamo al Denina, molto acerbo 
contro di lui) d'assai i trombettieri ai letterati, e mostrando 
un orror principesco per le mezze righe. Nel dicembre 
1773, quando cioè scriveva l'Alfieri, il pubblico poteva già 
formarsi un concetto di quel che sarebbe il nuovo regno, 
se a governarlo Vittorio Amedeo eleggeva uomini, quali 
l'inetto marchese d'Aigueblanches, suo prediletto ministro. 
E contro di costui per l'appunto l'Alfieri si è forse di- 
vertito a lanciare i suoi epigrammi, presentandoci l'ombra 
d'un ministro per modo ignorante ed incapace da esser 
condannato tutta l'eternità a compitar l'abbici. A questo 
tengon dietro altri due ministri: l'uno poltrone (2), l'altro 
buono tutt'al più a far da ciambellano, e che in cielo 
preparerà il tabacco di Spagna; poi un innocuo cortigiano 
che Dio sceglie per fabbricare le buste occorrenti alla 
celeste segreteria. Succede un vanitoso che, fatto mini- 
stro, operò malamente per ignoranza, non per malvagità , 
indi un cancelliere che, avendo venduto la giustizia. 



(1) Vito, p. 125. 

(2) E costui potrebbe credersi il conte Giuseppe Ignazio Corte, 
nominato ministro dell' interno il 13 dicembre 1773. 



14 l'aLFIKRI l'UETA COMICO 

soffrirà l'orribile supplizio di star eternamente immerso 
in un lago d'oro fuso. L'anima che entra ottava in 
scena abitò un tempo nel corpo d'un marchese, uomo 
del bel mondo, 1' « occupatus iti otto, gratis anhelans » 
del poeta latino. 11 suo ritratto è proprio colto sul vero e 
delineato con tanto brio che non spiacerà vederlo qui ri- 
prodotto : 

« Sire, l'àme précédente vous a mis en corroux; j'en 
vois encore les traces sur votre visage auguste: je serois 
bien heureux si je pouvois vous faire rire. Je fus un 
Marquis dans le monde et il faut que dans cet illustre 
métier j'aye surpassé de beaucoup mes confrères, car 
« Marquis » tout-court, suffìsoit pour me designer. Je 
fus riche, beau, maniere, poli et mediocrement spirituel ; 
voici comment je me donnais une consideration. Je ne 
manquais jamais de faire une visite à ceux qui reve- 
noient de la campagne, oìi qui obtenoient des emplois, à 
qui il naissoit des enfants, ou qui gardoient la chambre 
pour un rhume; et une visite à propos fait souvent des 
miracles. Je me rejouissois avec le mari de la mort de 
sa femme, et je m'attristois avec le péro de la mort de 
son fils, j'éstois tour à tour jeune avec les jeunes, vieux 
avec les vieux, S9avant, grave, enjoué, misterieux, indiscret, 
avantageux, modeste: tout enfin ce que l'on peut étre pour 
étre du sentiment de tout le monde et ne deplaire jamais 
à personne. J'avois à mes gages quatre personnes, qui ro- 
doient par la ville pour s'informer exactement de la sante 
de chacun, et la dimanche (sic) j'écrivois toujours sur mes 
tablettes la distributiou de mes heures pour la semaine. 
Ce n'éstoit pas une mediocre affaire de me partager avec 
un juste equilibro entro les devoirs differents de l'amitié, 
de l'amour, de la convenance, de la gratitude, de la pitie, 
des égards et de tant d'autres mobiles, qui tous avoient 
une égale réaction sur ma pauvre téte, qui succomboit 



l'alfieri poeta comico 15 

nécessairement à taiit d'affaires. C'est pour cela que je 
ne voulus jamais d'emploi, parceque j'avois embrassé le 
plus pènible de tous et que gràce à Votre Majesté divine, 
j'ai été un horame fort utile dans le monde, puisqu'je 
m'en suis si bien aquitté (1) ». 

Iddio non è però del medesinao parere e condanna il 
poveraccio, che ha fatto tanto sciupìo del suo tempo, ad 
attinger perpetuamente acqua con un vaso senza fondo in 
compagnia delle Danaidi. 

Dopo quella del marchese si presentano per esser giu- 
dicate altre dieci ombre, che non destano uguale interesse 
in chi legge perchè di persone affatto oscure ed i cui 
caratteri sono piuttosto delineati che coloriti. Una di esse 
però, la tredicesima, merita speciale attenzione. L'Alfieri 
ci presenta la caricatura, vivacissima, di un curioso, 
maldicente, insoffribile ciarlone; uno di quei ficcanaso, 
esso li chiama furets voltigeurs, che non hanno altra oc- 
cupazione, non provano altro piacere di quello dell'immi- 
schiarsi nei fatti altrui: 

« Seigneur, dice il ficcanaso al suo giudice, vous ra'avez 
rayé du ròle des vivants, mais permettez-moi de vous 
dire, que vous n'avez pas bien réfléchi. En premier lieu, 
vous ne me souffrirez pas ici, et en second vous ne me 
remplacerez que très-difficilement dans le monde. Je fus 
un homme (pour abuser du mot, comme tant d'autres), 
un homme, dis-je, incomparable : ce fut en vain qu'une 
foule obscure de voltigeurs suivirent mes traces; personne 
n'atteignit jamais le vrai point de perfection, comme 
moi, dans le triple talent de la curiositè, du reportage 
et de la tracasserie. Je fis dans ma jeunesse une fante 
irréparable en quittant le petit coUet pour investir une 
croix à ruban vert: l'abit d'abbé m'auroit mieux servi 



(1) Ms. 5, p. 6. 



16 l'alfieri poeta comico 

pour m'introduire dans des certaines maisons et à la 
faveur de cet uniforme de l'inutilité, j'aurois decouvert 
bien d'affaires qui, malgré moi, ne sont jamais parvenues 
à ma conoissance. Je fus pendant toute ma vie un pilier 
de café, de rue, de promenade, de spectacle et d'assem- 
blée; enfin je n'aimois point à perdre le temps et je me 
tins toujours dans les endroits, où il y avoit quelque 
chose de curieux à voir où à apprendre. Quelle douce 
^atisfaction n'éprouvois-je pas en eft'et, lorsqu'ayant passe 
toute une nuit en sentinelle devant la porte d'une femme, 
qui ne m'interessoit point, j'en vis enfin sortir, au point 
du jour, son amant, qui, quoique enveloppé dans un man- 
teau jusqu'au nez, ne piìt pourtant pas échapper à ma 
pénétration. Je fus bien amplement récompensé de ma 
peine le lendemain, lorsqu'j'eus le plaisir inexprimable 
de le dire à l'oreille à tous ceux qui se trouvoient au 
café. Un bonheur encore plus gi'and ce fut, lorsqu'éstant 
au spectacle, confondu avec le banc qui me portoit, en 
faisant semblant d'écouter l'opera je ne perdis pas un 
mot de ce que deux amis se disoient devant moi, croyant 
que personne ne pouvoit les entendre. Cela me procura la 
satisfaction de confier à ceux dont on avoit parie, ce qu'on 
avoit dit d'eux; je leur recomandois en méme tems (sic) 
le secret, mais je leur nommois tout-bas les auteurs du 
discours et je leur raccontoit (sic) de quelle fa^on je les 
avois entendus. Des que je voyois un joli habit ou une 
tabatière, ou telle chose à quelqu' un de mes amis (et 
nofa bene que j'éstois ami de tout le monde), je le louois 
beaucoup, je m'informois ensuite exactement de quel mar- 
chand il l'avait achété et je courois le lendemain à la 
boutique, où j'apprenois heureusement qu' il ne l'avoit 
point payè. Je revenois alors triomphant dans mon assem- 
blée, où j'annonfoit (sic) à mes disciples l'importance de 
mes découvertes. Seigneur, je ne finirois jamais si je voulois 



l'alfieri poeta comico 17 

voiis detailler toutes les différentes branches de ridicule 
que mon industrieuse et avide curiosité avoit saisi et mul- 
tiplié à r infini: je conclus en priant Vostre Divine Ma- 
jesté, si elle veut m'honorer ici de la charge de son espion, 
je l'ose assurer que personne ne remplira mieux cet 
emploi et je crois vous en avoir données des preuves 
suffisantes ». 

Fra le risate degli uditori, alcuno avrà certo susurrato il 
nome di colui, la maldicenza del quale era così argutamente 
derisa dall'Alfieri, Altrettanto non possiamo far noi: non- 
dimeno la lettura di questa pagina ci diletta ugualmente, 
perchè il ritratto rappresenta un tipo vero, che tutti quanti 
siamo, disgraziatamente , soggetti a ritrovar spesso al 
nostro fianco in pubblici o privati ritrovi, ad accogliere 
con apparente cordialità, ad ascoltare con la spiacevole 
persuasione che anche noi gli offriremo l'opportunità 
di esercitare la sua fastidiosa professione, non appena gli 
avrem voltato le spalle. 

TI Giudizio, essendo lavoro piuttosto lungo, deve esser 
stato letto dall'Alfieri in varie riprese: la distribuzione 
sua in tre sessioni, ognuna delle quali è contenuta da un 
fascicoletto, diverso dagli altri per la qualità della carta 
ed il sesto , lo lascia almeno ragionevolmente supporre. 
Terminata la prima sessione col giudizio della diciottesima 
ombra, che è quella di un vanitoso donnaiuolo , ne tro- 
viamo in un nuovo fascicolo il seguito col titolo : Suite 
du Jugement Universel. Seconde Session (1). 

L'Eterno Padre è raffreddato e, non avendo voglia di 
continuare l'esame, cede il posto a Gesù, sconsigliandolo 
però, come troppo giovane, dall' interrogare le donne. 
Cristo si rassegna quindi ad esaminare le ombre ma- 



(1) pag. 12. 

NovATi, Studi critici e letterari. 



18 l'alfieri poeta comico 

schili, e prima fra tutte, quella d'un poetucolo, che entra 
declamando: 

Seigneur, de tout mon coeur je me repentiroit (sic), 

Mais dans ma sotte vie, je n'ai ni bien, ni mal fait: 

J'avois à cinquante ans un petit air enfantin; 

Je n'eus pas plus de barbe au menton qu'à la main. 

J'eus d'un amant transi l'insipide langueur, 

Et d'un fat misterieux l'impertinente hauteur: 

J'ai perdus mes beaux jours aupròs d'une Princesse, 

Sans cela sous mes talents auroit gemi la presse. 

J'aimois le? doctes Soeurs 

Ma a questo punto, per nostra buona sorte, il supremo 
giudice lo interrompe , inviandolo a declamare i suoi 
versi agli ammalati atYetti d'insonnia. Al poeta succede 
un vecchio impostore, che si dice avanzo di cento bat- 
taglie, mentre non ha udito mai in sua vita il rombo 
del cannone; a costui un bugiardo chiacchierone , che 
sosterrà la parte di Brighella sul celeste teatro; indi un 
vecchio libertino. Gesù , rinviato ad altra seduta l'esame 
delle anime non ancor giudicate, sta per ritirarsi, quando 
un erudito tedesco, autore di pesanti dissertazioni, entra 
a forza nel tribunale, a forza vuol esser ascoltato. Gesù 
si rifiuta dapprima, ma costretto al silenzio dall'inesau- 
ribile eloquenza del tedesco, finisce coll'addormentarsi ; 
e così la sessione seconda si chiude. 

La terza è inaugurata da un piacevole battibecco fra 
Gesù e lo Spirito Santo (1); quest'ultimo, incollerito per- 
chè nel giudizio non è mai stato consultato , si adira 
anche di più sentendosi trattare da intruso. Il Divin 
Padre entra di mezzo e, per toglier ogni materia a nuove 
contese, annuncia che giudicherà egli stesso: comanda 
quindi a Kaffaele di introdurre le donne. L'angelo ordina 



(1) pag. 20. 



l'alfieri poeta comico 19 

a costoro di spogliarsi non solo d'ogni ornamento, ma 
anche degli abiti; ed esse, inferocite, minacciano di ca- 
vargli gli occhi. Eaflfaele ritorna tutto sgomento ad informar 
Iddio del femminile tumulto, e questi manda allora S. Giu- 
seppe, perchè il santo « a toujours eu le talent d'en 
imposer aux femmes ». Questa volta però S. Giuseppe 
riraan male; le donne, perchè vecchio, lo canzonano: ed 
egli è costretto a lasciar fare a Gabriele, il quale, pro- 
digando alle riottose complimenti e carezze, e affermando 
che senza ornamenti la lor bellezza parrà maggiore, ottiene 
finalmente che si spoglino. Ma esse si vantano di sedurre, 
giovane o vecchio che sia, il loro giudice: talché il 
Padre Eterno spaventato, fa chiamare Maria e la inca- 
rica di giudicare in sua vece, non però da divinità, ma 
da donna. « Spietatamente » risponde la Vergine, ed ordina 
che si presenti prima la più vecchia : nessuna si muove ; 
la più casta: tutte ferme; allora la più ridicola! E gli 
angeli le traggon dinanzi a forza una vecchia galante. 
Giudicata costei, vien la volta di una pazzerella, infatuata 
de' Francesi; poi d'una dama di corte, ipocrita creatura; 
indi d'una giovane moglie di vecchio marito che la Ver- 
gine, mossa a pietà, dà in consorte a San Pasquale, 
dell'ordine de' frati minori. Ma ecco un nuovo tumulto 
fra le ombre: son due vecchie civette, sorelle, che s'o- 
diarono cordialmente tutta la vita, e che voglion esser 
giudicate insieme per sapere quale fra loro è la peggiore. 
La Vergine, udite ambedue, non sa che decidere : chiama 
Plutarco e lo incarica di fare un parallelo. Il buon greco 
pensa, ripensa, ma non può venire ad una conclusione: 
l'una, egli dice, non vai nulla, l'altra anche meno. Maria, 
annoiata, le rimanda sulla terra a servire, brutte, vecchie 
e grinzose, da cameriere e da mezzane a belle e capricciose 
padrone. Ultima appare una donna letterata, un hashlen, 
che saluta, prima della Vergine, Plutarco, ed ottiene 



20 l'alfjeri poeta comico 

di andare a dimorar con S. Ignazio. Per uno strano ca- 
priccio dell'autore si presenta finalmente l'antica regina 
d'Egitto, Cleopatra: 

« Puisque je suis ici, je vous demande justice, ella dice, 
contre un jeune homme qui, sans me connaìtre, compose 
une mauvaise tragedie, dans laquelle, pour exhaler tout 
son fiel, il me prete un caracthère {sic) horrible et que je 
n'eus jamais » (1). 

Ma la Vergine la consola: 

« Cleopatre, vous syavez que c'est un des plus anciens 
priviléges de la Poesie de mentir impunement, D'ailleurs 
consolezvous : la pièce sera peut-étre sifflée et, sans que 
le public prenne une meilleure idée de vous, vous serez 
du moins vengée ». 

Così termina il Giudizio. 

Ci siamo dilungati alquanto nel parlare di questa brutta, 
ma bizzarra produzione, perchè essa ha, più che non sembri , 



(1) Come ognun sa, l'Alfieri nella Vita racconta di aver inco- 
minciato a scrivere la Cleopatra senza un disegno prestabilito, e 
solo per ingannare il tempo durante la malattia della sua laella, 
la marchesa di Prie, e per l'appunto nel gennaio 1774. Ora in co- 
desto episodio del Giudizio Universale egli non solo lascia com- 
prendere che aveva già posto mano alla tragedia, ma manifesta 
anche il proposito di farla rappresentare. Eppure il Giudizio sa- 
rebbe stato scritto nel dicembre del 1773, come si rileva dal 
ms. e asserisce l'autore stesso nella Vita! Che si tratti di un 
errore di memoria è poco probabile; io stimo invece che l'Alfieri 
stesso abbia voluto far credere ai lettori assai più fortuita di 
quel che in realtà non sia stata la sua determinazione di darsi 
alla letteratura drammatica. Ad ogni modo che al suo disegno 
di scrivere una tragedia sui casi di Cleopatra abbiano dato o no 
occasione le tappezzerie ch'egli era solito veder in casa Prie, è 
questione di poco momento. A studiar sul serio egli non pensò 
in conclusione se non dopo aver rotto i lacci che l'avvincevano 
si forte all' « odiosamata » sua donna ; vale a dire non prima 
del 1775. 



l'alfieri poeta comico 21 

stretta attinenza col soggetto che ci preoccupa. Se il Giu- 
dizio Universale non è, rigorosamente parlando, per la 
forma un vero tentativo drammatico, è però tale per la 
sostanza; ci rivela nell' ingegno dell'Alfieri un'attitudine 
innegabile a cogliere il lato ridicolo delle cose ed a trarne 
partito; attitudine più che necessaria per scriver com- 
medie, giacché, per fermo, è dalla satira che la commedia 
trae la ragione stessa dell'esser suo. E di posseder questa 
attitudine era persuaso egli stesso ; anzi lo udiam confessare 
che « per natura sua prima a nessuna altra cosa inclinava 
quanto alla satira, ed all'appiccicare il ridicolo sì alle 
cose che alle persone » (1). E di questa inclinazione e 
della potenza in lui di esercitare l'analisi psicologica, di 
scrutare ben addentro il cuore degli uomini e dipingerne 
al vivo i vizi e le debolezze, ci offrono prove forse più 
efficaci questo lavoro giovanile e le Satire, composte, è 
vero, dal 1786 al 1799, ma ideate però fin dal 1777, 
di quello che le Commedie, scritte in più tarda età. Ma 
di questo fatto altrove studieremo le cagioni. 

11 Giudizio merita l'attenzione di chi cerchi far cono- 
scere, meglio di quel che sia ora conosciuto, l'Alfieri, 
anche perchè lascia scorgere quali profonde ed incan- 
cellabili vestigia gli avessero impressi nell' animo i 
lunghi viaggi attraverso l'Europa. Se per « la mal suc- 
chiata oltremontaneria » (2) gli si era così impepato il 
gusto da tenere in soverchio dispregio tutto ciò che fosse 
italiano, pure la vista di tanti e diversi paesi, il contatto 
di tanti uomini gli avevano allargate le idee e fattolo 
esperto di cose morali e politiche, pensatore « più assai 
che non lo comportasse quell'età » (3). Di questa nuova 



(1) Vita, p. 127. 

(2) Satira IX, / viaggi, cap. I. 

(3) T'ito, p. 125. 



22 l'alfieri poeta comico 

attitudine della sua intelligenza, spogliata di molti pre- 
giudizi, abbiamo evidentissime prove nello scritto esami- 
nato; nelle pitture, più che irriverenti, della divinità; 
in quelle, assai franche, de' sovrani e de' loro ministri. 
Non dava quindi un falso, per quanto troppo aspro, giu- 
dizio di se medesimo l'Alfieri, dicendosi « scimmiotto di 
Voltaire ». L'incredulità sarcastica del filosofo francese, 
il nome del quale desta anche oggi un santo sdegno nelle 
coscienze timorate, gli era penetrata nell'anima, e fa 
quasi meraviglia il non trovare nel Giudizio , dove le 
cose più degne di rispetto son trattate con tanta disin- 
voltura, neanche una frecciata contro preti e frati. E sì 
che contro questi ultimi egli dettava poco più tardi 
una novella, inedita tuttora , e che è sperabile rimanga 
sempre tale, più degna, per verità, del Casti che di 
lui (1). 

Se lo consideriamo come produzione letteraria, il Giu- 
dizio, tenuto il debito conto del quando, del come e del 
perchè fu scritto, non parrà adunque lavoro da disprezzarsi, 
come non parve all'Alfieri stesso; il quale anzi gli deve il 
primo, timido desiderio, spuntatogli in cuore, « di scri- 
vere, quando che fosse, qualcosa che potesse aver vita » (2). 

Questo tenue e confuso lampo di lusinghiera speranza 
lo andò quindi di tempo in tempo saettando, finché, fattosi 
più persistente e continuo, diradava finalmente le tenebre 
di quella vita oziosa e divagata che il Conte aveva per 



(i) Si legge fra le altre Sconciature tragiche e liriche, 1774, 
1775 nel ms. 3 (p. 159). Porta la data Torino, dicembre 1775. 
La precede un' altra novella in versi, alquanto libera anch'essa, 
scritta nel medesimo tempo, e della quale forma argomento la 
famosa avventura del poeta stesso con lady Penelope Ligonier. 
Ne ho dato alcuni estratti in un articolo inserito nel n. 20 agosto 
1882 della Domenica Letteraria. 

(2) Vita, p. 127. ' 



l'alfieri poeta comico 23 

tre anni condotto, fra donne e cavalli. Kotti nel 1775 i 
lacci che tenacemente l'avvincevano a donna non meri- 
tevole del suo amore, egli, con rairabil costanza, intra- 
prendeva quegli studi, di cui primo ed affrettato frutto 
era la Cleopatr accia, rappresentata in Torino il 16 giugno 
1775 nel teatro Carignano. Ora ciò che a noi preme di 
notare si è questo, che, insieme al primissimo saggio di se, 
come poeta tragico, l'Alfieri offrivano un altro, quale 
autore comico; giacche il sipario, caduto sull'ultima scena 
della Cleopatra, festosamente accolta (1), si risollevava 
per lasciare udire agli indulgenti spettatori una comrae- 
diola, cui la recita stessa della tragedia forniva argomento: 
I Poeti, che l'Alfieri chiama or farsetta , or f arsacela, 
e della quale, toccato brevemente dell'intreccio, stampò, 
come saggio (2), due scene, o poco più. Ma le scene 
stampate sono per verità fra le peggiori della commediola, 
che pur ne conta sei sole, ed il sunto, che verisimilraente 
l'Alfieri scrisse senza darsi la briga di rileggere il suo 
lavoretto, è pochissimo esatto, per non dir punto. Ma 
dacché / Poeti, a tutto rigore, son il primo tentativo 
comico del Nostro, così crediamo necessario accennarne 
di nuovo il tenue ordito e portare per saggio i migliori 
brani delle scene inedite (3). 



(1) Fu recitata con applausi per due sere consecutive ed avrebbe 
avuta una terza rappresentazione, se non vi si fosse opposto l'Autore. 

(2) Vita, p. 156 e nota. 

(3) Fra i mss. alfieriani della Laurenziana, due, il 2 ed il 3, 
contengono / Poeti. Nel 3 (del quale abbiamo già riferito il 
titolo e che porta sul dorso un cartellino, ov' è scritto : Alfieri, 
Cleopatraccia, tragedia. / Poeti, farsaccia, 1775), i fogli 1-107 
sono occupati dalla Cleopatraccia ( 1-23 ), dalla Cleopatra se- 
conda (24-57), dai cinque atti della stessa versificati (58-103), 
dalV Eocamen de Cléopaire (103-107)). « / Poeti, commedia in 
un sol atto, maggio 1775 » offre per titolo il f. 108; a f. 109 



24 l'alfieri poeta comico 

Zeusippo il sofocleo, il quale non è altri che Alfieri, 
trovasi, sul principiar dell'azione, in casa sua, pieno 
di timore e di dubbio intorno all'esito della Cleopatra. 
Colto dal presentimento di una vergognosa caduta, egli 
si rimprovera la sua audacia, ed ora si avvilisce, or 
cerca di ritrovare la perduta fiducia in sé stesso. In 
questa entra Orfeo, poeta lirico da strapazzo, che lo 
eccita a rincorarsi ed in pari tempo lo canzona per 
la sua professione di poeta tragico, ottima per morir 
di fame. Mentre discutono, comparisce in scena un terzo 
personaggio, Leone, altro tragico, emulo di Zeusippo, che, 
a quanto sembra, viene, terminata la recita, a fare i soliti 
complimenti di convenienza. Ma Zeusippo, che non ò 
tanto sciocco, non li accetta, e prega invece il rivale ad 
indicargli con amichevole libertà i difetti essenziali della 
sua tragedia. Leone è indeciso se compiacerlo o no : teme 
che Zeusippo, infuriando per le critiche fattegli, lo ba- 



segue lo schema della commediola che giunge fino al f. 116; a 
f. 119 sono trascritte le « cose liriche di rifiuto ». Il ms. 2 è in- 
vece una copia di altra mano, chiara e regolare, ma scori'ettissima. 
Contiene la tragedia quale fu rappresentata, col titolo di Antonio 
e Cleopatra^ che occupa le prime 39 pagine. A p. 40 è riferito 
il « Sentimento dell'Autore su questa tragedia», autografo; quindi 
in un fascicolo separato stanno le osservazioni del Tana, pur 
autografe (p. 42-55), ed in un terzo fascicolo separato e con co- 
pertina azzurra / Poeti, della stessa mano che ricopiò la Cleopatra, 
e col titolo: « / Poeti: commedia in un sol atto, recitata in To- 
rino nel teatro Carignano il di 16 giugno 1775 dopo la Cleopa- 
traccia ». 

L'elenco de' personaggi, omesso dall'Alfieri nella Vita, è il se- 
guente: Zeusippo sofocleo, Leone bisognoso, Orfeo straccione. 
Ombra di Cleopatra, Ombra d' Epponina. Epponina per Eponina 
(che così si chiamava l'eroina, come attesta Tacito, Le Storie, 
Lib. IV, e. 67) è una licenza grafica dell'Alfieri, che se ne permet- 
teva allora parecchie e più gravi di questa. 



l'alfieri poeta comico 25 

stoni. Ma quegli spergiura che sarà calmo : Orfeo se ne fa 
garante, e Leone, un po' rassicurato, si risolve a parlare. 
A questo punto (siamo al principio della terza scena) 
l'Alfieri interruppe il saggio dato da lui della commedia, 
dove questa cioè acquista qualche interesse per la critica 
ohe l'autore fa della sua opera dinanzi al pubblico. Udia- 
molo pertanto: 

Leone. 

Dirò dunque che alla yosXvdiCleopatra non si può meritamente 
dare il nome di Tragedia. 

Zeusippo. 

Oh cielo! che bestemmia è mai questa? 

Leone. 

Flemma, signor Autore; la vostra Cleopatra è una composizione 
piena d'affetti, ma non sono tessuti insieme, non v'è intrigo, non 
c'è nodo, non c'è scioglimento. 

Zeusippo, 
Ah barbaro, ah crudele, nel più vivo del cuor tu mi trafiggi. 

Leone. 
Cleopatra è troppo atroce, Antonio troppo credulo, Augusto 
troppo piccolo e Diomede troppo filosofo. 

Zeusippo. 
Ahimè, più non respiro, io manco, io moro 

Leone. 

Ditemi, amico, nella vostra agonia imiterete voi lo stoicismo di 
Antonio od i furori di Cleopatra? imitate piuttosto quella muta 
silenziosa stupidità d'Augusto nell'ultima scena; povero Augusto! 
se ci regalavate una diecina sola di versi se ne faceva un onore 
immortale. Insomma riepilogo il tutto e dico, che il vostro primo 
atto è freddo, il secondo passabile, il terzo buono, il quarto 
prolisso, il quinto ottimo. Sarebbe lunghissima e penosa impresa 
l'analizzarne (sic) ogni scena, ogni parlata ed ogni sentimento: 
dirovvi soltanto amichevolmente, che non mancate già d'estro, 
ma assai di lingua. Onde prima di scrivere altre Tragedie, po- 
treste fare un altro annetto di Rettorica. 



26 l'alfieri poeta comico 

Facendo egli stesso segno di critica così severamente 
imparziale l'opera propria davanti a quegli spettatori» 
che l'avevano pur allora giudicata degna d'applauso, 
l'Alfieri dava, se ben osserviamo, una bella prova di co- 
raggiosa modestia. Né le osservazioni, che poco dopo egli 
scriveva, per sola sua soddisfazione (1), sulla Cleopatra 
superano in sincerità e franchezza queste che egli sot- 
toponeva all'attenzione di un intiero pubblico. Ed a ciò 
era spinto da quell'affetto alla verità, così profondamente 
radicato nel suo cuore , da sacrificargli , quando lo cre- 
desse necessario, ogni più tenue reliquia dell'amor di sé 
stesso: affetto che lo indusse pure a non permettere che 
la Cleopatra fosse una terza volta rappresentata. Nell'a- 
nimo suo, presago di ben altre glorie, egli arrossiva di 
quegli applausi accordati ad un lavoro che già gliene 
sembrava indegno, lavoro che tutt'al più onorava del 
nome di « parto affrettato d'un' ignoranza capace» (2). 
Ma ritorniamo all'incominciato esame della commedia. 

Zeusippo, la vanità del quale è stata posta da Leone a così 
acerba prova, non aspira che a vendicarsi e, ripresi gli 
spiriti smarriti , fa segno a sua volta di acri invettive la 
tragedia pubblicata dal rivale (3), cui aveano fornito argo- 
mento le miserande vicende di Eponina, la famosa con- 
sorte del perseguitato Sabino. Zeusippo esamina la sup- 
posta tragedia ; supposta, diciamo, perchè nel modo stesso 
che Leone è personaggio affatto immaginario, così le 



(1) Vedi nota precedente. 

(2) Vita, p. 157. 

(3) Nel sunto clie FA. dà dei Poeti è detto che la Cleopatra 
vi era messa a confronto con « alcune altre tragediesse di questi 
miei rivali poeti; le quali in tutto le potean ben essere sorelle ». 
In realtà nella commedia i rivali si riducono ad un solo, Leone, 
e le tragedie paragonate pure ad una sola, VEponina. L'Alfieri ha 
quindi commesso un error di memoria. 



l'alfieri poeta comico 27 

avventure di Eponina, benché fossero giudicate buon ar- 
gomento per una tragedia dal Muratori, non erano mai 
state rappresentate sul palcoscenico. Tocca ora a Leone 
a risentirsi delle aspre censure di Zeusippo, il quale, 
tanta è la sua irritazione, si scorda nelle invettive e della 
cortesia e... della grammatica. E già i due autori stanno 
per passar dalle parole ai fatti, quando Orfeo si mette 
di mezzo, propone di evocare le ombre di Cleopatra e di 
Eponina ed, interrogatele, acquetarsi al giudizio che esse 
daranno sulle due tragedie. Migliori giudici non si po- 
trebber certo trovare ! La proposta è accettata, e le ombre 
evocate appaiono sull'istante : 

Cleopatra. 

Qual gente è mai cotesta? io non vidi mai finché vissi né i più 
sucidi né i più brutti e laceri di costoro. 

Zeusippo. 

Regina, m'inchino alla vostra Maestà; voi non mi conoscete, 
ma io ben vi conosco, e benché mi sia toccato in sorte di vivere 
ben duemila anni dopo di voi, nondimeno m'ha riuscito di dipin- 
gere il vostro carattere, come se famigliarmente con voi avessi 
vissuto. Però confesso che in alcune circostanze ho supplito col 
mio ingegno, perché veramente non vi trovavo conseguente nel 
vostro operare. Ditemi, di grazia, amaste voi veramente Antonio ? 

Cleopatra. 

]Ma questa in vero è singolarissima novità per me, di sentirmi 
parlar con così poco rispetto da un mascalzone. Chi sei tu? qual 
interesse ti muove ad esplorare le mie azioni? chi t'autorizza a 
tanto? 

Zeusippo. 

Il mio genio trascendente, Febo, che m' illumina, mi riscalda, 
mi desta un fuoco prezioso in mente, che fra noi, estro, vena 
poetica vien chiamata. Del resto, signora Cleopatra, non vi scor- 
date che siete morta, e che i grandi si incensano qualora sono 
vivi, ma che morti, poi, severamente si giudicano da quei mede- 
simi che in vita non avrebbero ardito mirarli in faccia. 



28 l'alfieri poeta comico 

Leone. 
Dirò lo stesso alla fedele Eponina, a cui la mia leggiadrissima 
penna di tanto accrebbe le sue virtù, che ne sarà eternamente 
chiara ed illibata la fama. 

Eponina. 
Risponderò lo stesso che la Regina d'Egitto, ma però con minor 
alteriggia (sic), perchè, a dir il vero, io non fui giammai che una 
Principessa posticcia, e voi col farmi venir a Roma a salvar la 
vita a Vespasiano, non avete migliorato di nulla la mia condizione, 
anzi, quel leone, che ci disgiunse nell'anfiteatro, mi spaventò tal- 
mente, che d'allora in poi non fui più atta a concepir figliuoli. 
Ma lasciamo sbizzarrir Cleopatra e poi vi dirò anch'io il mio sen- 
timento. 

Zeusippo. 

Gara Cleopatra, voi mi avete fatto impazzire, voi fuggite ad 
Azio, e non si sa perchè, voi accogliete Antonio e pensate a tra- 
dirlo, voi lo lasciate, anzi lo fate uccidere, e poi piangete la sua 
morte; tale vi rappresentano le storie, senza però attribuirvi un 
carattere di perfida; però queste vostre azzioni (sic), scusatemi, 
son villanie belle e buone; ond'io vi ho fatto atroce, affinchè le atro- 
cità vostre venissero più naturalmente. Non v'offendete, di grazia, 
queste sono supposizioni poetiche; del resto, già eravate diffamata 
nel mondo, prima che la mia penna intraprendesse un tal lavoro: 
anzi, passavate forse per più sregolata nelle vostre passioni e meno 
accorta di quello che v'ho fatto io. 

Cleopatra. 
Oh via, signor Poeta, portatemi un poco più di rispetto, lo fui 
come tante altre donne un miscuglio piacevole di vizi belli a 
vedersi e di vizi buoni a tener nascosti, feci pompa dei belli in 
vita; voi altri, barbara, famelica razza d'Autori, vi siete compia- 
ciuti, dopo la mia morte, a palesar quelli che avevo celati. Vi 
assicuro che Antonio è morto colla migliore opinione di me che 
si possa avere, e siccome fortunatamente nei Campi Elisi non si 
diverte a leggere né Istorie né Tragedie, certamente egli mi crede 
ancora casta, sviscerata e fedele ; e una donna non possiede forse 
tutte le virtù, quando il suo amante è persuaso che le abbia? 
Del resto poco ha da essere questa vostra masculina virtù, poiché 
facilmente tutta, con tutto il senno la smarrite in grembo ai nostri 
vizi. Via, non fate l'Eroe voi neppure. Non vi stupite delle con- 



l'alfieri poeta comico 29 

traddizioni; che voi stesso, se vi esaminate, ne troverete infinite 
nel vostro pensare, parlare, operare. 

Zeusippo. 

Oh dilettissima Cleopatra, vi stimo, vi venero, straccierò la tra- 
gedia, ne farò un'altra, dove vi dipingerò più casta che non lo 
fosse Penelope, ma di grazia, tornate presto all'Inferno; voi mi 
svergognate qui in faccia d'un mio rivale e di tanti altri a chi ho 
fatto credere che io sono un filosofo. Ve ne supplico, tacete, riti- 
ratevi, non mi fate morir di rossore e d'affanno. 

Cleopatra. 

Sarebbe inutile quello che io potrei dire, perchè già gli altri 
vi conoscono al pari di me e non ingannate più nessuno (1), non 
dite mal delle donne, signor Poeta, altrimenti poi risalirò dal- 
l'Inferno a farvi baja {sic), quando vi rivedrò a fare il patito e 
il cagnolino, cosa, credetemi, che non è affatto impossibile. 

E Cleopatra se ne va, lasciando in asso il povero suo 
poeta. Leone rìde di cuore, ma anche per lui le cose non 
devono andar tanto lisce. Epouina lo consiglia a smettere 
di far tragedie: 

Leone, credetemi, rinunciate alle Muse, che elle hanno già ri- 
nunciato a voi, del resto son donne, e per conseguenza ingrate e 
sorde alle invocazioni dei vecchi. Voi avete un sangue pacatissimo, 
se non vi inebriate di parole e dei vostri componimenti: l'imma- 
ginare non è il vostro lotto, farete miglioni (sic) di versi senza 
mai esser Poeta. Non dico già per questo che abbandoniate la 
penna, Dio me ne guardi, questo è il vostro mestiere, e ciascuno 
ha da vivere del suo; ma mi pare che dovreste tenervene alle 
canzoni epitalamiche per le nozze dei Principi, ai sonettini di 
società, ed a varie altre coserelle che fanno vivere onoratamente. 

Orfeo. 

Oh questa è buona davvero; si vede, signora Eponina, che voi 
non siete in vero che una barbara Galla, ignara affatto di lettera- 
tura; perchè il signor Leone non riesce nel tragico, ne volete 



(1) Si potrebbe qui ed altrove a ragione ripetere coU'Alfieri 
medesimo : Sia maledetto se mai un punto fermo ci casca ! 



30 l'alfieri poeta comico 

fare un lirico? questo è il mestier mio, chi verrà ardito abbastanza 
a contendermelo? 

Eponina perde la pazienza e riprende la via degli Elisi. 
I tre poeti rimangono adunque a guardarsi in viso: 

Zeusippo. 
Leone . . . 

Leone. 
Zeusippo . . . 

Zeusippo. 

Rideremo o ci offenderemo? 

Leone. 
Io vorrei ridere soltanto di voi (1). 

Zeusippo. 
Via, facciamo una pace poetica; abbracciamoci tutti e tre; noi 
altri letterati siamo il flagello del pubblico, che si ride di noi; 
ma che importa, poiché ci fa vivere? 

Chi voglia portare (sempre riflettendo al tempo in cui 
furono scritti) un equo giudizio sovra I Poeti., pur con- 
venendo coll'Alfieri, che non sono le « sciocchezze di 
uno sciocco », dovrà armarsi di molta severità. La com- 
mediola, convien dirlo, vale ben poco: l'intreccio, che 
si trova in germe nella chiusa del Giudizio Universale., 
è di una semplicità soverchia; l'apparizione delle ombre 
è espediente vecchissimo e mal adoperato; qua e là 
qualche frizzo è felice, ma nell' insieme ogni brio, ogni 
vis comica è soffocata dal pessimo stile e dal barbaro lin- 



(1) Nell'autografo, dopo queste parole, segue un brano piuttosto 
lungo, nel quale i due rivali rinnovano gli insulti, cosicché Orfeo 
é costretto ad intervenire una seconda volta, ed allora soltanto 
Zeusippo esce fuori colle parole: Via, facciamo una pace poe- 
tica ecc. Questo brano fu omesso poi nella rappresentazione e 
nella seconda copia: par che l'Alfieri lo giudicasse, come è vera- 
mente, superfluo e senza efficacia veruna. 



l'alfieri poeta comico 31 

guaggio. « Non mancate già d'estro, ma assai di lingua », 
si fa dir Zeusippo da Leone, a proposito della Cleopatra: 
lo stesso giudizio dee pronunciarsi dei Poeti. È fatto non 
meno curioso che vero questo: il dialogo del Giudizio, 
scritto in francese, è molto più facile, spigliato, brillante 
di quello de' Poeti, dettati in italiano. Né la ragione 
è diffìcile a trovarsi. Il Baretti, verso questo tempo, scri- 
veva dei nobili piemontesi, che pochi sapean l' italiano, 
pochissimi il latino, nessuno l'alfabeto greco (1). Fra i 
pochi non poteva certo esser annoverato allora l'Alfieri. 
In Piemonte e fuor di Piemonte egli avea parlato sempre 
il francese; francesi i romanzi divorati quando era appena 
uscito di collegio; francesi i pochi autori letti, ammirati, 
gustati: Voltaire, Rousseau, Montesquieu, Helvetius, Mon- 
taigne. Infervorato per un istante negli studi storici, egli 
poneva da parte le dieci volte rilette Mémoires d'un liomme 
de qualité per trasuntare i trentasei volumi àoiVHistoire 
Ecclésiastique del Fleury e ritornar poi alle sue predi- 
lette Mille-et-uneiiuits. Dante e Petrarca non li conosceva 
che di nome: dell'Ariosto si ricordava aver letto di na- 
scosto in collegio qualche tomo: facea fatica ad intendere 
scrittore italiano che non fosse il Metastasio (2). Era più 
che naturale quindi che, ponendosi a scrivere, riuscisse 
meglio in una lingua, se non studiata, parlata, che in 
altra ne studiata mai, ne parlata, né letta. E se, quando 
tentò l'impresa, compose versi orribili in italiano (le 
tre Cleopatre, le Colascionate e parecchie fra le poesie 
scritte a Cezannes ne offrono ampia testimonianza) (3), 



(1) GV Italiani, cap. Xlll (vers. italiana, Milano, Pirotta, 1818). 

(2) Son tutte cose queste che confessa ei medesimo nella Yita. 

(3) Sui primi tentativi poetici dell'Alfieri io mi sono trattenuto 
in uno s2ritterello, intitolato L'Alfieri a Cezannes, pubblicato fin 
dall' '80 nel Fanfiilla della Domenica (a. II, n. 37). 1 lettori vi 
ritroveranno, fra altri saggi delle prime « sconciature » liriche 



32 l'alfieri poeta comico 

pure non fu mai così cattivo scrittore quale si mostrò 
nei primi saggi di prosa. Costretto alla faticosa ricerca dei 
vocaboli per esprimer idee, che gli assumevano nel cer- 
vello altre forme, non poteva che riuscire languido, affa- 
ticato, contorto, scorretto. Se I Poeti non furono da lui 
scritti in francese e voltati poi in italiano, il che fece per 
parecchie fra le sue prime tragedie, per lo meno in quella 
lingua furono pensati. Le tracce ne sono numerose ed 
evidenti : fra le altre, in un luogo da noi citato, volea dir 
« estro, vena poetica »: e non trovava, non ricordava, 
non conosceva il vocabolo. Per fissar l'idea scrisse quel 
che pensava: verva! I Poeti sono quindi per lingua ed 
anche per invenzione inferiori al Giudizio Universale; 
superiori però d'altra parte e piìi importanti, perchè se- 
gnano il primo passo stampato dall'Alfieri, giovanissimo, 
in un arringo che non doveva ritentare se non presso al 
sepolcro. 

IL 

Altri pensieri comici. 

Del desiderio, costantemente vagheggiato, di far prova 
del proprio ingegno scrivendo commedie, e degli ostacoli 
sorti sempre ad impedirgli di soddisfarlo, l'Alfieri stesso 
ha fatto ricordo nella Vita^ senza accennare però a nes- 
sun tentativo da parte sua di mettere in atto tale pro- 
posito. Al suo silenzio ci è grato poter oggi supplire, 
mercè alcuni documenti , finora sconosciuti e pur rag- 
guardevoli per lo studio del progressivo svolgimento de' 



del nostro, messa in luce anche quella graziosa canzoncina alla 
sua bella, che un certo signor A. D., è tornato a dar fuori come 
inedita nel Capitan Fracassa del 9 aprile 1887. 



l'alfieri poeta comico 33 

pensieri comici nel Nostro, i quali ci dimostrano come 
negli anni decorsi, e non furono pochi, dalla rappresen- 
tazione de' Poeti (1775) al concepimento delle sei com- 
medie (1800), la fantasia del poeta non rimanesse oziosa. 

A chi apre il manoscritto ottavo , fra gli alfieriani, 
custoditi nella Laurenziana (1), cadranno tosto sott'occhio 
alcuni foglietti volanti, l'un dall'altro diversi, simili alle 
schede cui sogliono molti scrittori affidare i fuggevoli 
pensieri che s'affacciano improvvisi alla mente. A questi 
foglietti per l'appunto l'Alfieri, in vari tempi e varie 
occasioni, consegnò i primi suoi concepimenti drammatici. 

Sul primo de' quattro brani di carta sta scritto: « Pri- 
missimi pensieri comici. Firenze, 15 agosto 1778 », 
Primissimi veramente non si potean dire, che del 1775 
avea scritto, se non altro, 1 Poeti, ma forse l'Alfieri non 
faceva allora conto che la povera commediola esistesse. 
Questi pensieri, primissimi o no, erano, ad ogni modo, 
molto bizzarri. Trattavano, a quanto sembra, d'una com- 
media allegorica da intitolarsi : I buoni uomini, diretta 
a dimostrare come l'autore potesse patir poco e preti e 
re. Attori , infatti , doveano essere « gli Eminentissimì 
Cardinali » , ciascuno de' quali rappresentava o era 
rappresentato da un vizio più o meno capitale. L'Ava- 
rizia, la Lussuria, la Gola, l'Invidia, V Accidia, la Pe- 
derastia, la Falsità, Totavifia eran cardinali papabili ; 
escluse invece la Superbia, Vira, la Simonia. Venivano 
poscia in ballo le potenze europee, « Attori di Corona »: 
il Timore, rappresentato dalla Savoia, la Fede dal Por- 
togallo , l'Ignoranza dalla Spagna , la Speranza dalla 



(1) È un ms. legato molto alla buona, che comprende, oltre- 
ché i foglietti volanti, de' quali verrò discorrendo, sei fascicoli, 
di un numero vario di carte, in cui sono scritte le sei commedie, 
sempre precedute da un breve riassunto. 

NovATi, Studi critici e letterari. 3 



34 l'alfiert poeta comico 

Francia, la Carità dall'Austria. E questi strani perso- 
naggi doveano agitarsi sulla scena per cinque atti, dei 
quali gioverà riferire lo schema colle parole stesse del 
l'autore : 

Atto Primo. 
Tutti : Totavitia parla, indi i piìi magnati {sic)., mascherandosi 
tutti sotto il velo contrario al loro nome: Superbia, Umiltà, ecc. 

Atto Secondo. 

Rigiri per far Papa Ira e Simonia, venendo esclusa Superbia, 
in cui si mostrano quali sono. 

Atto Terzo. 
Tutti i papabili: Rigiri per ingannar le Corti. 

Atto Quarto. 
Tutti di corona : Rigiri per ingannar li papabili. 

Atto Quinto. 
Gran contrasto: poi si ellegge (sic) Gola, essendosi ridotto la 
scelta (?) a Gola o Accidia. Totavitia, non avendo potuto riescire, 
diviene ministro. 

Cosa si potesse ricavare da un simile disegno non è, in 
verità, facile immaginarlo; non certo una commedia che 
avesse qualche valore. E molto probabilmente si accorse 
dell'infelicità del suo concetto lo stesso Alfieri. Il quale 
delineò pure un'altra commedia in cinque atti nel giorno 
ed anno medesimo che la prima, da intitolarsi il Buon 
Marito: morta essa pure prima di nascere (1). 



(1) Ecco, per chi fosse curioso di conoscerne qualcosa di più, 
lo schema, sbozzato dairAlfieri nel secondo foglietto: 

« Primissimi, Firenze, 15 agosto 1778. Il Buon Marito. Com- 
media in cinque atti. 

ATTORI. 
Claudio Agrippina Nerone ' Britannico Ottavia 

imbecille accorta crudelmente buffone buoni 



l'alfieri poeta comico 35 

11 foglietto terzo colla data « Parigi, 27 settembre 
1788 » contiene i Secondi pensieri comici; nei quali si 



Fallante Seneca Burro Lucano 

il cortigiano sublime il falso filosofo adulaf.or rozzo poeta 

Medico Musico 
bertone 

Cancellato il nome di Nerone, FA. sostituì: Corner ier di Claudio, 
simile a lui. 

ATTO PRIMO. 

Scena Prima. Claudio s'alza da letto e ragiona con la sua corte 
di scienza, di stato, di guerra. Claudio, Cameriere, Fallante, 
Seneca, Burro, Medico. — Scena seconda. Agrippina e i suddetti. 
Sgrida Claudio, gli persuade che non sta bene, rimanda ognuno 
fuorché il Medico ed il Cameriere. — Scena Terza. Agrippina, 
Claudio, Medico, Cameriere. 11 Medico mette paura a Claudio 
e lo fa tornare a letto. Agrippina lo compatisce. — Scena Quarta. 
Agrippina, Medico. — Scena Quinta. Agrippina. — Scena Sesta. 
Agrippina, Fallante. 

ATTO SECONDO. 

Scena Prima. Nerone, Burro. — Scena Seconda. Nerone, 
Burro, Seneca. — Scena Terza. Nerone, Burro, Seneca, Ottavia, 
Britannico. — Scena Quarta. Nerone, Burro, Seneca, Ottavia, 
Britannico, Agrippina, Fallante. — Scena Quinta. Nerone, 
Agrippina, Seneca, Burro. — Scena Sesta. Nerone, Agrippina. 

ATTO TERZO. 

Scena Prima. Agrippina, Seneca, Burro. — Scena Seconda. 
Agrippina, Ottavia. — Scena Terza. Agrippina, Ottavia, Ne- 
rone. — Scena Quarta. Agrippina, Ottavia, Nerone, Claudio, 
il Cameriere. — Scena Quinta. Claudio, il Cameriere, Nerone, 
Ottavia. — Sgena Sesta. Claudio, il Cameriere, Nerone, Ottavia, 
Britannico. 

ATTO QUARTO. 

Sgena Prima. Nerone, il Musico. — Scena Seconda. Ne- 
rone, il Musico, Seneca, Lucano. — Scena Terza. Nerone, il 
Musico, Seneca, Lucano, Fallante. — Scena Quarta. Il Musico, 



36 l'alfieri poeta comico 

scorge facilmente come a maggior maturità fosse pervenuta 
la mente di chi li abbozzava. Dodici commedie, collegate 
l'una all'altra da un concetto predominante, la satira di 
tutti i vizi e di tutte le debolezze degli uomini, di tutte 
le colpe e di tutti gli errori, dai più nefandi ai più ridi- 
coli: ecco il disegno del poeta, che in questo dramma 
ciclico, in questa epopea satirica, per così chiamarla, 
dell'umanità , avrebbe spietatamente menata la sferza, 
senza perdonare ad uomini, a tempi, vituperando le tiran- 
nidi, sotto qualunque forma si nascondessero, deridendo le 
superstizioni e le follie, combattendo i corrotti costumi. 
Despoti, demagoghi, preti, soldati, poeti ed accademici 
dovevano eccitare l'un dopo l'altro il riso e lo sdegno 
negli ascoltatori della singolare dodecaìogia. Ma l'ardito 
concepimento, degno veramente dell'Alfieri, rimase infe- 
condo, e del colossale disegno non ci restano, misera re- 
liquia , che alcune linee fuggevolmente segnate (1). E 



Seneca, Lucano, Fallante. — Scena Quinta. Il Musico, Seneca, 
Lucano, il Medico. — Scena Sesta. Il Musico, Seneca, Lucano, 
Medico, Cameriere di Claudio. 

ATTO QUINTO. 

Scena Prima. Britannico, Ottavia. — Scena Seconda. Britan- 
nico, Ottavia, Agrippina. — Scena Terza. Agrippina, Medico. 
— Scena Quarta. Agrippina, Medico, Nerone. — Sgena Quinta. 
Agrippina, Medico, Nerone, Fallante. — Scena Sesta. Agrip- 
pina, Medico, Nerone, Fallante, Cameriere, Seneca, Burro. 
Piangon tutti la morte di Claudio annunziata dal cameriere ». 
Curiosa commedia che dovea finire con un assassinio I 
(1) « Parigi, 25 settembre 1788. Secondi pensieri comici. » 

PIANO DI COMMEDIE. 

1. La Monarchia. — L'elezione di Dario sarà il tema. 

2. La Aristocrazia. — Qualche fatto di Venezia. 

3. La De.mocrazia. Qualche fatto d'Atene (E poi aggiunse : o di 

Farigi 89). 



l'alfieri poeta comico 37 

ci sia lecito esprimere il rammarico che sorge spontaneo 
in noi pensando che se il poeta avesse voluto o potuto 
accingersi all'impresa, allora quando l'ideava in Parigi, 
nel fior degli anni, ricco di ingegno e di volontà , forse 
oggi la nostra letteratura possederebbe un singolarissimo 
monumento di poesia comica, quale finora non può pro- 
prio vantare. 

Due anni dopo l'Alfieri immaginava una nuova com- 
media, che avrebbe servito quasi di proemio alle dodici 
prima accennate. Sotto forma allegorica egli intendeva, 
a quanto sembra , esporre le sue idee intorno all'arte 
comica e fare conoscere la difficoltà somma di tal genere 
in Italia. Lo schema si legge in un foglietto volante, che 



4. Gli Oracoli. — Dai Preti d' Iside o di Cibele ecc. 

5. La Ribellione. — Per machina (sic) combinare che la dea 

Libertà costringe prima tutti i congiurati a parlare schiet- 
tissimo e dirsi fra loro, o altrimenti, le vere (aggiunse poi : 
sozze) ragioni che li muovono. Fantastica 1". 

6. Il Matrimonio-Divorzio. — Cioè il matrimonio fatto e disfatto 

nello stesso punto. Costumi corrotti e figli di schiavitù 
(Aggiunse più tardi : Scena in Genova). 

7. L'Accademia. — Raggiri per elezioni: quindi Autori. 

8. Il Conclave. — Vero come è e come si de' fare. 

9. L'Accampamento. — Soldati: quel che meritano. 

10. Il Sen.ìto. — Cioè le vili adunanze nostre. 

11. Gli Uomini. — Come sono stati, sono e saranno, facendo 

ciascuno il suo corso di varie nazioni, secoli, costumi e 
vizi. Commedia fantastica li. 

12. Il Teatro. — N.B. Le fantastiche ammettono musica, balli 

e versi lirici e machine diverse. 

Dimostri come tutti i popoli, e più i moderni, hanno sba- 
gliato sull'utile e mezzi di questa sublime parte di lettere 
e di governo e ci si passi in rassegna presto (?) i soggetti 
dati e non dati si tragici che comici con fare personaggi 

le ombre d'Autori. Sarà 1' (sic) che le aduna per 

stabilire un teatro nel suo regno. Fantastica III. 



38 l'alfieri poeta comico 

ha il titolo: Terzi pensieri comici^ e la data: 23 marzo 
1790: a cavallo al campo Marzio. Avvertasi che i per- 
sonaggi, tutti allegorici, meno il protagonista, dovevan 
essere: il Principe del Sonno, la Principessa Nidlay 
sua moglie, la Principessa Accidia, loro unica figlia, il 
Cavalier Prudenziano, la Duchessa Gloria, la Baronessa 
Presumi. 
Ecco ora le poche, ma curiose, parole dell'Alfieri: 

L'intreccio volge su le incertezze di Vittorio se debba o no 
sposare la Principessa Nulla (1). Vuole e disvuole, secondo che 
Prudenziano, Accidia, Xulla, Gloria e Presumi lo rivolgono. 
Atto primo. — Accidia, Sonno, Nulla, Prudenziano, Presumi. 
» secondo. — Vittorio, Prudenziano e tutti. Vittorio vuole. 
» terzo. — Vittorio disvuole. 
» quarto. — Rivuole. 

» quinto. — Finalmente si disinganna e rompe tutto e sposa 
la Commedia. Scena in Napoli. 

Alla distribuzione della materia in atti seguono poche 
linee riguardanti i caratteri dei personaggi : 

Sonno, ricco, grasso e grande di Spagna, \ 
Figlia: Accidia, maligna: comanda e pretende, [ ignorantissimi 
Madre: Nulla, è grassa e bellissima e sciocchis- f tutti e tre. 
sima, ) 

Prudenziano, di garbo vero : mezzano del matrimonio per 

amicizia di Vittorio e fissarlo a Napoli. 
Gloria, attempatetta, ma stata bella. 
Presumi, proterva e bruttina e alle volte piacente. 
Servi se bisogneranno. Titolo secondo riuscirà. 

Anche il disegno di questa commedia non venne mai 
tradotto ad effetto: e non c'è troppo da dolersene. Sol- 
tanto per questo riguardo sarebbe stato utile che l'Al- 



(1) Sarà da leggere Principessa Accidia ; Nulla è moglie del 
inno. 



Sonno. 



l'alfieri poeta comico 39 

fieri la scrìvesse, che vi avrebbe cioè spiegate le sue idee 
intorno all'ufficio ed all' indole del teatro comico, idee 
che in parte ebbero la loro effettuazione nelle sei com- 
medie di cui or verremo a discorrere. 



III. 
Gli ultimi pensieri comici. 

Dodici anni erano scorsi da quel giorno in cui l'Al- 
fieri nel vigor dell'età e dell' ingegno, pieno il cuore di 
gioconde speranze, segnava in Parigi le prime linee del 
grande lavoro non destinato a sopravvivere all' audace 
immaginativa che l'aveva concepito ; dodici anni erano 
scorsi, ed ognuno di essi aveva travolta, fuggendo, un'altra 
illusione, dissipato un altro di que' generosi sogni di 
libertà e di gloria di cui si era nudrita la grande anima 
del poeta. Ed egli, varcato omai il decimo lustro, esausto 
di forze per l'ostinatissimo studio, viveva solitario e 
sdegnoso in Firenze, accanto alla sua donna, in mezzo 
ai suoi prediletti volumi; tentando d'obliare le miserie 
della patria, ricaduta sotto quel francese dominio che 
esso odiava d' un odio immortale. Occupatissimo com'era 
neir addentrarsi vieppiù nella cognizione del greco, in- 
tento a limare le sue tragedie, egli non pensava né voleva 
scriver più nulla di originale: il disegno, da tanto tempo 
vagheggiato, di comporre commedie, pareva quindi abban- 
donato per sempre. Ma all' improvviso gli si riaffaccia 
alla mente, lo distrae dagli altri studi, si rinvigorisce 
dinanzi agli ostacoli: in breve, escono dalla fantasia del 
poeta sei commedie, Z' Uno, I Pochi, I Troppi, La Fi- 
nestrina, Il Divorzio, di alcune delle quali il concetto 



40 l'alfieri poeta comico 

esisteva già da qualche tempo nella sua mente : di altre 
invece gli era balenato allora per la prima volta. 

Ideate ed abbozzate d'un fiato le sei commedie dentro 
il settembre del 1800 (1), l'Alfieri, a quanto scrive nella 



(1) Per verità nella Vita (p. 314) l'Alfieri narra che un giorno 
ideò le quattro commedie politiche, un altro le rimanenti; ma 
dai suoi manoscritti risulterebbe invece che le immaginò tutte 
nello stesso giorno. Infatti l'ultimo dei foglietti volanti uniti al 
ms. 8, che porta questo titolo: Quarti pensieri comici, anni 
ventidiie dopo i primis e forse i veri da eseguirsi; contiene la 
nota di tutte e sei le commedie, preceduta da una sola data: « 14 
settembre 1800 ». Al 16 settembre appartiene invece « la seconda 
pensatura », fatta « ne' Fondacci per un caldo straordinario », 
nella quale sono press' a poco fissati gli argomenti delle singole 
commedie : 

1. L'uno. — Scena Susa. Elezion di Dario. Aristofane per de- 
ridere i Persiani. 

2. I l'ocHi. — I Gracchi contro il Senato: elezion di Consolo 
plebeo. 

3. 1 TROPPI. — Alessandro contro Atene: derisione de' suoi 
oratori. Scena: la Babilonia o altrove al Cranico. 

4. Di tre veleni. — La Magna Gharta personificata. Scena 
r Inghilterra. 

5. La finestra del cuore umano. — Fantastica tutta. Scena 
a casa del diavolo. Azione: La restituzione del trono da Monk 
al Re Carlo II. 

6. Il divorzio. — Tutta moderna e italiana. Scena in Genova. 
Gli abbozzi poi delle commedie stesse, per ciò che spetta alla 

scelta de' personaggi, alla distribuzione della materia in atti, 
scene, ecc., furono scritti nei medesimi giorni in vari fogli volanti, 
aggiunti poi nel ms. in fronte a ciascuna commedia. Cosi appren- 
diamo che L'Uno fu abbozzato il 16 settembre; / Pochi il 17 
« alle Cascine » ; / Troppi pure il 17 alle Cascine ; V Antidoto 
il 20 nel luogo medesimo; la Finestrina il 24 « lungo le mura 
piovendo e non la volendo fare »; il Divorzio il 27 « in via 
della Scala ». Questi schemi , per così chiamarli , delle com- 
medie non presentano, eccezion fatta della prima, notevoli diffe- 
renze dalle commedie, quali più tardi furono stese dall'Alfieri ; 



l'alfieri poeta comico 41 

Vita ed i manoscritti confermano, non se ne occupò più 
sino al luglio del seguente anno, nel quale con tanto ca- 
lore si volse a stenderle in prosa, non consacrando più di 
sei giorni a ciascuna, che, non terminata ancora la quinta, 
dovette interrompere il caro lavoro, assalito da violentissimo 
male. Costretto a risparmiarsi, a curare il corpo affranto 
dalle soverchie fatiche, non potè che verso la fine del 
settembre condurre a fine la quinta e la sesta (1). 



è notabile però in lui V intenzione di farle credere, tutte quante, 
fuorché l'ultima, traduzioni. Cosi la prima sull'elezione di Dario 
doveva apparir « tradotta dal greco di Aristofane »; la seconda 
« dal latino di Mevio ritrovata»; la terza « dal greco d'uno Spar- 
tano derisor d'Atene »; la quarta « dal latino barbaro d'Alcuino, 
se era prima di questi tempi (sec. X) »; la quinta « può esser tra- 
dotta, cosi scriveva, dal greco di un qualche Lucianetto de' bassi 
tempi ». Ma la sesta la dichiarava già « moderna tutta e non 
tradotta e ultima ultimissima di tutte le invenzioni mie ». 

(1) 11 ms. 8 contiene le commedie dettate in una prosa molto 
poetica, forse per renderne più agevole la verseggiatura. Man 
mano poi che l'Alfieri ne scriveva una scena vi preponeva la 
data della composizione ed un sommario giudizio. Naturalmente 
codeste postille, come in generale tutte quelle che egli era solito 
apporre alle cose sue, son curiose cosi per la sostanza come per 
la forma. Scelgo per saggio alcune fra le più caratteristiche. La 
prima commedia, che occupa trentanove fogli, ha in fronte la 
data « 27 luglio 1801 », l'epigrafe Jacta est alea, ed alla fine 
codesta nota: « DI 2 Agosto, Firenze. Giorno del possesso del 
Re Lodovico, creato Re da qualcosa di più vile e più matto che 
il cavallo di Dario: dalla midarepublica celtica ». La seconda, 
incominciata il 5 agosto, fu terminata il 12 ed in fine vi si legge: 
« 12 agosto, Firenze. Entratovi a mezzogiorno il Re Lodovico, 
ucciso da' Francesi nel crearlo, non meno che il loro Luigi 16 
nel decollarlo ». La terza occupò l'autore dal 14 al 23; la quarta 
dal 25 al 28; la quinta, iniziata il 2 settembre, « con bastante 
spirito, benché avessi un serviziale in corpo! »; interrotta dalla 
malattia, fu continuata il 12 settembre, nel qual giorno, steso 
il quint'atto, l'A. vi appose questa nota: « fatto dopo sei giorni 



42 l'alfieri poeta comico 

E come prima di stenderle in prosa dopo il primo 
abbozzo, aveva lasciato trascorrere quasi un anno, così 
ne lasciò passare un secondo, prima d'accingersi a ver- 
seggiarle. Ma, venuta l'estate, si pose all'opera con lo 
stesso ardore con cui già le aveva stese e ideate, e per la 
seconda volta, terribile avvertimento ch'ei pur troppo 
sprezzò, lo assalirono atroci dolori di capo, e un'altra tor- 
mentosissima malattia che, costringendolo a rimaner in 
letto, gli fece nuovamente smettere il lavoro, dopo aver 
verseggiate due commedie e buona parte della terza. 
Guarito nell'ottobre le ripigliò alla stessa tenacità e nel 
dicembre le ebbe terminate, riservandosi poi di correggerle 
e limarle (1). 



di febbre e qualche sputo di sangue, sabato di 12 settembre 
1801 : terminata il 19 ottobre ». La sesta, cominciata il 18 ot- 
tobre, venne compiuta in quattro soli giorni. 

(1) Le commedie verseggiate si leggono nel ms. 9, grosso vo- 
lume legato alla rustica, formato di altrettanti quinterni quante 
sono le commedie. L'Uno^ cominciata 1*8 luglio 1802 e terminata 
il 28 « dì del mio San Vittorio nominale », come notava l'A., occupa 
36 pagine e conta 1340 versi, cresciuti nella stampa a 1472 . 1 Pochi, 
cominciata il 29 luglio, terminata il 14 agosto, è di versi 1298, 
saliti poscia a 1421; / Troppi, scritta dal 16 agosto al 22 settembre, 
fu dall'autore, « guarito della gamba », stesa in v. 1402, divenuti 
quindi 1512. IS Antidoto invece, a cui l'A. consacrò quasi un 
mese, dal 23 settembre al 21 ottobre, da 1413 versi fu ridotta 
a 1392. La Finestrina ed il Divorzio, non essendo state corrette 
dall'A., serbano nella stampa il loro primitivo numero di versi. 
La prima, incominciata il 19 settembre e poscia lasciata in di- 
sparte, ne ha 1476; 1684 la seconda, che fu composta dal 19 no- 
vembre all' 8 dicembre, « in letto, smanioso di finire per sempre 
il lavoro (?) ultimo della vita mia ». Alle quali parole segue 
l'epigramma E qui il socco ecc.; poscia di nuovo: « Finito per 
sempre a di 8 dicembre 1802». A tergo la nota dei versi di tutte 
le commedie (che, non ancora corrette, ammontavano a 8588 e 
salirono poi a 9090) e l'epigramma intitolato: Parere delV Autore 
sulle 6 commedie. 



l'alfieri poeta comico 43 

L' intensità della fatica non soltanto intellettuale, ma 
materiale, sostenuta dall'Alfieri per condurre a termine 
in pochi mesi le sei commedie, e, terminate, correggere i 
diecimila versi di cui constavano, avrebbe profondamente 
danneggiata qualunque costituzione, anche robusta: non 
è perciò a domandare in che stato riducesse il corpo del 
poeta, già prostrato ed affranto. Senza timore di pronun- 
ciare un giudizio meno vero, possiamo affermare adunque 
che le commedie furono la cagione, se non unica, certo più 
grave della prematura sua morte. Nel maggio del 1803, 
scrivendo gli ultimi capitoli della Vita, affermava d'aver 
poste da parte le commedie per « lasciarle maturare »(1); 
ma realmente non cessava un istante dal lavorar^/i intorno, 
e mentre il 14 maggio terminava la Vita^ il 30 inco- 
minciava la copia in pulito di quelle. Quasi fosse presago 
della imminente sua fine, avea raddoppiati gli sforzi : ed 
agli assalti della podagra, fatti più fieri, più insistenti, 
più minacciosi, cercava rimedio nello scemarsi ogni dì 
maggiormente il già troppo parco cibo, colla speranza 
che la malattia, non nutrita, dovesse cedere, mentre lo 
stomaco, non mai ripieno, lascerebbe alla mente la luci- 
dità necessaria all'applicazione ostinatissima. Saldo in 
tale proposito tutta quella state in successiva astinenza 
persisteva a lavorare con sommo impegno alle sue com- 
medie ogni giorno parecchie ore, sebbene vieppiù dima- 
grasse, finché, soprafatte le deboli forze fisiche dalla 
irrequieta attività dell'animo e dai progressi del morbo, 
dopo alcuni giorni, disputando invano i medici alla morte 
la sua preda, egli si spense chetamente la mattina del- 
l'otto ottobre 1803. Questo, con maggiori particolarità (2) 



(1) Vita, p. 319. 

(2) Lettera del sìg. Abate di Caluso, qui aggiunta a dar 
compimento alVopera, ecc., p. 323. 



44 l'alfieri poeta comico 

narra l'abate di Caliiso (del quale abbiamo presso che 
riferite le parole) in quella sua lettera troppo inamidata 
e poco affettuosa alla contessa d'Albanj^; e lo racconta 
la donna, che fu gioia e conforto agli ultimi giorni del 
morente, in un biglietto a monsieur de Villoison (1), 
che citiamo volentieri per il dolore vero e profondo, se 
non pur troppo inconsolabile, che ne traluce: « 11 a fait 
depuis 2 ans six comédies, qui ont été la cause de sa 
mort, y travaillant trop pour les finir plus vite; et mal- 
gré cela il n'a pu en corriger que cinq et demie; il est 
tombe malade à la moitié du troisième acte de la cin- 

quième le samedi 8, après avoir passe une nuit moins 

raauvaise que les précédentes, il s'affaiblit ; il perdit la 
vue et mourut sans fièvre, comme un oiseau, sans agonie, 
sans le savoir. Ah, monsieur, quelle douleur! j'ai tout 
perdu! c'est comme si on m'avoit arraché le coeur! ». 

Nella Laurenziana, sottratti sinora alla volgare curio- 
sità di frettolosi visitatori, sono custoditi i cinque volu- 
metti ne' quali l'Alfieri di proprio pugno trascriveva 
negli ultimi mesi di vita, le sue commedie. Son essi di 
ugual formato, pulitamente rilegati in pergamena, vergati 
colla massima nitidezza tanto da parer quasi piuttosto 
stampati che manoscritti. E nessuno che abbia l'animo 
educato a sensi gentili e prosegua della dovuta riverenza 
il nome di tant' uomo, potrà senza tristezza fissar lo 
sguardo in quella pagina del quinto volume, su quel 
verso interrotto, che uscì ultimo dalla penna del poeta (2). 



(1) Pag. 565. 

(2) Profetasti Cose poi che seguissero ? (Finestr., atto III, 
se. Vili). Que.sto è l'ultimo verso che l'A. abbia scritto (voi. V, 
p. 182). 



l'alfieri poeta comico 45 

IV. 
La tetralogia politica. 

L' Uno — / Pochi — / Troppi — L\i.ntidoto. 

Ma sarà ormai tempo di far conoscere ai lettori queste 
commedie per poterne, meglio di quanto sia stato fatto 
sin qui da coloro che ne parlarono, portare ragionato 
giudizio. Le prime quattro, i nomi delle quali leggonsi in 
fronte a questo capitolo, debbono essere studiate senza per- 
dere mai di vista lo scopo a cui mirano, che è, per vie 
diverse, il medesimo : la rappresentazione storico-satirica 
delle tre forme di governo, le quali hanno sempre pre- 
valso nel mondo, il monarchico, l'aristocratico ed il demo- 
cratico. A ciò servono le tre prime intitolate : L" Uno, 
I Pochi, 1 Troppi ; la quarta Tre veleni rimesta avrai 
V Antidoto, porta nel nome stesso che le è stato imposto 
dal poeta la più chiara esplicazione della mira a cui è 
drizzata; a dimostrare cioè che « la riunione dei tre governi, 
per sé stessi cattivi, produce il misto che è il buono ». 
Vediamo adunque quale sia l'intreccio, quali i pregi e i 
difetti di ciascuna delle quattro commedie. 

L'azione della prima commedia si svolge a Susa, ca- 
pitale del regno persiano, e poggia per intiero sul me- 
morabile fatto della elezione di Dario Istaspe al trono. 
Alcuni fra i grandi, scoperta l'impostura di un mago, il 
quale, sotto nome di Smerdi, figlio secondogenito di Ciro, 
fatto segretamente uccidere dal fratello Cambise, aveva 
usurpato il potere, ordiscono una congiura e l'uccidono: 
il trono di Persia resta quindi vacante. Agii uccisori 
dello pseudo-Smerdi , sette secondo la storia, ma de' quali 



46 l'alfikri poeta comico 

quattro soli appariscono sulla scena, Dario, cioè, Gobria, 
Megabize ed Orcane, spetta il decidere quale governo 
debba darsi alla Persia. Ognuno di essi caldeggia un 
diverso partito: così Dario vuole si ritorni alla monarchia; 
Megabize invece propende al governo popolare; Orcane 
all'oligarchico; Gobria però, uomo saggio e vero filosofo, 
rimane indifferente, ben sapendo che i suoi compagni ce- 
lano, sotto la maschera del bene del popolo, le più 
cupide e sfrenate voglie di potere. Egli pertanto si mo- 
stra pronto ad accogliere il partito in cui gli altri tre 
converranno; ma i tre disputan sempre e non concludono 
nulla. Intanto Parisa, moglie di Dario (e qui comincia 
la commedia), fa un sogno meraviglioso ed in pari tempo 
uno non meno straordinario turba i sogni d' Ippofilo, il 
custode di Chesballeno, prediletto corsiero di Dario, al 
quale un oracolo ha predetto che il suo cavallo lo farà 
grande. I sogni sono spiegati da un indovino, Oneiro, 
quali presagi di futura grandezza per Dario. Costui finge 
di prender a gabbo indovini ed oracoli; ma quando alla 
meravigliosa guarigione del suo destriero, che ricupera 
la sanità annusando le insegne regali, si unisce l'appoggio 
del Gran Sacerdote, esso gitta la maschera d'indifferenza 
sin allora serbata e pensa seriamente al modo di ottenere 
il regno. Una nuova assemblea è indetta, i quattro Grandi 
si ragunano per prendere una decisione; ma i pareri 
son sempre discordi ; ognuno rimane fermo nella sua sen- 
tenza e cerca di farla prevalere. Per poco la disputa 
non degenera in battaglia, e già scintillano, sguainate, 
le spade, quando il Gran Sacerdote apparisce improvviso 
fra i contendenti, e propone un mezzo per troncar ogni 
litigio: si ridoni alla Persia un monarca ed il monarca 
sia eletto dalla sorte : 

Ciascun di voi sulla vegnente aurora, 
Fuor di Susa, nel campo ampio di Marte, 



l'alfieri poeta comico 47 

Sovra il pomposo suo destrier di guerra 
Trovisi armato; ognun per via diversa 
Giungavi al punto del sorgente sole. 
Quivi il destrier, che col nitrir sonante 
L'astro del dì saluterà primiero, 
Il suo signore a Re di Persia elegga (1). 

Dopo breve contrasto, tutti accettano e partono; ma 
in casa di Dario fra lo stalliere Ippofilo, innamorato della 
damigella di Parisa, la damigella stessa, Parisa ed il 
Sacerdote si macchina una astuzia, perchè primo nitrisca 
il cavallo di Dario. Lo stalliere trova un espediente 
molto triviale, ma che ottiene il bramato effetto: all'alba 
del seguente giorno Chesballeno, primo fra i cavalli dei 
contendenti alza il nitrito e Dario è re. 

L'intento dell'Alfieri nel dar forma di dramma alla 
elezione di Dario era senza dubbio quello di satireggiare 
il governo autocratico: vi è desso riuscito ? Per verità, 
avremmo molte ragioni di dubitarne. Colla sua commedia 
egli non ha infatti dimostrata la assurdità, la mostruo- 
sità del governo d'un solo, bensì la necessità di esso ; lo 
ha fatto vedere preferibile all'oligarchia ed alla demo- 
crazia ; si è sforzato di persuaderci che queste due forme 
fatalmente si trasformano nella prima: 

Regnar, più d"un per volta, ell'è una favola. 
Vero è bensì, che per un po' di tempo, 
E sotto nomi imposturati, il trono 
Potrian tenersi in sette più che in due 
* Enti soli : ma (i) sette in breve, ognora, 
Donno in due fazioni poi ridursi; 
Che sette aquile insieme non fan nido. 
Nella Bettina saran dunque almeno 
Di ciuchi un paio, se non più; po' il resto 
Sarà d'augei minori, usi a gracchiare. 
Questi cinque a vicenda a questo o a quello 
Dei due maggiori si appiccicheranno; 

(1) Atto lY, se. V, p. 80. 



48 l'alfieri poeta comico 

Ed ecco TEptarchìa distillatasi 
In Binarchia. Ben presto poi quei due 
Faranno a chi fa peggio per Tun l'altro 
Sperperarsi; e un de' vincere. Ecco I'Uno, 
Che dopo tanti guai, sangue e delitti 
Sempre ritorna a galla. A me par dunque 
Meglio il pigliarsel subito, quest'UNO, 
Pria di farci noi Zero (1). 

E lo stesso dicasi dei « sozzi Ee da bettola » : 

Da cui poi tanto e tanto n'esce I'Uno, 
Ma n'esce sporco alquanto più (2). 

Taceiansi le fole 

D'un ben, che i rei c'infingono e che i buoni 
Si sognano. Fra gli uomini il gran numero 
Sono i tristi; più tristo indi il governo 
Quanti ce n'entra più (3). 

Dunque repubblica, no: oligarchia, nemmeno: fra i due 
mali il minore è ancora la monarchia: conclusione molto 
naturale, ma, che a dir vero, non sarebbe la richiesta 
dall'Alfieri. Potrebbe però darsi che egli avesse mirato 
a porre in ridicolo, e per quel tempo era non poco ar- 
dire, la pretesa origine divina del governo autocratico, 
mostrando, coll'aiuto della storia, che quanto dal volgo 
cieco vien creduto la manifestazione della volontà celeste, 
spesso, per non dir sempre, non altro è che effetto di 
astuzie, talvolta ingegnose, talvolta ignobili, e che alla 
fine de' conti un re eletto dal suo cavallo non è ne mi- 
gliore, ne peggiore d'un altro innalzato al trono per favore 
della moltitudine o per diritto dinastico. Ma questo scopo, 
se pur fosse tale, non risulta chiaramente dalla presente 
commedia. A favorire l'elezione di Dario giova, è vero, 
l'astuzia, ma non l'astuzia sola; come si spiega l'opera- 



ci) Atto IV, se. IV, p. 66-67. 

(2) Atto 11, se. III, p. 55-56. 

(3) Ibid. 



l'alfieri poeta comico 49 

zione di quella causa misteriosa e sovrumana che ispira 
i sogni profetici a Parisa ed allo stalliere; come l'oracolo 
che vaticinava a Dario la futura altezza? Nell'abbozzo 
dell' Uno questa incertezza non poteva nascere : tanto 
il primo oracolo quanto il secondo, dedotto dai sogni, 
erano inventati dal Gran Sacerdote d'accordo con Dario; 
ed un primo inganno preparava la felice riuscita dell'altro : 
ma nella commedia, quale si presenta al nostro esame, 
ciò non succede più, e Dario non si decide ad aiutare 
la fortuna coli' industria se non quando ha chiare prove 
d'esser favorito dalla cieca deità. La commedia manca 
quindi d'un vero concetto satirico, ed il ridicolo, che 
non scaturisce dalla sostanza stessa del dramma, trova 
nutrimento nella dipintura delle colpe e dei raggiri degli 
uni, della ignoranza e credulità degli altri. Fra i vari 
personaggi però il solo che sia dipinto con vigore è Gobria, 
il quale serve al poeta per esprimere le sue proprie idee. 
Più diretta, e più violenta quindi, è la satira nella 
seconda commedia, I Focili. Dall'Asia il poeta ci trasporta 
in Europa, da Susa in Eoma: e dopo averci svelati gli 
intrighi di alcuni ambiziosi per salire al trono regale, 
smaschera quelli diretti ad ottenere le dignità in una 
repubblica dominata da pochi potenti che, secondo lor 
torna vantaggioso, raffrenano o scatenano le malvagie 
inclinazioni della « infida, iniqua e mobile » plebe. A 
dimostrare quanto debole, quanto dannoso sia il governo 
oligarchico, che da se procrea per ineluttabile necessità 
il tirannico, l'Alfieri ha eletto uno de' più sanguinosi 
episodi della storia romana, le turbolenze eccitate dai 
Gracchi. Ma per lui i Gracchi non sono i generosi che, 
volendo dar pane e libertà al popolo, caddero sotto i 
pugnali degli irritati patrizi; non sono martiri di una 
nobile causa, bensì ambiziosi ipocriti che ad altro non 
agognano se non a pescare nel torbido: 

NovATi, Studi critici e ktterari. 4 



50 l'alfikri poeta comico 

Pochi in Roma, strapochi, arcipochissimì 
È dover che comandino; e siam quelli 
Noi, per l'appunto, noi. Ma, affin che a galla 
Presto s'alzino i Pochi, è per or forza 
Che la piena immondissima trabocchi. 
Si disargini or dunque e inondi Roma; 
Sopranuotarvi e Scipioni e Gracchi 
Ben saprem poi (1). 

Per ciò il maggiore de' Gracchi, Tiberio, tutto fa per 
togliere il consolato a Fabio, oratore, suo rivale, e darlo 
al plebeo Gloriaccino: 

E l'arcisudicio perchè 

Ch'ivi sta sotto, è il peggio. Or voglion Console 
1 Gracchi aversi un Gloriaccin per farai 
Essi davver poi Consoli, essi tutto 
Sotto tal sozza maschera (2); 

il Gracco minore per aver in sposa Mitulla, figliuola 
di Gloriaccino, della quale, sebben plebea, è pazzamente 
invaghito: Cornelia per vendicarsi delle tante matrone, 
che osano, gareggiare con essa, e specialmente di Terza, la 
moglie di Fabio. Da quest' invidia, da quest' amore e 
da questa vendetta l'Alfieri ha fatto scaturire la sua com- 
media. 

Tiberio, continuamente spronato a seguire la fallace via 
in cui ha posto il piede dalle suggestioni di un retore 
greco, Diofane, e di un falso filosofo, Blosio, chiede al 
fratello Caio il sui) appoggio nella guerra contro il Senato 
e contro Fabio. Caio gli si offre tutto, purché persuada la 
madre ad accondiscendere alle sue nozze con Mitulla. 
Tiberio ci si prova, ma Cornelia, sebben pronta ad ogni 
sacrificio per levare in alto la casa dei Gracchi, si ribella 
a tale proposta, che del resto non è gradevole nemmeno 



(1) Atto IV, se. II, p. 165. 

(2) Atto II, se. II, p. 129. 



l'alfieri poeta comico 51 

a Lentulio, il vero padre di Mitulla, plebeo tanto probo 
ed onesto e del suo stato contento, quanto il fratello 
Gloriaccino, che ne adottò la figlia, è birbo e stolidamente 
ambizioso. Lentulio, volendo romper le trattative per il ma- 
trimonio della figlia con Caio, va a trovar Cornelia insieme 
a Terza: e il colloquio fra le due matrone che si odiano 
mortalmente, è gara di sarcasmi e di mal velati insulti. 
Cornelia, che non si era lasciata piegare né da preghiere, 
ne da considerazioni politiche a dare il suo consenso al ma- 
trimonio del figlio, vi si acconcia ora per dispetto che Terza 
lo voglia rompere ; ma Lentulio, cui preme la felicità di 
Mitulla, svela, presente il fratello, al tribuno Furiaccino 
che la fanciulla, già promessa a lui, or va sposa a Caio 
Gracco. Il tribuno furibondo minaccia di vendicarsi, e 
colto il momento che Gloriaccino colla figlia erasi recato 
a visitar Cornelia, irrompe in casa de' Gracchi e, insul- 
tando Gloriaccino, gli giura che non sarà mai console. 
Tiberio va al Senato per propugnare l'elezione del plebeo, 
ma la moltitudine, istigata da Furiaccino, lo interrompe, 
lo ingiuria e lo ucciderebbe fors' anche se, per opera di 
Fabio, non riuscisse a gran stento a ricoverarsi nella propria 
casa. Fabio, eletto console, viene egli stesso a trovare i 
Gracchi, esortandoli a riconciliarsi col Senato : 

Non è Pochi il Senato: e fra tai Pochi 
Sempre avran luogo e Scipioni e Gracchi; 
Ma Gloriaccini, no (1). 

I Gracchi però furenti per il sofferto scorno, non ce- 
dono. Fabio parte e con Fabio tutti coloro che speravano 
satollarsi a spese de' Gracchi vincitori, e che li abban- 
donano vinti. Il retore greco invece non si allontana, ma 
propone un infallibile mezzo per trarre delle ingiurie 
patite aspra vendetta: 



(1) Atto V, se. VII, p. 197. 



52 l'alfieri poeta comico 

« Quale? » domanda Tiberio. E Diofane di rimando: 

Tuonar nel Foro per l'agraria legge. 

Tiberio. 
Ben di': l'agraria legge. 

Caio. 

Ad ogni costo. 
Si, si, l'agraria legge. 

Cornelia. 

E sia fin d'ora 
Gittato già '1 gran dado: onde s'ell'ebbe 
Roma da' Gracchi oggi Commedia breve, 
N'abbia poi lunghe e rie tragedie, a staia (1). 

Nell'abbozzo primo di questa commedia, distribuita alla 
meglio la materia ne' quattro atti, giunto al quinto l'Al- 
fieri scriveva : « Non so come farlo : né se si farà questa 
commedia, che qui mi muore fra le mani per la gran 
difficoltà che vi sarà di far ridere in tali materie e non 
tediare. Ma insomma se fra il quarto ed il quint'atto è 
nata qualche ragione che ha guastati tutti i fili tesi dai 
Gracchi e che al principio del quinto ad ogni scacco sap- 
piano d'aver avuto uno schiaffo, prima col saper che è 
console Fabio e non Fastino (2) : poi che ha avuto 
Porzia Furino (3) e non Gracchino: poi che tutti i veri 
e ben pensanti patrizi deridono e sdegnano d'aver fra loro 
tal Gracchi che sono il disonore del patriziato e vilipesi 
dalla stessa plebe ; e' si troveran ben puniti e perciò spi- 
ranti vendetta e minaccianti l'eccidio della patria. Il 
che, affinchè non paja fine troppo tragico, bisognerà mo- 
strarlo come impossibile ad eseguirsi e deriso da Fabio, 



(1) Atto V, se. ultima, p. 203. 

(2) Intendi Gloriaccino. 

(3) Intendi Mitulla e Furiaccino. 



l'alfieri poeta comico 53 

da Terza, da Lentulio, da Fastino e dal numero stesso 
della Plebe ». Ma, non contento, applicavasi irosamente, 
scrivendolo proprio sotto le parole riportate, l'epiteto di 
« bestia ». Più tardi però, verseggiata per intiero ed al- 
quanto modificata la commedia, giudicavala con severità 
minore, parendogli, per usare le parole sue, « che vi fosse 
€0n capo, corpo e coda ». Ma chi esamini I Pochi colla 
debita diligenza, si accorgerà che i difetti essenziali, scorti 
già dall'Alfieri stesso, posson dirsi attenuati, ma soppressi 
no. L' intreccio infatti, quantunque assai bene condotto, non 
presenta una sola situazione comica; e di ciò deve incolparsi 
la poco felice scelta dell'argomento assai più opportuno a 
scrittor di tragedie che di commedie. Né l'ambizione de- 
lusa dei Gracchi può eccitare il riso, giacché le minaccie 
di futura vendetta non sono in loro stolti vanti di una 
rabbia impossente, ma presagi terribili di sciagure per 
la loro città. Alla mancanza di elemento comico nell'azione 
l'Alfieri ha cercato rimediare coli 'alterar i caratteri de' per- 
sonaggi, e col renderli grotteschi; ciò dicasi per Tiberio, 
che apparisce giovinastro senza ingegno, senza criterio, 
raggirato da furfanti, ridicolo nella scena in cui fa le 
prove dell'orazione dinanzi allo specchio a suono di flauto; 
per Caio, sbiadita immagine del fratello; ma sopra tutto 
per Cornelia, dipinta, contro ogni tradizione storica, come 
una dispettosa, rabbiosa, pettegola e superbissima vecchia. 
Onesti son due soli, Lentulio, plebeo, che preferisce 

A dirittura i calci nel sedere 
Dagli schietti patrizi insolentoni, 
Che non i finti traditori abbracci 
Dei mascherati e blandi (1); 

e, singolare contraddizione ! quel Fabio che pur rappre- 
senta l'oligarchia alla derisione della quale intende la com- 



(1) Atto li, se. IV, p. 137. 



54 l'alfjeri poeta comico 

media. Costui non apparisce che due sole volte in scena, 
ma sempre per mostrarsi nobile, generoso, magnanimo. 
L'esser tale, egli dice, 

frutta a bella prima 

L'interno piacer d'esserlo, che è meglio 
Che di parerlo: poi frutta il piacere 
Di porre il torto dalla parte altrui; 
Di non far nulla che somigli a Plebe; 
Di farsi a forza dai nemici stessi 
Rispettare e stimar: poco è ciò forse? (1) 

Egli è vero che non più Fabio, ma Alfieri stesso è 
quello che così parla: « Non far nulla che somigli a 
plebe ! » ; ecco lo scopo supremo al quale diresse tutta la 
vita l'animo sdegnoso di colui che, più di ogni altro, 
poteva far suo l'ammirabile epigramma di Callimaco: 

'ExOaipuj TÒ TTOiriiaa tò kukXikòv, oùbè KeXeu04J 
Xaipuu, ÒTii; ttoXXgìx; djbe koI iDòe qpépei. 
Miauj Koi TTfpiqpoiTOv èpi)()|U€vov, ou (Ìttò Kpfivriq 
TTivu) • aiKxaivuj irdvxa tò òr||ióaia (2). 

Quest'odio implacabile che l'Alfieri aveva giurato alla 
plebe, ed al governo oclocratico per conseguenza, ha tro- 
vato ampio sfogo nella terza commedia intitolata I Troppi^ 
che ha in fronte una sentenza di Sofocle : 

Ragionai Moltitudine imperante? 

« Lo scopo della commedia è la totale derisione del- 
l'immaginaria democrazia e libertà d'Atene. L'intreccio 
sarà r ambascieria stupida-vile-insolente di Atene al 
conquistatore dell'Asia ». Così l'Alfieri medesimo (3), 
che forse, facendo segno a tanti e tanto amari sarcasmi 



(1) Atto II, se. I, p. 123. 

(2) Antol. Palai., II, 400. 

(3) Ms. 9. 



l'alfieri poeta comico 55 

i repubblicani d'Atene, in cuor suo mirava a simulta- 
neamente trafiggere quella « rivoluzione di schiaveria », 
imperversante allora in Francia ed in Italia. Ma, comunque 
sia di ciò, certa cosa si è questa che da ogni scena de' 
Troppi l'intenzione satirica del poeta si palesa acerbis- 
sima, veemente anzi al punto da riuscir perfino volgare. 
Par quasi che l'Alfieri abbia voluto in mille e cinque- 
cento versi accumulare quanti vocaboli dispregiativi gli 
correvano sotto la penna, e ogni qual volta la canaglia 
ateniese, ch'egli ha posto in scena, apre bocca, non s'odon 
che vituperi ed insulti in una favella da trivio. 

L'ambasceria si compone di dieci plebei, macellai o 
ciabattini, divisi in due schiere, l'ima guidata da Demo- 
stene, l'altra da Eschine. Entrati nella reggia d'Alessandro 
in Babilonia, aspettano un'udienza per annunciargli che 
Atene lo ha eletto a suo Arconte perpetuo. Ciò non ostante 
fanno pompa di austerità repubblicana; anzi, dopo aver 
divorato una sontuosa cena e rubate due o tre tazze 
d'argento, esaltano la frugalità ateniese : 

Un tozzo nero, 
Quattro fave, acqua schietta e libertà; 
Questa, quest'è la vera cena augusta 
D'un cittadin d'Atene! 

Ma vien novella che, se voglion esser ricevuti dal re, 
dovranno, secondo l'uso persiano, prosternarsi alla sua 
presenza. Sorge per questo un gran diverbio fra i cinque 
oratori guidati da Demostene e gli altri, dei quali è capo 
Eschine. Costui, che mostra la necessità di piegarsi ai 
voleri del potente Alessandro, è ingiuriato da Demostene, 
il quale protesta che mai un ateniese si umilierà a tal 
segno dinanzi ad un mortale. Aristotele e Clito, greci essi 
pure, prendendo sul serio i magnanimi rifiuti di Demo- 
stene, pronto a cedere se lo pagheranno bene, cercano un 



56 l'alfieri poeta comico 

mezzo di salvar capra e cavoli : i cortigiani ridono invece 
della sciocca superbia degli Ateniesi, Alessandro, desideroso 
di umiliare la repubblica tanto avversa a suo padre, fìnge 
di voler rispettare la dignità degli ambasciatori; costoro 
si prosterneranno quando esso apparirà, ma non a lui, 
bensì all'immagine di Pallade che porterà sull'elmo. Al- 
cuni talenti dati a Demostene acquetano tutti gli scrupoli 
suoi e degli oratori, che all'udienza però s'avveggono d'es- 
ser stati beffati, giacche sull'elmo del re non risplende una 
Pallade, ma un enorme gufo che 

all'uditorio volge 
La coda e '1 sotto coda. 

Fra le risate ed il tumulto dei Persiani e de' Macedoni 
Demostene espone il motivo dell'ambasceria; Alessandro 
ne è in pari tempo offeso e lusingato; ma in lui il filo- 
sofo la vince questa volta sul conquistatore ed invita a 
banchettare i due capi : Eschine e Demostene. Ed ecco, a 
mezzo il convito, presieduto dal re ed a cui si assidono 
Aristotele, Efestione, Olito, Antipatro ed un indiano filo- 
sofo, Calano, sorgere un litigio fra Olito ed Alessandro: 
Olito trascende ne' motteggi, ed il re, cui l'ira fa velo alla 
mente, lo uccide: 

Banchetto filosofico-regale 

Mostro è risibil che finisce in pianto. 

Demostene spaventato non vuol trattenersi un istante 
di più nella reggia, che suona dei lamenti del pentito 
monarca. Gli oratori si preparan quindi a partire, ed av- 
viliti, derisi, disprezzati come ladri e vigliacchi, tornano 
ad Atene. 

Antipatro. 
Al diavol tutti. 

Efestione. 

E al diavol, spero, Atene. 



l'alfieri poeta comico 57 

Aristotele. 
Li fa esser tali il popolar governo. 

Antipatro. 
Durato han troppo. 

Efestione. 

E rei son troppo. 

Antipatro. 

E Troppi (1). 

Questo è l'intreccio; ma il valore della commedia (una 
commedia che finisce con un omicidio !) più che in altro, 
sta nella dipintura dei caratteri. L'Alfieri ha delineato 
con vero sapor comico gli oratori ateniesi, riversando su 
di essi a piene mani il ridicolo, mostrandoli tanto più 
stupidamente orgogliosi quanto più vilmente deboli ; ladri, 
furfanti, ubbriaconi, gentaglia senza pudore. 11 loro capo 
Demostene in furfanteria li sorpassa però tutti quanti, buon 
oratore, ma pessimo cittadino, vigliacco e venale : Alessandro 
è una bizzarra mistura di crudele e di umano, di greco e 
di barbaro, insomma un soldato conquistatore educato da 
Aristotele. Di costui l'Alfieri tratteggia con due parole il 
carattere « filosofo in Corte per elezione ». Olito è debole, 
né capace di viver libero, né atto a sopportare la schia- 
vitù: Eschine, nemico di Demostene, è forse il solo onesto 
fra tanti mascalzoni , democratico in buona coscienza e 
convinto della debolezza di Atene. Gli altri personaggi, 
quali Rossane e Statira, mogli del re, Antipatro ed Efestione, 
non hanno che una parte affatto secondaria, come Calano 
e Contenzinacche che, si può affermarlo, è pretta ed infelice 
reminiscenza del Dio Triballo degli Uccelli di Aristofane. 
In conclusione questa commedia, in cui l'ingegno dell'Al- 
fieri, non costretto come nelle antecedenti a mantenersi 



(1) Atto V, se. ultima, p. 320. 



58 • l'alfieri poeta comico 

fedele alla tradizione storica, potè sbizzarrirsi, èia migliore 
fra le politiche. Ne un siffatto giudizio potrà parer falso 
a chi esamini la quarta. 

Tre veleni rimesta^ avrai Vantidoto è il titolo della 
commedia, che serve di conclusione alle tre precedenti, la 
più infelice di tutte come produzione letteraria, la più. 
importante per il concetto politico che la informa e sì 
sviluppa dal velo allegorico, non troppo fitto del resto, di 
cui è circondato. La scena è in una delle isole Orcadi, 
abitata, verso il x secolo, da un popolo rozzo e povero, 
ma pur giusto e magnanimo e poco guasto (1). Figlia- 
tutto, pescatore che ha inventato la rete, si è fatto con 
questa scoperta il primo dell'isola ed ha abbattuto l'au- 
torità dei Pigliapoco, i quali erano pescatori di lenza ed 
inventori di essa. La moltitudine dei Guastatutto, che 
pigliava un tempo i pesci colle mani e non viveva quindi 
troppo lautamente, ora che per mezzo della rete di Pi- 
gliatutto ha pesce finché ne vuole, favorisce e rispetta 
il felice inventore, che invece è odiato ed insidiato dai 
Pigliapoco. Costoro ben sanno che se Pigliatutto non 
avrà eredi, la rete cadrà in loro mani e con la rete l'ago- 
gnato potere ; quindi pensano al modo di impedire che 
Piglianchella , moglie di Pigliatutto, prossima al parto, 
possa sgravarsi. Coll'aiuto di Pigliarello, mago dell'isola, 
alcune fra le donne de' Pigliapoco fanno un potente in- 
cantesimo, in forza del quale Piglianchella non può parto- 
rire. Già la sventurata regina è sul punto di perdere la 
vita insieme al nascituro, e i Pigliapoco si rallegrano 
del prospero successo delle loro insidie, quando, condotto 
dal caso o dalla volontà del cielo , approda all' isola 
un mago arabo, discepolo di Zoroastro. Costui svela a 
Pigliatutto i perfidi raggiri dei Pigliapoco, che furono 



(1) Così l'Alfieri nel ms. 8. 



l'alfieri poeta comico 59 

però soltanto strumento del fato. Essi, anche se lo voles- 
sero, non potrebbero più sciogliere la strana malìa che 
hanno ordita: ciò dipende ora da Pigliatutto, al quale 
la moglie non può dar altro erede che un mostro o ri- 
manere in eterno pregnante. Il mostro però potrà assumere 
nascendo tre forme: o perfettissimo di mente, ma senza 
gambe : o colle gambe, ma privo di mani- e con tre teste : 
senza testa addirittura. Sta a Pigliatutto lo scegliere 
fra i tre quello che più gli conviene. Il pover'uomo non 
ne vorrebbe veruno; ma la scelta è imposta dal destino e 
bisogna rassegnarsi. « Scelgo il senza-gambe », sospira Pi- 
gliatutto. « Bada, » gli risponde il mago, che egli. 

Di null'altro vedendosi mancante, 
Verrà in feroce smania di aver pure 
Anch'ei di suo le gambe. Ebbro egli allora 
Di potenza e d'invidia, a centinaia 
Farà tagliare i par di gambe altrui, 
Sperando sempre di trovar quel paio 
Che ai mozziconi suoi si addatti (1). 

— « Allora il Tre-teste » — « Ahimè ! costui, 

vedendosi 
Ricco di tre cervelli e d'occhi sei, 
E d'orecchi altrettanti, e di tre bocche, 
Invido com'è l'uom di quel che mancagli 
Non vorrà che i minori abbiano mani 
Quand'ei non l'ha. Stessa rovina dunque 
Che delle gambe pria, ma più funesta (2). 

— « Prendasi dunque il terzo » : 

E il terzo sia Ma straterribile. 

Un incarnato più che diavol fia. 

Al di lui busto, ogni più iniqua testa 



(1) Atto 111, se. V, p. 67. 

(2) Ibid., p. 68. 



60 l'alfieri poeta comico 

Or questa or quella ei si appiccicherà. 

Aggiungi inoltre, che quel suo intelletto 

Che riseder dovrebbegli nel capo, 

Trovandosi dal monco collo in giù 

Risospinto nel corpo, infonderagli 

In ogni membro sì efferata e cieca 

E gigantesca forza, ch'ei da prima, 

Adolescente appena, ammazzerebbe 

E padre e madre: e qua e là brancolando, 

Non da nessuna forza mai frenabile, 

Sterminerebbe quanti troverebbene 

E in mare alfin butterebbe sé stesso (1). 

Il povero Pigliatutto non sa più a che santo votarsi e 
sospende la terribile scelta. Ma il male di Pigli anchella 
si aggrava e bisogna decidersi. Visto che nessuno fra i suoi 
parenti e consiglieri sa dargli un buon suggerimento, il 
mago propone a Pigliatutto di consultare i morti: 

Gran consiglieri sono ed antivedono 

Tutto, i Morti di garbo. Perchè insomma 

La storia indubitabile di quello 

Che ha da esser, gli è quello che già è stato. 

Di questo piena esperienza han fatto 

I Morti, e quindi il lor parere è norma (2). 

Pigliatutto acconsente, ed il mago con terribili scon- 
giuri evoca una prima ombra, quella del persiano Dario, 
il quale, forte dell'esperienza propria, vuol spingere Pi- 
gliatutto a scegliere il mostro senza testa. Ma i ragiona- 
menti di Dario non persuadono Pigliatutto che, evocato 
Caio Gracco, chiede a costui un consiglio; il romano lo 
esorta (senza successo, però) a rassegnarsi al Senzagambe. 
Terza ed ultima ombra, appare Demostene che eccita il 



(1) Ibid., p. 69. 

(2) Atto IV, se. Ili, p. 82. 



l'alfieri poeta comico 61 

re a scegliere il Treteste. Le ombre incidono la lor sen- 
tenza in tre marmi; ma Pigliatutto non sa, non vuole, non 
può decidersi. Allora, in mezzo ad una terribile commo- 
zione della natura, il mago opera uno strano prodigio; i 
massi si stritolano, le ombre scompaiono, la malìa dei 
Pigliapoco si spezza e Piglianchella si sgrava. 

Lo spaventoso cataclisma ha sgomentato tutti gli iso- 
lani, i quali, abbandonate le case crollanti, si rifugiano 
sulla riva del mare. Ad accrescere il loro terrore si sparge 
la voce che il mostro è nato: allora, obliati i vecchi 
rancori, nobili e plebei si riaccostano, decidono di sba- 
razzarsi tosto del mostro e di Pigliatutto, di impadro- 
nirsi della rete. E già, prima di averla presa, se ne 
contrastano il possesso e tutta per sé la vogliono i Pi- 
gliapoco come i Guastatutto; il disordine è al colmo. Ad 
un tratto appaiono sulla scena alcuni che narrano quanto 
è veramente accaduto. Piglianchella non ha partorito un 
mostro, ma una fanciulla bellissima, tosto cresciuta così 
da sembrar donzella quadrilustre. Ed essa viene sulla 
spiaggia, accompagnata dal padre e dal mago, e coli' in- 
canto della sua bellezza portentosa conquide tutti i cuori. 
Parla e promette di fare il popolo felice, ottimo, giusto, in 
una parola, libero : 

Finor, voi tutti, l'un l'altro adastiandovi, 
Tutto poneste in iscompiglio : esposti 
Voi stessi sempre al rischio manifesto 
D'esser voi preda di chi primo in armi 
Qui approdasse: vissuti oscuri e barbari 
In questa vostra povera e discorde 
Isoletta: finora, ecco quai siete. * 

Ciascun di voi (ben ne fa fede il nome 
Che v'è toccato a dritto), ognun di voi 
Per sé stesso è un veleno: ma, ben fosti 
Savio tu assai, mio Genitor, che a patto 
Niun mai volesti infra tre Mostri scerre. 



62 l'alfieki poeta comico 

Ciascun d'essi da sé stato ognor fora 
Un orribii malanno; ma frammisti, 
Immedesmati l'un nell'altro, essi hanno 
Or procreato me. Voi dunque omai 
Vostre tre classi immedesmando . . . 

Voi tutti, or sì, voi l'un coll'altro misti. 
Stritolati, stacciati e rimpastati 
Di mia man con gran cura, già già state 
Voi per farvi un Antidoto divino 
Contro que' vizi e sudiciumi stessi 
Ch'eran già vostra essenza ... (1) 

I Guastatutto, come sprovvisti e poveri, avranno l'uso 
della rete, ma il fabbricarla, rattopparla e custodirla 
spetterà soltanto ai Pigliapoco, arbitro supremo e solo di 
essa rimanendo però Pigliatutto e i figli dei suoi figli. 
Tutti acconsentono in tali patti e li giurano; alla neo- 
nata si chiede poi sotto qual nome voglia esser onorata, ed 
essa risponde: 

In fin che saggi 
Sarete voi, di possedermi soli 
Voi paghi appicn, non m'imporrete nome. 
Ma, se Opulenza e la fatai sua figlia 
Insolenza, vi fanno ebri d'entrambe, 
Me nomerete allora Libertà. 
Stolti! ch'io allor con voi non son già più. 

I lettori avranno già indovinato a quale intento mirasse 
l'Alfieri colla bizzarra , ma trasparentissima allegoria 
àièW Antidoto. Come nelle tre commedie antecedenti si 
era prefisso di far palese la debolezza e la viziosità delle 
tre forme di governo che avevano sempre prevalso nella 
società umana, così nella quarta, ricapitolazione delle 
antecedenti, volle dimostrare che gli uomini non raggiun- 
gerebbero mai la felicità, la libertà, se non riunendo i tre 



(1) Atto V, se. ultima, p. 117-18. 



L ALFIERI POETA COMICO 



63 



governi, per sé stessi cattivi, nel misto che è il buono, 
« Milli autem cogitanti, dice egli nell'epigrafe déìV Anti- 
doto, che finge tolta da Cicerone, e tribus istis vitiosis 
omnino quartana unam reipublicae formam videbatur 
et optimam creari posse, felici quadam, ut ita dicam, 
vitiorura inter se repugnantiura commixtione. » Ora qual 
è il governo misto, bramato dall'Alfieri? Mi sembra che 
la risposta non possa esser dubbia. 

Non si tratta certamente di quell'ordinamento politico 
che si diede Venezia, da alcuno fra i politici nostri invo- 
cato quasi ottimo fra tutti e desiderabilissimo ; bensì del 
governo regio temperato da savie istituzioni ; quel governo, 
in cui il sovrano è voluto dal popolo, in cui i cittadini di 
ogni classe han doveri e diritti; quel governo, insomma, 
del quale è stata per tanti secoli modello ammirato ed 
invidiato la costituzione inglese, alla quale l'Alfieri ha 
voluto fuor di dubbio nella sua commedia fare allu- 
sione (1). L'« antidoto divino » che, immedesimando le 
tre classi, rende potente e glorioso, libero in una parola, 
un popolo diviso, debole, oscuro; il « sovrumano patto » 
che il cielo approva ed il senno mantiene è adunque per 
l'Alfieri la monarchia costituzionale. Che diranno i mo- 
derni tribuni, i Gracchi da strapazzo, i Demosteni in sedice- 
simo de' quali per disgrazia nostra non v'è in Italia penuria, 
sul labbro de' quali ricorreva finora sì spesso e volentieri 
il nome del nostro poeta, ora che si veggono costretti a 
riconoscere in lui un fautore della monarchia, voluta dalla 



(1) La commedia doveva portare, come rilevasi dal ms. 9, un 
doppio titolo: La Magna Charta, ossia Di tre veleni un rimedio. 
La divina figliuola di Pigliatutto non è infatti nel sistema alle- 
gorico della commedia se non la personificazione della celebre 
Carta, considerata quale base delle libertà inglesi. Notisi poi 
che scena al dramma sono le Orcadi , isolette lontane poche 
leghe dalle coste britanniche. 



64 l'alfieri poeta comico 

nazione; così sinceramente e profondamente convinto da 
asserirla unico rifugio contro la tirannide dei troppi, 
come contro quella dell'uno, entrambe odiosissime? Certo 
ei ritorranno all'Alfieri la loro stima e sarà tanto di gua- 
dagnato per lui. Ma a tutti coloro che reputano indisso- 
lubile l'affetto al re ed alla patria, parrà ben degna di quel 
generoso intelletto l'affermazione così franca, esplicita, 
apertissima di opinioni contrarie a quelle in altro tempo 
professate. Che l'Alfieri in gioventù, quando scrivea la 
Tirannide, il Principe, VEtruria vendicata (1), fosse dei 
governi monarchici (e badisi che eran quasi tutti dispotici, 
assoluti) odiatore, che fosse per naturale conseguenza re- 
pubblicano, ci sembrerebbe imprudenza il negarlo. Ma 
si può in pari tempo, con la piena certezza di non andare 
errati, affermare che non lo fu, né poteva esserlo, a lungo. 
I suoi viaggi in Inghilterra induceangli presto nell'animo, 
insieme ad altissima ammirazione per quel popolo, anche 
la persuasione che libertà e monarchia non erano l'una 
coU'altra incompatibili, e di questa persuasione appaiono 
già nel Panegirico a Trajano le tracce. Maggiori assai 
in quell'Ode che celebrava nella presa della Bastiglia la 
nascita della Rivoluzione : 

già già secura 
Torna del re la maestade a patto 
Meglio adequato ornai : 

Già espulsi ha gli empì e richiamato ha il giusto: 
Né a re lo errar più mai 
Concede il nazional Consesso augusto. 

Così si trovavano appagati i desideri tutti del poeta ; 
quel mutamento di un governo dispotico in costituzionale 



(1) La Tirannide fu scritta nel 1777; il trattato Del Principe 
e delle Lettere incominciato l'anno dopo, e press'a poco nel mede- 
simo tempo l'Alfieri compose VEtruria vendicata. 



l'alfieri poeta comico 65 

a lui pareva tale da render grande e gloriosa una nazione. 
« Credei che un re, così egli scrisse più tardi, a cui sfug- 
giva di mano un'autorità illimitata, avrebbe potuto poi, 
rivestito di un'autorità piii legittima e misurata^ con 
utile di tutti ^ esercitarla, senza pericolo né per se, ne 
per gli altri » (1). Certo, questi non sono i sentimenti 
che avrebbe espressi un repubblicano. Gli avvenimenti suc- 
cessivi, come a tutti è noto, resero anche più profondo il 
disinganno, più acerbo lo sdegno dell'Alfieri contro quella 
ch'ei chiamava « ignominiosa satira del sacrosanto nome 
di Libertà » (2). Caduta sul palco la testa dell'infelice 
Luigi XVI, il poeta che gli avea augurato « assai men 
greve... l'ingigliato ammanto » (3), ne scrisse, fremendo, 
r« Apologia »; e all'ira, al ribrezzo, crescenti in lui 
quanto più la rivoluzione si faceva paurosa e briaca, diede 
finalmente sfogo componendo il Misogallo, singolare e 
memorando volume, nel quale, invece di ostinarsi a non 
veder altro, come molti hanno fatto e fanno, se non una 
infilzata d' insolenze acerbissime ed ingiuste contro un po- 
polo, spesso magnanimo, ma troppo volubile, e di cavarne 
argomento a retorici sdegni (4) ; sarebbe opportuno andar 



(1) Misogallo, Prosa II, ed. Renier, p. 41. 

(2) Ibid., Epilogo, p. 47. 

(3) Parigi sbastigliato, XIII. 

(4) Fra costoro merita particolar menzione, anche perchè, se 
non m' inganno, è il più recente, il signor Gh-ìrles D'Avezac, 
il quale in un suo studio, pubblicato sei anni fa nella rivista 
francese Le Correspondant (T. GXXVII, 6 Livr., 25 juin 1882, 
p. 1062-93) ha sottoposto ad un esame, che aspirerebbe ad 
esser creduto imparziale, il carattere e gli scritti dell'Alfieri, ma 
singolarmente il Misogallo. Il signor D'Avezac non è però sol- 
tanto un buon francese, ma anche un fervente cattolico ; lascio 
quindi immaginare ai lettori in quale miserando stato a furia 
di oggettivismo egli abbia ridotto il povero tragico. Dalla sua 
tavolozza non ha scelto per lumeggiarne il ritratto se non le tinte 

NovATi, Stadi critici e letterari. 5 



66 l'alfieri poeta comico 

ricercando l'intimo concetto, far palese il vero intento: 
quello di combattere in ogni guisa coli' implacabile ferocità 
del sarcasmo, la turpe licenza che si fa schermo del sacro 
nome di libertà, l'indracarsi di vilissima plebe che dagli 
illusi si fa credere popolo. Assalito dal pensiero di vicina 
morte, il poeta, nel '99 (1), pregava la sua donna, ove 



più oscure; l'Alfieri non odiò, secondo lui, la Francia se non per- 
chè vi fu accolto con freddezza e la sua sconfinata vanità vi 
soffri mille piccole trafitture; ma non ebbe coraggio né sincerità 
nell'odio, giacché altrimenti invece di colpire e deridere i Galli 
negli scritti, sarebbe sceso in campo a combatterli colle armi al 
pari di Bliicher. I suoi sdegnosi rimproveri all' Italia non sono 
neppur essi il frutto di patria carità; l'Alfieri se avesse amato il 
suo paese non l'avrebbe dispregiato ; egli non è insomma che 
un orgoglioso pedante, un Trisottino di genio, al quale si è voluto 
calcar sulla zucca la celata di Bajardo. Chiunque la pensi diver- 
samente diviene, come è ben naturale, sospetto all'egregio . e im- 
parziale signor D'Avezac, ed io pure con questo mio studio ho 
iriitato il suo chauvinisme sempre vigilante. Egli mi rimprovera 
quindi di aver voluto far credere che l'Alfieri sarebbe riuscito un 
fortunato rivale del Molière, se avesse avuto tempo di ritoccare le 
sue commedie; e come se questa tanto esilarante quanto bizzarra 
accusa non bastasse, vedendo che io consiglio ai giovani la lettura 
delle opere alfieriane, mi denunzia quasi un arrabbiato gallofobo 
ai Brachet suoi compaesani. E si capisce. 11 signor D'Avezac va- 
gheggia un' Italia molto diversa da quella che è divenuta. « N'est- 
« ce pas à toi, » egli le dice in un pistolotto sentimentale, che 
chiude il suo lavoro, « n'est-ce pas à toi, que Dieu a commis la 

« garde de son Vicaire, et du Pére commun de tous les fidèles? 

« Ce n'est pas pour toi, Italie de Raphael, de Canova et de 
« Bellini, que Virgile a écrit un vers immortel: Tu regere 

« imperio populos Les vieux Romains sont morts : tes en- 

« fants, insouciants et nus, vaguent en chantant sur les plages 
« ensoleillées... ». Ahimé, qui sta il male, caro signor D'Avezac! 
Gli Italiani ormai da un pezzo vanno vestiti e non cantano che 
ben poco, perchè han troppe altre cose da fare, che non sono 
precisamente quelle nelle quali Ella vorrebbe vederli occupati. 
(1) Ultime volontà di V. Alfieri, in Vita, p. 472. 



l'alfieri poeta comico 67 

venissero pubblicate le edizioni rubategli del Principe e 
della Tirannide, « di fare immediatamente stampare in 
Inghilterra il Misogallo, e spanderlo abbondantissimamente 
in tutta Italia, affinchè servisse di commento e di con- 
travveleno a tutte le sinistre interpretazioni ed effetti », 
che dalla pubblicazione di quei suoi scritti potessero 
nascere. E quando le seppe, non ostante i suoi divieti, 
divulgate, tanto dolore ne provò da asserire che volentieri 
avrebbe dato dieci anni di vita per impedirlo. Eppure 
nella stessa lettera in cui chiedeva lagrimando all'amico (1), 
se esso e gli altri onesti lo disprezzassero, odiassero o 
disistimassero in causa di quegli scritti, noi troviamo la 
confessione ch'egli approvava di bel nuovo solennemente 
tutto quanto aveva in essi propugnato: l'odio all'oppres- 
sione, l'amore alla libertà. D'onde in lui questa che par 
contraddizione? Da questo: ch'egli temeva non altri il 
credesse fautore di quella rivoluzione, di cui stimava 
verissimi e sacrosanti i principi, ma i mezzi inutilmente 
iniquissimi (2); per segregarsi: « una volta per sempre 
dall'infame ceto degli schiavi presenti, che non potendo 
imbiancar sé stessi, si compiacciono di sporcar gli altri, 
fingendo di crederli e di annoverarli tra i loro ». « Io per 
aver parlato di libertà, continua l'Alfieri, sono un di quelli 
che essi si associano volentieri, ma me ne dissoderà il 
Misogallo ampiamente poi, anche agli occhi dei maligni 
e degli stupidi, che sono i soli che mi posson confondere 
con codestoro ; ma disgraziatamente, queste due categorie 
sono i due terzi e mezzo del mondo » (3). 

Non appartiene all' istituto nostro il ricercare se a 
dritto a torto l'Alfieri professasse per la rivoluzione 



(1) Lettera all'Abate di Caluso, gennaio 1802, in Vita, p. 458-9. 

(2) Misogallo, Prosa II, p. 47. 

(3) Vita, p. 307. 



68 l'alfieri poeta comico 

tanto abborrimento quanto appena nutrì per la tirannide. 
Bicordi ad ogni modo chi lo condannasse, che fra le in- 
famie, non superate se non ai dì nostri, di imbestialita ca- 
naglia, fra tante stragi di innocenti, non si potevano 
certo vaticinare prossimi i benefici effetti che pure ha 
partorito quel terribile commovimento sociale. Ma co- 
munque sia di ciò, nell'animo dell'Alfieri all'odio per il 
dispotismo si aggiunse tenace, implacabile l'odio per la 
signoria di plebe. Né il secondo distrusse il primo: in 
quel petto, acceso dei più generosi sensi , entrambi tro- 
varono ricetto e si palesarono poi vivacissimi nelle quattro 
commedie politiche, dirette a combatter la tirannide « sotto 
qualunque o placido o frenetico o stupido aspetto ella si 
manifesti o si nasconda ». La tetralogia non è adunque 
se non una nuova arma, della quale il poeta si servì 
per difendere la causa della libertà e degli umani diritti. 

Al suo ingegno impaziente di vane contemplazioni, 
sdegnoso di vagheggiare ideali non raggiungibili, non 
bastava additare il male, non bastava combatterlo; ei 
volle far di più : indicarne il rimedio. Ed il suo intento 
appariva tanto chiaro e palese; le sue conclusioni racco- 
glieansi così evidenti ed ardite dalle commedie, che coloro 
ai quali fu affidato il pietoso incarico di darle, dopo la sua 
morte, alla luce, ebbero paura degli effetti che ne pote- 
vano derivare. Lo splendore era troppo vivo; si cercò di 
gettarvi un po' d'ombra: la voce del poeta suonava troppo 
alta condanna per i governi che allor reggevano l'Europa, 
perchè non giungesse sgradita all'orecchio di molti, per- 
chè non si giudicasse opportuno ammorzarla alquanto ; e 
alla IV commedia fu così premessa una Osservazione 
dello stampatore. Novella prova della tristizia dei tempi, 
essa mira a dissimulare il concetto dell'autore, affermando 
che egli non volle « fare allusione a chicchessia o a qual- 
sivoglia stato di cose »; e, « per toglier di mezzo ogni in- 



l'alfieri poeta comico 69 

temperante riflessione », aggiungendo che l'Alfieri « non 
si curò... finche visse, di dare loro (alle commedie) l'ultima 
mano, non che di produrle alla luce ». « Il che, ripeteva 
lo zelante e ben pensante stampatore, esclude parimenti 
ogni qualunque altro scopo che si volesse irragionevol- 
mente supporre » (] ). Misere menzogne, poveri sotterfugi 
i quali destano piìi compatimento che sdegno. Ma se in 
Toscana, nel 1804, non si poteva, ne si osava proclamare 
a fronte alta il vero, per noi, risorti felicemente, miraco- 
losamente quasi, a libertà, è sacro debito di far conoscere 
ed apprezzare come si conviene quello che potrebbe dirsi 
il testamento politico dell'Alfieri ; che non piccola gloria 
ne viene all' anima severamente onesta di lui , il quale, 
se fece segno di tanta ira il diadema regale dei despoti, 
non odiò meno, ricordiamolo, la purpurea mitra di libero 
galeotto (2), di cui con sì sfacciata ostentazione i liberati 
galeotti vanno ora imberrettandosi a ludibrio di ogni 
onestà e d'ogni pudore. Ed è con vera compiacenza che 
dal poeta odiator dei tiranni noi ci sentiam dire che 
« un re... un ente pure che porta il nome di re, e che 
vuole a costo del trono, della vita e perfin della propria 
fama, porre in libertà il suo popolo, fra cui egli pur 
non è schiavo, e nella di cui libertà egli perde molta 
potenza e ricchezza, senza altro acquistarvi che gloria e 
anche dubbia; un tal re riesce di tanta sublimità, che 
agli occhi di un popolo non libero egli dee parer più pazzo 



(1) II bello si è che, allo scopo di comprovare la sua asserzione che 
« l'Alfieri non prese molto interesse per queste commedie », l'Au- 
tore AeW Osservazione adduce quel passo della Vita in cui il 
poeta scrive che dopo averle verseggiate le aveva messe in di- 
sparte per « lasciarle maturare e limarle ». Ma questo dimostra 
per l'appunto l'opposto ! 

(2) Misogallo, Prosa IL p. 44. 



70 l'alpieki poeta comico 

assai che sublime » (1); giacché con queste profetiche 
parole egli ha tessuto il più splendido elogio con cui si 
possa onorare la memoria dei grandi, ai quali Italia 
deve la sua unità, la sua risurrezione (2). 

Non minore interesse di quello che presentano a chi 
vi ricerchi lo svolgimento e l'esplicazione dell'idea poli- 
tica nella mente del poeta offrono le quattro commedie 
a chi le consideri sotto l'aspetto letterario. In esse, infatti, 
l'Alfieri mirò a tradurre in atto quel concetto che erasi 
formato dell'indole e dello scopo del teatro comico, con- 
cetto in molta parte tutto suo, che se non sembrerà (come 
non è realmente) tale da venir approvato e seguito, me- 
rita ad ogni modo per l'alto senso morale che lo informa 
e per il grande ingegno che lo escogitò, di essere esa- 
minato, ponderato e discusso. Già fin dal 1790, quando 
l'Alfieri ideava la dodecalogia, eraglisi radicato nell'animo 
il convincimento che tutti i popoli, e più i moderni, ave- 
vano errato sull'utilità e sui mezzi di « quella sublime 
parte di lettere e di governo, che è il Teatro e principal- 



(1) Parere sulle tragedie. UAgide. 

(2) Deir« Idea politica nella mentaci V. Alfieri » ha trattato 
molto bene in un suo discorso inaugurale il prof. T. Sanesi. In 
esso però trovo espressa l'opinione che l'Alfieri non sia stato mai 
repubblicano « nella significazione ristretta in cui è usata da circa 
un secolo questa parola »; ma che per lui repubblica sonasse come 
per gli antichi « uno Stato civile d'onde è sbandito l'arbitrio, 
dove liberamente e virtuosamente si vive, dove il governo è fon- 
dato sulla giustizia e rispetta esso stesso le leggi » (p. 12). lo 
credo invece, come ho già detto (p. 62), che Vittorio Alfieri sia 
stato in sua gioventù repubblicano, nel senso odierno della pa- 
rola; repubblicano a suo modo, ben s'intende, giacché per lui 
governo di popolo non ha mai voluto dire governo dì plebe; e se 
la rivoluzione francese lo ebbe avversario accanito, egli è perchè 
appunto la considerava opera di plebe; qual fosse per lui il vero 
popolo francese vedasi nel Mìsogallo (Prosa li, p. 28 e 29). 



l'alfieri poeta comico 71 

mente il comico »: convincimento che esplicava quindi, 
confortandolo di sodi argomenti, in un luogo molto note- 
vole della Vita. « Chi vuole che le commedie restino, 
egli vi dice, deve pigliare a deridere ed emendare l'uomo; 
ma non l'uomo d'Italia, più che di Francia o di Persia; 
non quello del 1800, più che quello del 1500 o del 2000; 
se no perisce con quegli uomini e quei costumi il sale 
della commedia e l'autore ». Perciò, pur provandosi a 
scrivere una commedia « nell'andamento moderno di tutte 
le commedie che si vanno facendo, e delle quali se ne 
può far a dozzina, imbrattando il pennello nello sterco 
che si ha giornalmente sotto gli occhi », per non aver 
taccia di non saperla fare, volle comporre le altre in 
modo che riuscissero « adattabili ad ogni tempo, luogo 
e costume ». « Questo mio secolo, aggiunge a guisa di 
spiegazione, scarsetto anzi che no d'invenzioni, ha voluto 
pescar la tragedia dalla commedia, praticando il dramma 
urbano, che è come chi direbbe l'epopea delle rane. Io 
all'incontro, che non mi piego mai se non al vero, ho 
voluto cavare (con maggior verisimiglianza mi credo) 
dalla tragedia la commedia; il che mi pare più utile, 
più divertente e più nel vero; poiché dei grandi e potenti 
che ci fan ridere si vedon spesso; ma dei mezzani, cioè 
banchieri, avvocati o simili, che si facciano ammirare, 
non ne vediamo mai; ed il coturno assai male si adatta 
ai piedi fangosi » (1). 

L'Alfieri era adunque avverso, come per altre ragioni era 
stato Carlo Gozzi, a quel genere drammatico, ch'egli 
denota qui col nome di « dramma urbano » ed altrove 
di « tragedia urbana » (2); genere, che, sorto in Francia a 
metà del secolo XVIII, aveva così rapidamente acquistato 



(1) Vita, Ep. IV, cap. 29, p. 314-15. 

(2) Prefaz. a\V Abele, p. 8. 



i 

72 l'alfieri poeta comico ^ 

favore, estrinsecandosi nella comédie larmoyante e nel 
drame hourgeois^ e facendo spargere fiumi di lagrime ai 
cuori sensibili di quel tempo. 11 dramma borghese, nato 
da quel commovimento di idee che agitò tanto largamente 
il secolo, era la rivendicazione filosofica e letteraria del 
terzo stato. Intento a rappresentare i dolori, i patimenti 
di un semplice borghese in contrasto colla società, di uno 
di quei banchieri^ avvocati o simili^ così sdegnosamente 
ricordati nel luogo or citato, esso non poteva che irritare 
le suscettibilità aristocratiche dell'Alfieri in fatto d'arte. 
L'Alfieri non poteva o non voleva ammettere (e qui sta 
il suo errore) che persone mezzane, come le chiama lui, 
cioè non grandi e non potenti, fossero capaci di suscitare 
ammirazione o compianto. In fin dei conti egli non faceva 
che tenersi stretto ai precetti della drammatica antica: 
nella tragedia greca deità, eroi, monarchi erano i soli per- 
sonaggi considerati degni di apparire sulla scena, di cal- 
zare il coturno — per usare la solita frase. Conseguente- 
mente egli stimava assai più naturale cavar la commedia 
dalla tragedia: in ciò pure ossequente ai precetti antichi. 
Con Orazio concedeva che la tragedia, quale pudibonda 
matrona costretta in dì solenne a prender parte a sacra, 
ma tumultuosa danza, scendesse fino a diventar commedia; 
ma per poco: 

Intererit Satyris paulum pudibunda protervis. 

Sovra questo punto però non riputiamo né necessario, 
né utile disputar se l'Alfieri avesse torto o ragione. Troppo 
grande é il cangiamento operatosi in cent'anni al più 
nelle idee e nei costumi. Quella che l'Alfieri chiamava 
la « divina Tragedia », come ognun vede e sa, é ormai 
morta e sepolta, e sulla sua tomba si è innalzato il seggio 
al dramma che risponde meglio alle aspirazioni del senti- 
mento moderno. Discutibile invece è la asserzione del- 



l'alfieri poeta comico 73 

l'Alfieri che un poeta comico, se non vuole che la propria 
opera muoia con sé, debba descrivere e porre in ridicolo 
i vizi degli uomini, facendo astrazione dai costumi del 
tempo in cui vive. Chi volesse applicare questo principio 
alla lettera, verrebbe a concludere che le opere di Ari- 
stofane e di Molière son morte con essi, giacché e l'uno 
e l'altro ritrassero i costumi del secolo in cui fiorirono. 
L'Alfieri ha torto. Il poeta comico deve non evitare di 
dipingere gli uomini del suo tempo ed i loro costumi, 
ma saperne studiare e scrutare il cuore, mettere sulla 
scena persone vive, non ombre. E se riesce a far questo, 
poco importa che vestano il pallio o la toga, il giusta- 
cuore la giubba, che parlino il più puro dialetto attico 
la lingua di Kabelais. Se il poeta ha saputo ritrarne 
i vizi, le passioni, le debolezze, essi vivranno eterni e 
susciteranno sempre ne' posteri quel sorriso che provoca- 
rono nei contemporanei. Ma l'Alfieri tanto era fisso nella 
sua opinione, da negare (cosa che non può non recar 
stupore) la splendida ed immortale freschezza dei tipi 
comici creati da Aristofane. « Questo maligno e poco lon- 
gevedente poeta comico, ei dice, è tutto disseminato di 
tratti pungenti ad un tempo ed ottusi, per non aver 
voluto estendere ad altri tempi e luoghi le sue inten- 
zioni: onde, senza comento, non s'intendeva fuor d'Atene 
ai suoi tempi e coi cementi male s'intende fra i posteri » (1). 
Giudizio non solo irriverente, ma falso : falso perché fon- 
dato sulla parte meno importante dell'opera aristofanea. 
Certo nelle splendide commedie del grande Ateniese vi 
son giuochi di parola intraducibili, allusioni oscure, frizzi 
che ci lasciano freddi, mentre avranno fatto scoppiare dalle 
risa gli spettatori; ma questa é la parte men degna di 



(1) Lettera all'Abate di Caluso, del 30 giugno 1801, in Vita, 
p. 452. 



74 l'alfieri poeta comico 

osservazione, la parte caduca dell'opera. La parte immor- 
tale di essa invece sta nella dipintura dell'uomo, le cui 
passioni, i cui vizi son sempre gli stessi, quantunque i 
luoghi, i tempi, i costumi si cangino: onde il Socrate 
sofista, il Cleono demagogo, il maniaco per i processi, le 
donne emancipate, pressoché tutti insomma i personaggi 
aristofaneschi, son tipi de' quali ancor oggi si possono tro- 
vare i modelli. Giacché nulla può fare che i mille affetti 
nostri mutino di natura : e ciò che ha fatto un tempo palpi- 
tare, fremere e sorridere, farà palpitare, fremere e sorridere 
sempre. Tutto sta a riuscirvi, e l'Alfieri non v'è riuscito. 
Non che gli siano mancate tutte le qualità, tutte le 
attitudini dell'ingegno a scriver commedie. Anzi la sua 
natura, ch'egli stesso riconosceva inclinatissima a cogliere 
il lato ridicolo delle cose, gli poneva in mano un' arma 
terribile , l' istrumento più potente della commedia : la 
satira. L'esame dell'ultima sua commedia, il Divorzio, di- 
mostrerà meglio quanto ora ci limitiamo ad affermare. 
La infelicità delle quattro commedie esaminate proviene 
adunque essenzialmente dalla applicazione della erronea 
dottrina dell'autore sull'indole della commedia: in parte 
non lieve poi dalla difficoltà somma dell'argomento che 
egli avea scelto. Svolgere uno dei più ardui problemi 
sociali sotto forma drammatica, quella cioè che meno si 
presta a tale trattazione, non è impresa di piccolo mo- 
mento. E l'Alfieri lo vedeva meglio d'ogni altro. « L'enorme 
difficoltà di queste quattro commedie, scriveva infatti il 
20 settembre 1800, o per dir meglio, di questa sola com- 
media di venti atti, sarà il trovare l'arte di fare ingoiare 
all'uditore le tante e tante ripetizioni di pensieri e di 
cose e di caratteri che la somiglianza de' soggetti porta 
seco di necessità. Bisognerà dunque supplire sempre al 
difetto inerente al soggetto quadruplicato colla originalità 
dell'espressione, cogli episodi, caratteri variati quanto si 



l'alfieri poeta comico 75 

potrà, allegria d'immagini e di stile. Voglio sperare che 
se il buon padre Apollo mi ha pur favorito in questa età 
di cinquantadue anni col darmi il brio ed il fervore per 
inventarle, mi darà poi anche il pennello per ben eseguirle 
fra qui e gli anni 60 : età alla quale, fatte o non fatte, 
non ci porrò più certamente la mano » (1). 
Ma il buon padre Apollo pare abbia fatto il sordo. 



V. 
La Finestrina. Il Divorzio. 

La quinta commedia è di un genere affatto diverso 
dalle quattro che la precedono: « fantastica, poetica ed 
anche di largo confine » la dice il poeta; noi la chiame- 
remmo più volentieri allegorica. La Finestrina, quan- 
tunque non abbia che parzialmente ricevute le ultime 
cure dell'autore e pecchi quindi di trascuratezza nella 
forma e nel verso, di prolissità nell'insieme, è tuttavia di 
piacevol lettura. L'intreccio tenuissimo però, è, se dobbiam 
dire il vero, quasi più conveniente ad un dialogo lucia- 
nesco, che ad una vera commedia. 

Le ombre dei beati dimoranti nei Campi Elisi hanno 
richiamato l'attenzione di Giove sopra la strana condotta 
de' giudici infernali, Radamante, Eaco, e Minosse, i quali 
mandano da qualche tempo nelle loro sedi più bricconi che 
galantuomini. Giove invia nell' Averne Mercurio perchè si 
accerti se le lagnanze son giuste ed assista a qualche giu- 
dizio. Mercurio arriva, desta i giudici, li strapazza e ordina 
loro di assidersi nel tribunale ed alla sua presenza adem- 



(1) Questa nota inedita sta nel ms. 8, dopo il sunto deìV Antidoto. 



76 l'alfieri poeta comico 

pire al debito loro. Essi però gli spiegano come facciano a 
regolarsi nel dare giudizio sui meriti e sulle colpe delle 
ombre illustri, alle quali, appena varcato il fiume fatale, 
spunta sul cocuzzolo un corno. Prima fra le ombre appa- 
risce pertanto quella d'un abitante di Saturno che, essendo 
re, aveva concepito l'ingegnoso disegno di avvicinare per 
mezzo d'argani il suo globo al sole e così ottenere maggior 
calore: ma i sudditi annoiati sul piti bello gli avean fatta 
la festa. Eaco ammira il grandioso disegno, Kadamante 
pure, soltanto Minosse non prende parte a quest'ammira- 
zione; ma vincono gli altri due e il Saturnisco è giu- 
dicato degno degli Elisi. Si presenta poi una Lunatina 
che racconta di aver voluto emancipare il suo sesso dalla 
tirannia de' maschi: i giudici si entusiasmano di bel nuovo 
e mandano l'emancipatrice nelle sedi dei beati. Ma ecco 
un'ombra di aspetto maestoso ed imponente : è Maometto, 
che parla con arroganza, e chiede, in premio de' suoi 
grandi fatti, di esser onorato di un seggio a nessun altro 
secondo. La sua impudenza irrita Minosse, ma colpisce 
d'ammirazione gli altri due che voglion mandar lui pure 
negli Elisi. Minosse s'oppone, perchè non può esser sti- 
mato degno di eterna beatitudine chi ha disprezzato 
Giove: Eaco e Kadamanto persistono nella loro determi- 
nazione e Mercurio, pien di stizza, ritorna in fretta e in 
furia all'Olimpo, parendogli d'averne veduto abbastanza. 
Maometto intanto penetra negli Elisi, dove incontra tosto 
le sue due mogli, uccise dopo la sua morte perchè gli te- 
nessero compagnia nei regni bui. Desideroso di trovarsi coi 
grandi che abitano colà, egli tenta sbarazzarsi delle due 
donne, ma inutilmente, poiché, appena ha incontrato Confu- 
cio, ecco corrergli incontro la sua prima moglie, rammentan- 
dogli i suoi benefici. Confucio lo lascia allora con mal garbo; 
e Maometto, liberatosi da Cadisca, cerca di intrattenersi 
con Omero, quand'ecco piombargli addosso Mercurio che 



l'alfieri poeta comico 77 

lo trascina dinanzi al tribunale e, toccandogli il petto 
colla sua verga, vi apre una finestrina che lascia agli 
attoniti giudici conoscere tutti i suoi malvagi pensieri, 
i celati delitti. Dopo di lui la sua Cadisca è sottoposta 
di bel nuovo al giudizio e con lei il Saturnisco e Confucio, 
dei quali la finestrina svela le colpe e l'ipocrisia. Ma la 
Lunatina, che ha visto sì nuovo metodo di giudicare ed 
è sfuggita per caso al messaggero di Giove, mette a ru- 
more gli Elisi: le ombre tumultuano perchè non vogliono 
né finestrino né spacchi che compromettano la loro feli- 
cità. I giudici spaventati fuggono; Mercurio, a cui mi- 
nacciano di aprir pure in petto la finestrina, vista la 
mala piega che prendon le cose, promette che nessuna 
più se ne aprirà; e le Ombre conchiudono: 

Grandi, o grandone, o seinigrandi, o nane, 

Ombre siam noi d'uomini al mondo stati: 

Sì, noi chiediam che sempre ben turati, 

Ghiavistelliati, 

Toniate sempre, o Deità sovrane, 

I finestrin delle magagne umane. 

« Lo scopo della commedia, scriveva l'Alfieri nel 
ms. VII, è d' indagare nei più astrusi nascondigli del 
cuor dell'uomo le vere ragioni del suo operare sì in bene 
che in male e mettere in evidenza il vero invece del- 
l' apparente che vien creduto dai più e dall'effetto delle 
cose non ne sapendo giuste le cause ». Ma partendo dal 
principio che tutte le azioni e buone e cattive degli uo- 
mini hanno una causa vera, che non è quella apparente, 
era facile cadere nell'esagerazione, e l'Alfieri, per quanto 
ci pare, non l'ha evitata. Anzi, mostrando nella commedia 
che vera grandezza non esiste, e « che l'uomo grande è il 
men piccolo ed il buono è il men reo: ma che non si 
dee avvelenare le buone opere colla finestrina dell'inve- 
stigarne il perchè »; e che i grandi sono di due sorta: i 



78 l'alfieri poeta comico 

giovevoli ed i nocivi, e che talvolta i primi hanno nociuto 
volendo giovare, e i secondi giovato volendo nuocere (1) ; 
sembrerebbe quasi abbia voluto concludere che vera gran- 
dezza non esiste e che quanti fanno o fecero azioni gloriose 
e magnanime, furono spinti non dall'intimo desiderio di 
operare il bene, ma da cause alla fin de' conti ignobili, 
quali sarebbero la cupidigia di fama, di onori o di ric- 
chezze. Senonchè l'Autore si proponeva terminare « mo- 
ralissimamente», e, temperando i colori forse un po' troppo 
vivi del suo quadro, esprimere la necessità che v'è per 
tutti di tollerare i difetti altrui se si voglion veder tollerati 
i propri: ciò che ci toglie la possibilità di accusarlo di scet- 
ticismo soverchio. 

Siamo così giunti alla sesta e forse più importante di 
tutte le commedie del Nostro: Il Divorzio; ch'ei diceva 
ultimissimo parto di mia stanca musa quinqiiagenaria, 
e scritta « nell'andamento moderno di tutte le commedie 
che si vanno facendo, e delle quali se ne può far a doz- 
zina, imbrattando il pennello nello sterco che si ha 
giornalmente sotto gli occhi » (2). Quantunque protestasse 
poi esserne molta la trivialità, poco il diletto e nessuno 
l'utile, tuttavia non poteva a meno di esercitare potente 
attrattiva su di lui un argomento quale il matrimonio 
de' nobili suoi pari, fatto e disfatto ad un'ora in causa 
della scostumatezza di quel tempo in cui fioriva l'istitu- 
zione del cavalier servente: e difatti così si esprimeva 
nella nota, che venne poi stampata, quasi prefazione alla 
commedia: « Questa è la più lunga di tutte le mie sì 
tragedie, che commedie. Si esamini poi se si dovrà le- 
vare un dugento versi, e dove, e come. Certo se non mi 
fossi allacciato di continuo scrivendola, coli' annotarne ed 



(1) Vedi la nota dell'Autore nell'Atto V, se. V, p. 217. 

(2) Vita, p. 31.5. 



l'alfieri poeta comico 79 

economizzarne i versi, tanta è la piena del ridicolo, che 
dà il soggetto, che invece di mille e settecento versi non 
mi sarei forse saziato di tremila » (1). 

Il Divorzio è di conseguenza una satira così violenta, 
che per asprezza può reggere al confronto con parecchi 
fra i più celebrati modelli di tal genere. I personaggi, ad 
eccezione di tre, hanno un carattere o volgare o abbietto: 
avidi di piacere, di lusso, di ricchezza, non pensano che 
al modo di spassarsela. Agostino Cherdalosi, patrizio geno- 
vese (2), sarebbe uomo d'indole onesta, ma la soverchia 
avarizia lo rende spregevole a noi, odioso alla moglie 
Annetta, donna scostumata e superba, che si crede bella, 
colta, vivace. La figliuola Lucrezia è avvenente, ma civetta, 
mal educata, disamorata e di pessimo carattere ; seguendo 
le orme della madre, amoreggia con tutti coloro che ca- 
pitano in sua casa, ma preferisce agli altri il conte 
Ciuffini, letteratuccio , che è però il primo cavaliere ser- 
vente di Annetta, la quale non si accorge di nulla. 
Intorno a costoro si aggruppano altri personaggi secondari : 
il cavalier Piantaguai, che doveva rappresentare, nel con- 
cetto del poeta, il « capitano tedesco italianato o italiano 
intedeschito », ma che invece è rimasto affatto nell'ombra 
quale un semplice parassita ; ed il prete di casa, D. Tra- 
mezzino, incaricato di educare la figlia del padrone, e 
che invece di insegnarle a scrivere l'aiuta negli intrighi 
amorosi. Un avvocato birbante ed un medico dello stesso 



(1) Ms. 9. 

(2) Genova era considerata come la culla del cicisbeismo e 
sulle vicende di questa curiosissima fra le costumanze del secolo 
scorso vedasi il bel lavoro del mio Achille Neri, / Cicisbei a 
Genova, in Costumanze e soWazsi (Genova, 1883, p. 117-216), deve 
anche dalla commedia alfieriana l'Autore ha tratto alcune tinte 
atte a colorire la sua vivace pittura. 



80 l'alfieri poeta comico 

stampo chiudono la schiera dei frequentatori di casa 
Cherdalosi. 

Tutt'altriraenti si governa la famiglia Benintendi, della 
quale è capo Settimio, uomo maturo che ha molto viag- 
giato , per abitudini, costumi e principi diversissimo 
dalla comune dei suoi pari. Con paterno affetto e solleci- 
tudine esso ha educato l'unico figlio Prospero, giovinetto 
di ottima indole, ricco di pregi fisici e morali. Prospero, 
recandosi talvolta in casa Cherdalosi, rimase colpito dalla * 
bellezza di Lucrezia, che con poche moine facilmente riuscì 
a conquistare il cuore dell'ingenuo giovane, il quale, ve- 
dendo avvicinarsi il tempo fissato dal padre per intra- 
prendere un viaggio di qualche anno attraverso l'Europa, 
è mezzo disperato e non osa svelare a Settimio il suo 
amore, dubitoso com'è che Lucrezia non gli corrisponda. 
Ma costei, che aspira a prender marito presto per fare 
a suo modo, viste le irresolutezze di Prosperino, gli dà il 
colpo di grazia, mandandogli un biglietto in cui gli si svela 
amante e lo prega a non partire. Prospero, accecato dalla 
passione, non s'accorge dell'esagerazione e quindi della 
falsità dei sentimenti espressi da Lucrezia: ben se n'ac- 
corge Settimio, cui il figliuolo mostra la lettera, chie- 
dendo di sospendere il viaggio e di poter togliere in 
moglie la fanciulla. Il padre, che conosce costei e la fa- 
miglia, cerca di aprirgli gli occhi; ma non riuscendovi, 
lascia libertà al figlio di far come gli piace. Questi non 
vuol frapporre indugi, e Settimio, sperando che gli avve- 
nimenti gli debbano dare ragione, si piega a recarsi in 
casa Cherdalosi ed a domandare per Prospero la mano 
della fanciulla. La richiesta è accettata da tutti con 
gioia; ma passato il primo momento di compiacenza, An- 
netta si dà premura d'avvertire la figlia che il suocero 
non le permetterà di far troppo a suo modo e che dovrà 
assoggettarsi a molti sacrifici: 



l'alfieri poeta comico 81 

Vorrà che la su' nuora 
Faccia da balia e dispensiera e cuoca 
Ed altro se bisogna. Non gli piace 
Il teatro serale: non gli piace 
Né un, né molti, il cicisbeo continuo: 
Non gli piace la Messa fuor di casa; 
Né i Vespri, né i perdoni: non gli piace 
Lo spillatico fisso disponibile : 
Non gli piace i parenti aver per casa. 
Né, molto men, gli amici della casa 
Paterna: insomma, niente, niente piacegli 
Di quel ch'usa e che piace a tutte noi (1). 

La fanciulla, che sposava Prospero per poter fare e 
disfare liberamente, si conturba e si pente d'avere legata 
con troppa sollecitudine la sua parola. Ma v'è altro: il 
Ciuffìni, innamorato di Lucrezia, e che l'avrebbe vista 
senza dispiacere maritata ad un uomo maturo, non può 
sopportare il pensiero che essa sposi un bel giovinetto 
quale il Benintendi, di cui presto o tardi finirà ad in- 
namorarsi. Le scene in cui il Ciuffini e Lucrezia parlano 
dei loro amori senza insospettire D. Tramezzino, sono fra 
le più briose che l'Alfieri abbia scritte e meritano d'es- 
sere conosciute dai lettori. 

Scena Quarta. 
Ciuffìni, Lucrezia, D. Tramezzino. 

Ciuffìni. 

Le vengo a dar dei primi, il mi rallegro . . . 
Ma, e' non v'è la sur' Anna? 

Tramezzino. 

È ita fuori 
Per poco più d'im'ora: e m'ha ordinato 
Di far gli onori della casa. E fuori 
Anche il sur Agostino. 



(1) Atto HI, se. I, p. 269. 

NovATi, Studi critici e letterari. 



82 l'alfieri poeta comico 

' Ciuffini. 

Dunque siete, 
Don Tramezzino, or voi la mamma e il babbo. 

Lucrezia. 

E poi, da me son ben d'età bastante 
A saper custodirmi. La s'accomodi. 
Signor Conte. Maestro, dite, portingli 
La cioccolata; ch'ei la suol pigliare. 

Tramezzino. 

Giovanni; ehi 

Ciuffini. 
Due parole, anima mia. 
Ti vorrei dir: vuoi tu farmi morire? 

Lucrezia. 
Zitto; aspetta. 

Tramezzino. 

Giovanni? 

Lucrezia. 

Ei sarà ito 
Giù in dispensa. 

Tramezzino. 

D'un salto lo raggiungo. 



Scena Quinta. 
Ciuffini e Lucrezia. 

Ciuffini. 

Di Prosperin tu sposa? tu vuoi farmi 
Dunque morire? 

Lucrezia. 

Non ti sgomentare. 
Tutto fo per uscir di questa casa, 
E poterti trattar; giacché, pur troppo (1), 
Lo sposarti è impossibile. 



(1) Certo per error di stampa nell'edizione pisana trattare. 



l'alfieri poeta comico S9 

Ciuffini. 

Ma in braccio 
D'altri vederti, o cielo! 

Lucrezia. 

Ma, e non mai' 
Poter vederci, né parlarci 

Ciuffini. 

Almeno 
Fossi tu d'altri sposa; ma d'un tale 
•Giovanetto si bello 

Lucrezia, 

Ei non è bello 
Per me; di lui nulla m'importa: il mezzo 
In lui sol veggo e cerco all'amor nostro. 

Ciuffiììi. 
Eppur tu mi disperi, se lo sposi. 

Lucrezia. 
Dunque hai più caro di non mai potermi 
Né pur parlare? 

Ciuffiìii. 
Zitta, ch'ei ritorna. 



Scena Sesta. 
Tramezzino e detti. 

Tramezzino. 

Quel balordo di Gianni, ei non l'aveva 

Neppure posta al fuoco, e se n'er'ito 

r non so dove. L'ho riscaldat'io 

Per far più presto, e Tho frullata ed eccola. 

Ciuffini. 

Oh davver, garbatissimo il maestro. 
Caspita; ed é preziosa, un ripostiere 
Non la fa meglio. 



84 l'alfieri poeta comico 

Lucrezia. 

Eh; il maestrin riesce 
A quel ch'ei vuole; ed è tanto compito . 
Ma badate: la furia è stata tanta, 
Che vi siete scordato de' crostini. 

Tramezzino. 
Diamine, è vero: è rimediato subito. 



Scena Settima. 
Ciiiffìni, Lucrezia. 

Lucrezia. 

La mamma, insomma, di te non sa nulla; 
E di tutt'altri dubita : per quanto 
Pensato io ci abbia, e ripensato, credimi 
Non v'è altro mezzo all'amor nostro. 

Ciuffìni. 

Tutto, 
Tutto fai, fuorché questo. Disperato 
A un qualche eccesso mi trarrai, se sposi 
Tu Prosperino. 

Lucrezia. 

Ebben, via, datti pace. 
Non lo farò. 

Ciuffini. 
Ma corsa è la parola. 

Lucrezia. 
Non ci pensar. 

Ciuffini. 
Deh, pregoti. 

Lucrezia, 

Tel giuro (1). 



(1) Atto III, se, IV, p. 275 e sgg. 



l'alfieri poeta comico 85 

Né manca alla promessa. Prospero, che giunge poco 
dopo più innamorato che mai, è da lei accolto con fred- 
dezza strana; egli se n'adonta: ella lo maltratta e, scam- 
biate poche, ma acerbe parole, gli annunzia tutto esser 
finito fra loro, indi si ritira. A strappare il povero amante 
allo stordimento in cui lo ha gettato la indegna condotta 
di Lucrezia sopraggiungono il padre e l'amico Warton, 
Informati dell'avvenuto, ne esultano e tosto sollecitano il 
giovane a fuggir da quella casa promettendogli di nar- 
rargli vita e miracoli della sua futura. 

A costei fa mestieri affrontare l'ira di Agostino, il quale 
non riesce a comprendere perchè le nozze che pareano 
tanto desiderate dai due giovani, siano così repentina- 
mente rotte. Le scuse che trova Lucrezia non lo per- 
suadono; sospettando, e non a torto, che gli si voglia 
nascondere qualche brutto intrigo, va sulle furie e mi- 
naccia di chiudere madre e figlia in un convento. Ma 
Annetta, avvezza da trent' anni a menare per il naso il 
marito, non si sgomenta : anzi, per calmarne lo sdegno e 
imporre in pari tempo silenzio alle cattive lingue, propone 
alla figliuola di accettar la mano di sposo dal signor 
Fabrizio Stomaconi, che di lei è da tempo invaghito. 11 
partito ripugna un poco a Lucrezia: lo Stomaconi è 
vecchio, brutto, sdentato, però ricco e bonario: meglio 
insomma sposar lui che entrare in convento! Le nozze 
son quindi tosto decise ; lo Stomaconi pare fuor di sé 
per la gioia: Agostino si placa, accorgendosi che senza 
sborsare una grossa dote, collocherà onorevolmente la 
ragazza: Annetta è alla sua volta lietissima, perchè, a 
suo senno, prepara la scritta nuziale che assicura a Lu- 
crezia denari e piena libertà. I capitoli son letti ed appro- 
vati da tutti, fuorché da. Agostino, il quale li trova inde- 
corosi per il marito. Ma costui, se ha i denti guasti, ha 
buono lo stomaco; e contento lui, contenti tutti. La sposa 



86 l'alfieri poeta comico 

è invitata, esercitando un diritto concessole dal contratto, 
a far noto chi scelga per suo primo cavalier servente, ed 
essa nomina il Ciuffini, Lo stupore e la collera della 
madre a questo annuncio sono indescrivibili; la festa è 
turbata dai suoi furori : ognuno si ritira, ed Agostino, ri- 
masto solo, sfoga in un'acerbissima invettiva l'accolto 
sdegno contro la corruzione del proprio tempo, corruzione 
che esso vitupera, pur riconoscendosi impotente a repri- 
merla : 

fetor de' costumi Jtalicheschi, 

Che giustamente fanci esser l'obbrobrio 

Di Europa tutta, e che ci fan perfino 

De' Galli stessi reputar peggiori! 

Oh qual madre', oh che scritta! oh che marito! 

Ed io qual padre! Maraviglia fia 

Che in Italia il Divorzio non s'adoperi, 

Se il matrimonio Italico è un Divorzio? 

Spettatori, fischiate a tutt'andare 

L'autor, gli attori e l'Italia e voi stessi; 

Questo è l'applauso debito ai vostri usi. 

Abbiamo "già avuta occasione di osservare che nel Di- 
vorzio l'Alfieri ha dimostrato egli stesso la falsità delle 
opinioni da lui professate intorno all' indole, all'essenza 
della commedia. Fra le sei, da esso composte, questa che 
descrive non l'uomo, ente astratto, indefinibile e indefi- 
nito, ma gli uomini; non casi adattabili ad ogni tempo 
e costume, ma gli usi, i vizi dei contemporanei, la vita 
intima dei nobili italiani sul principio del secolo; questa 
commedia che non è Alfierica, né Aristofanica, ma pretta 
Italica dipinta (1): questa, dico, è la sola cui si possa vera- 



(1) Ms. 9. Parere dell' autore su le sei co/nmedie. 
Le prime quattro Alfieriche; la quinta 
Farmi ch'esser vorrebbe Aristofanica ; 
La sesta è pretta italica dipinta. 



l'alfieri poeta comico 87 

mente attribuire un tal nome, dalla quale sia dato cavar 
certo argomento ad affermare non esser mancati all'Alfieri, 
come altri asserirono, ne la potenza d'osservazione, ne la 
acutezza necessaria ad indagare nei suoi più segreti av- 
volgimenti il grande mistero del cuore umano : a rappre- 
sentarne i vizi, le debolezze, gli errori. La splendida bile, 
che avea già suggerite al poeta le terzine bellissime della 
satira II Cavalier Servente e dell'altra ^uW Educazione, 
degne entrambe per forza d'invettiva, per vis comica, per 
acerbità di sarcasmo di qualunque celebrato satirico, ha 
pur ispirate non poche scene del Bivorzio, e fra tutte, 
quella in cui vien letta la scritta nuziale, così notevole, 
e letterariamente e storicamente, che crediamo ben fatto 
riferirla per intiero (1): 

Sparati. 

Già si sa; preterisco le triviali 
Forinole usate, proemiali, e vengo 
Agli articoli subito. 

Tutti. 

Ist, ist. 

Sparati. 

Primo: alla Sposa dà il sur Agostino 
Dote, scudi seimila; e contraddote 
Glien dà lo sposo altri dodici mila. 

Tutti. 
Capperi ! 

Lucrezia. 

Assai più eh' i' certo non merito. 

Stomaconi. 
Non mi mortificate. Via . . . 



(1) Atto V, se. Y, p. 308 e sgg. 



88 l'alfieri poeta comico 

Sparati. 

Secoudo : 
Spillatico alla sposa mensuale, 
Scudi cento. 

Tutti. 
Poffare! 

Fabrizio. 

Bagatelle. 

Annetta. 

Ed io non mai ne ho avuti più di dieci; 
E in parole, eh 'è più. 

Sparati. 

Terzo: servizio 
Di carrozza, cavalli e bussolanti 
Tutto a parte per essa. 

Ciuffini. 

(Scarrozzato 
Anch'io dunque sarò). 

Sparati. 

Quarto: Quartiere 
Libero, a sé, da parte. Quinto: Palco 
Da sé sola, ai teatri quanti sono. 
Sesto: il medico fisso, alla sua scelta. 

Becchini. 
Questo è per me. 

Sparati. 

Pagati, egli e il chirurgo, 
S'intende, dalla casa. Sette: Piena 
Libertà di pigliar, tener, cacciare 
E cameriere, e vedove, e ogni donna 
Di servizio. 

Annetta. 

(Questo è il perno verace 
Della pace di casa). 



l'alfieri poeta comico 89 

Agostino. 
(Cioè a dire, 
Deirarcimellonaggin del marito). 

Fabrizio. 
Zitti, zitti. Seguite. 

Sparati. 

Ottavo (Si entra 
Qai nelle cose più importanti): Ottavo: 
Bisognando, o piacendole, la tavola 
Farà da sé. Nono: Invitar chi vuole. 
Decimo: Letto anche da sé, occorrendo. 
Undici: Avrà d'ogni scienza ed arte 
A scelta sua maestri; già s'intende, 
Pagati dalla casa. Duodecimo: 
Al venir poi dei figli, padronanza 
Assoluta alla madre di tuffarli 
Nell'acqua fredda o calda a voler suo. 
Nutrirli a latte, o a pappe, in fascie o no, 
Come più piaceralle. * 

Piantaguai. 

In quest'articolo 
Quanta si asconde gran filosofia! 

Sparati. 

Terzodecimo: I figli poi, cresciuti. 
Irremissibilmente si porranno 
Maschi in collegio e femmine in convento. 
Quartodecimo: Mai, mai e poi mai 
Non dovrà udir discorsi la Signora 
Né di grano, né d'olio, né di vino. 
Né di cambi, né d'aggio, né di niuna 
Di nostre usate stitichezze. 

Ciuffini. 
Bello; 
Bello articol davvero! 

Piantaguai. 

E come scritti! 
Con che lepor di stile! 



90 l'alfieri poeta comico 

Fabrizio. 

Zitti, zitti. 

Sparati, 

Decimoquinto: Non sarà tenuta 

Mai la Signora a soggiornare in villa, 

Se non a suo piacere. Sestodecimo: 

Nel suo quartier, giorno, mattin e sera, 

Libertà piena di ricever tutti, 

Chi più vorrà: giovani o vecchi, belli 

brutti; plebei, nobili, mezzani; 

Militari di Chiesa. 

Agostino. 
Gli è un po' troppo 
Questo poi. 

Fabrizio. 

Niente, niente: disinvolto 
Son io più oh'uom nessuno. 

Ciuffini. 

Dice bene: 
Mondo vuol essere. 

Piantaguai. 
Mondo. 

Annetta. 

Mondo, mondo. 

Sparati. 

^ Diciassette: La Messa, o in casa, o fuori, 

A piacimento suo. Diciottesimo: 
Confessore a sua scelta. Diciannove: 
Le sian pagati, bisognando, i debiti. 
Vigesimo: EH'avrà tre cameriere. 
Vent'uno: Ogni par d'anni un viaggetto 
A' bagni, o a sentir opere qua e là; 
Pagati, già s'intende, dalla casa. 

Ciuffini. 
Cosi vuol la salute. 



l'alfieri poeta comico 91 

Piantaguai. 

Eh ! va de plano. 

Sparati. 

Ventidue: Degli amici, falsamente 
Denominati in riso Cicisbei, 
La s'avrà tanti quanti e quali e come 
Le aggradiranno più. 

Agostino. 
Ma, Stomaconi, 
Questo poi . . . 

Fabrizio. 

Zitto, zitto. Proseguite. 

Sparati. 

(Qui temo qualche intoppo al ventitré.) 
Ventitré: Ma il servente {frimo in capite. 
Scelto, s'intende, a piena, arcipienissima 
Volontà della Sposa; avrà di fìsso. 
Mattina e sera, la tavola in casa; 
Né potrà mai spiacere, che il dimostri, 
Al marito. 

Agostino. 

Ma questa, ell'è poi troppo . . . 

Fabrizio. 

Troppo, eh? poverino! 

Annetta. 

Ei non sa nulla 
Di queste cose. 

Ciuffini. 
Non capisce nulla. 

Agostino. 

Capisco, che quest'é uno scandal nuovo. 

lo qui nei primi articoli con Prospero, ' 

Questo primo servente, già che pure 

Un tal malanno è d'uso, i' l'avea posto ■ -. 

A scelta almen del suocero, né tavola 



92 l'alfjeri poeta comico 

Gli avea assegnata, né l'umiliante 
Approvazion sforzava del marito. 

Annetta. 

E noi sappiam perchè vogliam cosi. 
N'è vero, Stomaconi? 

Fabrizio. 
E cosa chiara; 
Per la pace durevole di casa 
La dev'esser cos'i. 

Piantaguai. 
Ei la sa lunga. 

AgostÌ7io. 

Ma s'io sentiva leggerli da prima, 
Cert'il mio nome non v'avrei firmato. 

Annetta. 
Ser sciocco. 

Fabrizio. 

E perciò appunto gli ho voluti 
Firmati prima; non mi piace guai. 

Dicendo che 11 Divorzio è la migliore fra le commedie 
composte dall'Alfieri, non abbiamo voluto asserire che 
essa vada esente da difetti. Tutt' altro: delle sei è forse 
quella in cui appare maggior inesperienza per quanto 
riguarda l'intreccio, e scorrettezza rispetto alla forma. 
A chi la legga darà subito noia un grave vizio: la man- 
canza d'unità nell'azione. Ad un certo punto l'intreccio 
si scioglie per riannodarsi nuovamente, tanto che la com- 
media viene a distinguersi quasi ed a separarsi in due: 
l'una che ha principio cogli amori di Prospero e di Lu- 
crezia, e che nel terz'atto, quando cioè Prospero esce 
dalla scena per non riapparirvi più, è finita: l'altra alla 
quale presta argomento il matrimonio concluso fra la 
fanciulla e lo Stomaconi, personaggio questo di cui nes- 
sun cenno si è fatto prima e che compare,, vero deus ex 



L ALFIERI POETA COMICO 



93 



machina^ per terminare la commedia, la quale altrimenti, 
giunta al terzo atto, rimarrebbe in tronco. Di questo so- 
stanziai difetto si era avveduto l'Alfieri, il quale avver- 
tiva, in una nota al manoscritto, che, usciti di scena 
Prospero, il padre e l'amico inglese, faceva d'uopo supplis- 
sero nel 4° e 5° atto « le loro parti di satira a quel che 
si fa, r istinto naturale delle cose che sempre farà a 
calci cogli usi scelleratamente contranaturali e risibili 
della vile Italia » : ed in altra, apposta ad una scena 
dell'atto secondo, rammentava a se medesimo la necessità 
di motivare, preparare ed accennare all' intervento dello 
Stomaconi ed alla/ di lui mellonaggine, perchè meno inve- 
rosimili riescissero. E se pensiamo poi che II Divorzio^ 
steso in quattro giorni nell'ottobre 1801, verseggiato in 
poco più che mezzo mese fra il novembre e dicembre 
dell'anno seguente, si presenta al nostro esame quale 
uscì dalla mente dell'autore nella fretta del primo getto ; 
potremo, senza timore d'essere tacciati di soverchia indul- 
genza, affermare che ai difetti che lo guastano l' Al- 
fieri avrebbe portato rimedio, rivedendo il suo lavoro 
con -quella severa diligenza che gli era propria. Lo stesso 
dicasi per i caratteri de' personaggi. « In questa come 
in tutte le altre cinque, così l'Alfieri in una postilla del 
ms. ottavo, è da osservare poi... di lavorar molto i carat- 
teri e massimamente i secondari!, a cui non ci si è pen- 
sato molto nella fretta del primo getto ». « I caratteri, 
aggiiHige subito dopo, vogliono un pennello più assiduo, 
più leccato e riflessione e tempo ». Ora se la morte, co- 
gliendolo all' improvviso, impedì al poeta di compiere i 
suoi disegni, chi vorrà esser troppo rigido censore di opere 
da lui lasciate imperfette? Giacche, anche imperfetta, 
questa commedia che ci offre una vivace dipintura delle 
incredibili costumanze dell' alta società italiana sul na- 
scere del secolo, dell' avvilimento cui aveva condotto la 



94 l'alfieri poeta comico 

famiglia il cicisbeismo, quel « lungo inveterar nel tene- 
rume », che raddoppiava il servaggio in cui nascevano gli 
Italiani, tutto insomma V« italico marciume », pullulante 
da quella che il Nostro chiama con frase arguta e feli- 
cissima « la orribile scuola del bel mondo »; questa 
commedia è per il soggetto suo e per il suc^ valore de- 
gnissima di speciale attenzione per chi studi lo svolgi- 
mento del teatro italiano; tale infine da riporre l'unico 
tragico nostro in non umile seggio accanto al grande 
riformatore della Commedia: a Carlo Goldoni. 



VI. 
Conclusione. 

Né crediamo che il giudizio nostro possa aver taccia 
di esagerato o di falso. Ben ci è noto come aifatto con- 
trarie sentenze abbiano pronunciato illustri letterati o 
contemporanei o di poco posteriori all'Alfieri. Il Monti 
che, scrivendo ad un amico, giudicava le opere postume 
del tragico « insopportabili » (1), naturalmente nel mazzo 
metteva anche le commedie. Il Foscolo pure, non ostante 
la riverenza somma che professava per il Conte, le disse 
« modelli di stravaganza » (2). Non meno severi il Gior 
dani ed il Centofanti ; i piti recenti poi fra i nostri scrit 
tori non ne parlano o ne giudicano senza averle lette 
sistema comodissimo. Ma noi non ci sgomentiamo per 
questo, ne un giudizio così rigido, così aspro come 
sun-icordati ci sembra tale, per quanto esca da illustri 



(1) In una lettera a Mario Pieri. 

(2) Storia del Sonetto italiano, in Opere, voi. IX, p. 239. 



l'alfjeri poeta comico 95 

labbra, da venir accolto senza discussione. Certo le com- 
medie alfieriane hanno molti difetti, vuoi di sostanza, 
vuoi di forma. Gli argomenti erano, e qui intendiamo 
parlare delle prime quattro, di una elevatezza soverchia 
per un pubblico, nel quale mancava (son parole dell'Al- 
fieri) « la necessarissima comunicazione fra l' intelletto 
e l'udito » (1), e per il quale egli stesso, credendolo in- 
capace a capire e gustare la tragedia, si rassegnava a 
comporre tramelogedie. Ma il pubblico, così malmenato 
dal poeta, non aveva tutti i torti accogliendo freddamente 
le commedie, ideate e condotte secondo teoriche sull'in- 
dole e sullo scopo del teatro comico che, come abbiamo 
già visto, non si possono approvare e son mostrate false 
dall'unica commedia, la sola veramente meritevole di 
tal nome, nella quale il poeta, invece di trattare, svol- 
gere e definire ardui problemi sociali, si accontentò di 
descrivere i vizi dei suoi contemporanei, di ritrarre le 
scene della vita reale, delle quali egli stesso era stato 
attore e spettatore. Questo per la sostanza. In quanto 
alla forma, è innegabile che gravissimo danno all'effetto 
ed alla vivacità delle scene in tutte e sei arreca la lingua 
in cui sono scritte; faticoso miscuglio di vocaboli e modi 
famigliari , popolari talvolta , anzi prettamente fioren- 
tini, e di forme auliche, lontanissime dall'uso comune. 11 
dialogo che nasce da questo sgradevole impasto di volga- 
rità e di affettazione manca, per esser comico, delle piìi 
essenziali qualità: la vivacità, la scioltezza, la spontaneità 
che lo faccian parere, mentre non è, lingua parlata. A 
renderlo più faticoso e più greve concorre il verso, al 
quale l'Alfieri sperava dar impronta d'originalità come al 
tragico; mentre invece è riuscito duro, stentato, fiacco, 
cadente, senza suono, senza carattere; oscillante fra il 



(1) Discorso sulla TramelogecUa, p. 12. 



96 l'alfieri poeta comico 

terenziano, molto studiato dall'Alfieri (1), e l'endecasillabo 
dei comici nostri del cinquecento. Che a molti di tali 
difetti, e specialmente agli ultimi, avrebbe posto rimedio 
l'autore, rivedendo le sei commedie, chi ne può dubitare? 
Per portare un equo giudizio sopra di esse pertanto è 
necessario considerarle (lo ripetiamo) come opere imper- 
fette, in parte rifatte, emendate, limate; in parte ancor 
tali quali uscirono la prima volta verseggiate dalla penna 
del poeta. E chi faccia questo non potrà a meno di con- 
venire con noi che esse costituiscono un importante do- 
cumento, una pagina notevolissima della storia della 
letteratura nostra e del nostro teatro. Nella storia dell'arte 
non sono che un tentativo, è vero, ma un tentativo ori- 
ginale, nuovo, ardito; nella storia del pensiero hanno 
un' importanza cui non giunge l'opera di nessuno degli 
scrittori drammatici del settecento. Ultimo raggio d'ispi- 
razione sorriso alla fantasia del moribondo poeta, esse 
chiudono degnamente la sua vita letteraria, consacrata 
tutta a risvegliare negli animi degli Italiani coi generosi 
esempi ed i magnanimi eccitamenti il rammarico della 
perduta libertà ed il desiderio di ricuperarla. 



(1) Nel cap. XX della Vita scrive l'Alfieri che a Parigi nel 1790 
riprese fra mani Terenzio, e si accinse a tradurlo per rafforzar* 
nella cognizione del latino, « aggiuntovi lo scopo di tentare su 
quel purissimo modello di crearmi un verso comico, per poi scri- 
vere (come da gran tempo disegnava) delle commedie di mio e 
comparire anche in quelle con uno stile originale e ben mio, 
come mi pareva di aver fatto nelle tragedie ». 



IL RITMO CASSINESE 
E LE SUE mTERPRETAZIO:J(I 



NovATT, Studi critici e letterari. 



IL EITMO CASSINESE 
E LE SUE INTERPKETAZIONI 



I vecchi commentatori di Persio, dopo essersi ben bene 
stillato il cervello a decifrarne le oscure sentenze, finivano 
per buttar via disperati la penna, esclamando: ut tenehris 
Ditis, sic manet iste suis! Non credo d'ingannarmi dicendo 
che anche a molti studiosi de' nostri giorni sarà accaduto 
di ripeter la stessa cosa a proposito del Kitmo Cassinese. 
Che si fa celia? Dopo tanti anni quanti ne son passati, 
dacché fu messo alla luce la prima volta, noi siamo 
infatti sempre a domandarci non solo quale spirito" lo 
animi, quale intento si sia proposto, scrivendolo, l'autore : 
ma pur anche che cosa esso contenga, E nemmeno del- 
l'oscurità che l'avvolge ci appaiono manifeste le cause. 
Dobbiamo noi farne carico, come ha voluto taluno, al- 
l'ingenua e malaccorta presunzione del poeta, il quale 
stimò dare ai suoi concetti peso e gravità maggiore, pre- 
sentandoli inviluppati di una veste enigmatica? non è 
piuttosto da accusare la sua inesperienza nel maneggiare 
l'idioma del volgo, che, rude qual era, mal sapeva piegarsi 
ad artificiose espressioni? si deve infine prosciogliere 
da ogni accusa il rimatore e rivolgere le nostre querele 
contro il dappoco amanuense, che, fidando forse troppo 



100 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

nella sua malsicura memoria (1), trascrisse così lacero e 
guasto il Eitmo nel codice cassinese? 

Egli è probabile che tutte queste cause abbiano coope- 
rato a produrre l'effetto che oggi lamentiamo; ma non 
esse sole sono da mettere innanzi. Se il Kitmo Cassinese 
è sembrato sino a qui, e sembra ancora, un tenebroso in- 
dovinello, qualche po' di colpa, volendo esser giusti, con- 
verrà farla ricader anche sulle spalle dei suoi editori. 
Ai più fra di essi (e dal Federici in poi non son stati 
pochi) (2), trascritto con maggiore o minore esattezza di 



(1) Che il codice cassinese, ben lungi dall'essere roriginale del 
Ritmo, non ne sia se non una posteriore e scorretta trascrizione, 
niuno parali abbia difficoltà a riconoscerlo. Non è però altrettanto 
facile decidere se il testo che noi possediamo debba credersi de- 
sunto da un più antico esemplare, ovvero dovuto ad un monaco, 
che sapeva bensì a memoria il Ritmo, ma non in modo abba- 
stanza esatto da poterlo riprodurre nella sua integrità. La prima 
ipotesi può essere confermata da quegli errori che si avvertono 
nel ms., i quali si direbbero più che altro sbagli di lettura; così 
il gi'ita del v. 15, il trobajo del 55, ecc. D'altra parte le lacune 
pur troppo numerose nel testo sono tali da renderci proclivi ad ac- 
cusare lo scrittore piuttosto di labilità di memoria che di negligenza. 
Forse le due ipotesi si verrebbero a conciliare ove si supponesse 
che l'amanuense avesse dinanzi a sé una trascrizione del Ritmo, 
fatta a memoria da altro scrittore più antico. Ma in qualunque 
modo siano andate le cose, io non riesco a vedere come si po- 
trebbe menar buona al Bòhmer la sua opinione che fra la com- 
posizione del Ritmo e la sua inserzione nel manoscritto di Monte- 
cassino sia corso un intervallo brevissimo. I guasti sofferti dal 
componimento non sono tali che possano prodursi in pochi mesi, 
com'egli crede, né per opera d'un solo scrittore ; ma quali si inge- 
nerano per la lunga permanenza d'un canto sulle bocche del volgo, 
ovvero a cagione de' ripetuti passaggi d'uno in altro manoscritto. 

(2) La trascrizione che per la prima volta dette del Ritmo il 
Federici nella sua opera Degli antichi Buchi e Consoli o Ipati 
della Città di Gaeta (Napoli, 1791, p. 124) é deturpata da errori 
di lettura tanto grossolani da renderla quasi inintelligibile. Ame- 



IL KITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 101 

sul codice il componimento, parve di aver fatto assai; 
e, se a magnificarne l'antichità veneranda non rispar- 
miarono parole, quando si trattò invece di mostrare che 
l'avevano inteso e potevano farlo intendere ad altri, diven- 
nero di un laconismo veramente singolare. E nel nu- 
mero pongo senza scrupoli anche chi, non sgomentato 
dalla difficoltà dell'impresa, si sobbarcò un giorno a dare 
del Kitmo una letterale versione, poiché questa può tut- 
t'al più fornire materia di riso per le gustose amenità 
di cui è bizzarramente infiorata, ma lume ad intendere 
il testo, no davvero (1). 

Soli i più recenti editori del Kitmo, il padre Rocchi, 
monaco basiliano (2), I. Giorgi e G. Navone (3), e, dopo 
di loro, E. Bòhmer (4), hanno tentato delle indagini 



nissìma poi è la ridazione « alla moderna ortografia », che per 
utilità dei lettori ha dato dei primi diciasette versi il buen Gassi- 
nese. Le edizioni curate in questi ultimi tempi dal Tosti (Prole- 
gomeni al cod. cass. della D. Commedia, Monte Gassino, 1864, 
p. XVI), e dal Garavita (I Codici e le Arti a Monte Cassino, 
Monte Gassino, 1873, 11, p. 59) sono di gran lunga più fedeli, 
ma non porgono del Ritmo veruna illustrazione. 

(1) Alludo alla versione, che ne diede in un suo scritto, inti- 
tolato La lingua italiana ed il volgare toscano (Propugnatore, 
a. VII, Disp. IV, p. 39 e segg.), il conte G. Baudi di Vesme. Il 
valentuomo assicura d'essere « dopo non lieve studio e fatica, 
aiutato anche dal consiglio d'amici », riuscito a comprendere quasi 
per intiero il Ritmo ; ma chi legge la sua interpretazione (cfr. soprat- 
tutto i V. 10, 12, 66) si permetterà di dubitare delle sue affermazioni. 

(2) Il Ritmo italiaìxo di Monte Cassino del secolo decimo, studi 
di A. Rocchi, monaco basiliano della Badia di Grotta Ferrata. 
Tipografia di Montecassino, 1875. 

(3) Il Ritmo Cassinese, nella Riv. di Filol. Rom., voi. II, 
p. 91-110. Ambedue queste pubblicazioni sono arricchite di un 
eccellente facsimile. 

(4) Ritmo Cassinese in Romanische Studien, X (Strassburg, 
Trùbner, 1878), p. 143 e segg. Il Bòhmer, persuaso, e non certo 



102 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

storiche per chiarire il significato del componimento ed il 
suo concetto fondamentale. Ed è delle ipotesi da essi 
formulate, che io intendo tenere adesso discorso, prima di 
presentarne una nuova. 

11 padre Kocchi, per incominciare da lui, ha dettato 
intorno al Ritmo Cassinese un copioso commentario, che, 
se può far fede della sua buona volontà ed anche per certi 
rispetti della sua dottrina, non giova (mi spiace il dirlo) 
ad attestare favorevolmente delle sue attitudini alle ri- 
cerche critiche. Fermato infatti il chiodo che il Ritmo 
« non solamente fosse antico, ma tanto che non potesse ri- 
portarsi ad un'epoca posteriore alla fine del decimo se- 
colo (1), » il Rocchi si è dato gran pensiero di racco- 
gliere a conforto di codesta opinione argomenti d'ogni 
genere; di chiamare in suo aiuto presso che tutte le 
scienze: la paleografia, la linguistica, la metrica, la 
storia e che so io (2) ; ma in pari tempo non si è punto 
preoccupato delle obbiezioni, che i suoi ragionamenti non 
potevano a meno di sollevare. Eppure che queste obbie- 



a torto, che il senso generale e l'andamento del pensiero nel Ritmo 
rimanevano ancora oscuri ad onta delle anteriori ricerche, ha 
voluto chiarirli tentando una restituzione critica del testo, giustifi- 
cata da una parafrasi. Ma il testo, che egli, separando, togliendo 
e aggiungendo parole per ridurre tutti i versi alla medesima mi- 
sura, e modificando la punteggiatura, ha presentato agli studiosi, 
non può sfuggire alla taccia di arbitrario, pur offrendo qua e là 
correzioni ingegnose o felici. E della sua parafrasi altresì è diffì- 
cile dir molto bene; avendo il Bóhmer voluto sostenere che nel 
Ritmo, fatta eccezione di una di due versi, non vi sono lacune, 
è stato costretto a ricorrere ad interpretazioni stiracchiate, e più 
d'una volta ad arrampicarsi proprio sugli specchi. Si veda il giudizio 
che su questo tentativo di restituzione ha pronunziato anche il 
Gaspary, Gesch. der Ital. Liter., I, p. 484. 

(1) Op. cit., p. VII. 

(2) Op. cit., p. VI. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 103 

zioni fossero e numerose e gravi, lo vedremo facilmente, 
se, lasciate in disparte le altre prove, prenderemo ad esa- 
minare i dati storici, sui quali il padre Rocchi ha fondato 
la sua dimostrazione. 

Il Ritmo Cassinese, egli scrive (1), è un componimento 
satirico, che ritrova la sua origine e la sua dichiarazione 
in taluni avvenimenti, dei quali la Badia di Monte Cas- 
sino fu teatro nel secolo decimo. Ecco di che si tratta. 
S. Nilo, il famoso anacoreta calabrese, fuggendo nel 980 
da Rossano, sua patria, sulla quale incombevano le in- 
vasioni saracene, aveva con alquanti compagni cercato 
asilo nel principato di Capua. E qui Landolfo, che allora 
regnava, accolse con ogni onore il Santo, ed esaudendone 
i desideri , gli assegnò a dimora il piccolo monastero di 
S. Angelo di Vallelucio, vicinissimo al cenobio cassinese, 
anzi da questo dipendente. In quel tempo l'austerità della 
vita che menavano i Benedettini, divenuti ospiti del santo 
calabrese, era oltre ogni dire grande e mirabile; ma essa 
scemò rapidamente, quando, morto l'Abate Aligerno, gli fu 
dato per successore Mansone. Costui portò nel chiostro 
gusti ed abitudini così poco convenienti ad un monaco, 
che fiere discordie ne nacquero fra i Cassinosi, de' quali 
alcuni, aborrendo dalle nuove e sregolate usanze, abban- 
donarono spontaneamente il chiostro, mentre i rimasti 
s'acconciarono a seguire le orme dell'Abate loro. E così 
agevolmente vi riuscirono, che, recatosi un giorno S. Nilo 
a visitare Mansone, invano attesolo nel tempio e voltosi 
a ricercarlo per il convento, lo rinvenne alla fine in re- 
fettorio, dove, seduto coi principali monaci a mensa, si 
dilettava negli arpeggi d'un citaredo. A tal vista Nilo, 
acceso di vivo sdegno, abbandonò frettoloso S. Germano, 
proferendo contro il dissoluto Abate profetiche minaccio, 



(1) Op. cit., p. XXII e segg. 



104 IL RITMO CASSIXESE E LE S0E INTERPRETAZIONI 

che ebbero poco appresso pieno e spaventoso adempi- 
mento (1). — Ora, che ha mai da vedere tale episodio 
della vita di S. Nilo con il Ritmo? Moltissimo, ove col 
Rocchi (2) si consideri questo una satira, dettata da un 
seguace di Mansone per deridere le austerità soverchie 
del monaco basiliano. Il quale sarebbe per l'appunto messo 
in scena sotto le spoglie del magnu vir prudente, che, 
giunto dalle estreme parti d'Oriente, fa pompa delle sue 
rigidissime dottrine con un monaco latino. E questi, 
mentre finge di ammirarle, se ne fa beffe, insinuando 
che esse sono con l'umana fragilità inconciliabili; tali 
insomma che a seguirle farebbe d'uopo essere non uomini, 
ma angeli. 

L'opinione, così caldamente sostenuta dal padre Rocchi 
e accolta anche dal Bohmer, non è tale che si possa sen- 
z'altro accettare. Per far questo converrebbe innanzi tutto 
acconsentire col Rocchi nella credenza che il Ritmo sia 
stato composto, se non proprio appena seguiti i fatti 
narrati, pochissimo tempo dopo: quindi o nel 986, o, 
al più tardi, nel 996, anno in cui Mansone fu deposto. 
Ma che il Ritmo Cassinese possa reputarsi opera del 
decimo secolo, non pare che alcun critico sia per ora 



(1) Quest'episodio ce lo narra il Bio<;toO èv òyioi; •iTaTpò<; NeiXou 
ToO véou, opera di un discepolo del Santo, forse il B. Bartolomeo, 
ricca di preziosi ragguagli per la storia del tempo. Edita la prima 
volta nel sec. XVII (Vita S. Patris Nili junioris scripta olim 
Graece a contubernali ejtts Discipulo, nunc latinitate donata, 
interprete Jo. Matthaeo Co.ryophilo Archiep. Iconiensi, Romae, 
apud haeredes B. Zanetti, 1624) è stata ristampata dai Bollandisti 
(Acta Sanctor., Septembr.,VlI, 283), e quindi dal Migne {Patrolog. 
Graeca, GXX, p. 1 e segg.). Intorno a S. Nilo è da vedersi, oltre 
che la prefazione del Migne (Comment. praev., e. 11-13), Fopera 
di P. Rodotà, Dell'origine, progresso e stato presente del Rito 
Greco in Italia, ecc. (Roma, 1760, lib. II, p. 101 e segg.)- 

(2) Op. cit., p. XXVII e segg. 



IL RITMO CASSINESE E LE SHE INTERPRETAZIONI 105 

inclinato a concederlo; e certo per ragioni di molto 
peso (1). Ora, quando si rifiuti di credere il componi- 
mento dettato ne' giorni in cui S. Nilo e Mansone vive- 
vano, diviene molto difficile il persistere nell'opinione 
che proprio codesti personaggi ne siano i protagonisti. 
Perchè si potesse ammettere il fatto assai bizzarro che 
avvenimenti anteriori di dugento o trecent'anni avessero 
dato origine nel secolo XII, e fors'anche nel XIII, ad una 
satirica composizione, sarebbe necessario che in questa le 
allusioni a tali avvenimenti apparissero chiare e patenti 
così da non lasciare adito al più piccolo dubbio. Ma ciò 
avviene nel caso nostro? No davvero. Quelle che si spac- 
ciano per allusioni a S. Nilo sono al contrario così vaghe, 
deboli, incerte, e tanto palesi invece e grossolane le con- 
traddizioni fra il ritmo ed il racconto del greco biografo 
del Santo (2), da costringere il Kocchi medesimo, non 



(1) Mentre il Rocchi si aflanna a dimostrare che il Ritmo 
appartiene al secolo decimo, il Bòhmer vorrebbe ringiovanirlo 
nientemeno che di tre secoli, fissandone la composizione al 1293; 
e ciò perchè egli ne sospetta autore uno de' monaci cassinesi 
gettati in quell'anno in carcere da Celestino V, siccome renitenti 
ad accettare le riforme ch'ei voleva introdurre nella loro regola. 
Ma quali rapporti corrano fra questo avvenimento ed il contenuto 
del Ritmo il B. non lo spiega, e noi potremo quindi risparmiarci 
la fatica di combattere una congettura campata in aria. Giudici 
autorevoli infatti, quali il Giorgi (op. cit., p. 9) ed il Monaci (ved. 
MoRANDi, Orig. della lingua ital., p. 65) credono che la trascri- 
zione del Ritmo risalga agli ultimi del sec. XII, opinione che è 
anche la nostra. 

(2) Non sarà qui fuori di proposito far cenno degli argomenti 
che hanno indotto taluno a credere che nel Ritmo sia messo in 
scena S. Nilo. Il componimento si chiude con una frase, la quale 
serve quasi di suggello al dialogo: Angeli de celu sete. Ora il 
biografo di S. Nilo ci narra che costui, trovandosi un giorno a 
Monte Cassino ed essendo dai Benedettini richiesto che dichiarasse 
loro quale fosse il perfetto monaco, rispondesse: Movaxóc; èariv 



106 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

soltanto a riconoscerne l'esistenza, ma ad esprimere l'opi- 
nione che il poeta abbia lasciato libero il freno alla sua 



aYYeXo<; (Migne, op. e, e. 128). Questo il rapporto, che si può 
dire la pietra angolare dell' edificio ; che il Bohmer giudica di 
molto peso (o. e, p. 115), che il Giorgi chiama « singolarissimo » 
(o. e, p. 100). A me però esso non sembra né cosi notevole né 
cosi singolare da esserne sforzato a concludere che il santo Cala- 
brese sia proprio uno degli attori del dialogo. Ciò avverrebbe 
quando si riuscisse a dimostrare che quella di paragonare la vita 
claustrale all'angelica è una trovata di S. Nilo. Ed invece é faci- 
lissimo provare il contrario ; essere cioè codesta comune consuetudine 
di tutti gli scrittori ascetici. Nella biografìa stessa di S. Nilo suc- 
cede più e più volte di veder costui chiamato uomo di angelica 
apparenza (Migne, o. c, c. Ili; vestito di abito angelico (tò 
ùyifeXiKÒv axfìiua, o. e, e. 31, 111, 113); angelo incarnato (^vaapKoc, 
ci-fyeXoc,, 0. e, e. 42). Nelle Constitiitiones Monasiicae, che vanno 
sotto il nome di S. Basilio {S. P. nostri Basilii Caes. Capp. Archiep. 
Opp. omnia, ed. Garnier, Paris, 1722, 1, II, e. XVIII, p. 561), noi 
l'inveniamo pure i cenobiti paragonati agli angeli, perchè, secondo 
l'esempio di costoro, vivono in perfetta concordia; e questo riav- 
vicinamento era anzi divenuto cosi famigliare ai Basiliani, che 
delle tre categorie di monaci, in cui era distinto l'ordine loro, la 
più elevata si diceva de' luexaXóaxriMoi, cioè di coloro che vesti- 
vano il grande abito o abito d'angelo (cfr. Morom, Dision. di Erud. 
Stor. Eccles. IV, p. 178). Per scendere ad altri esempi, il metrifi- 
catore della leggenda di S. Brandano scrive che esso mansit in 
celestibus ad/utc carne tectus Vite sitii cetice celis iam inveclus... 
Fit in terris socius celicis et celis; e di S. Paolo eremita 
nota che recte si perspiciat gestum viri quivis, Dici potest 
angelus vel celestis civis (E. Martin, Latein. Uebersetz. des Alt- 
franz. Ged. aiif S. Brandan in Zeitsch fur deutsch. Alterth., 
N. F., IV, p. 290 e 315). E ancora nel sec. XIV fra Giovanni dalle 
CELLE, rivolgendosi ai Gesuati li apostrofa cosi: Voi siete angeli 
terrestri (Alcuni trattati del B. Fra Jacopo da Todi, Modena, 
1832, p. 37). Da questi esempi, che mi sarebbe facile moltiplicare, 
risulta, a parer mio, che il rapporto tra l'epifonema che chiude 
il Ritmo e le parole pronunziate in Monte Gassino da S. Nilo 
dovrebbe reputarsi accidentale, dato che realmente esistesse. Ma 
che esista si avrà forte ragione di dubitare ove si esaminino 



]L RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 107 

fantasia, e, contessendo nella satira « fatti, o supposti, o 
già passati ed antichi », approfittato largamente della 



meglio le cose. S. Nilo dice che il monaco è un angelo quando 
sono angeliche le sue operazioni, allorché, cioè, si mostra pacifico, 
misericordioso e fa perpetuo sacrificio di lode. Ma se al contrario 
è incredulo, invidioso, crudele, diviene albergo di ogni nequizia -e 
si trasforma in demonio. Ogni qual volta alcuno veste l'abito 
monastico, conclude adunque il santo, esso non può più esser 
uomo, ma si muta in angelo ovvero in demonio. (Migne, o. c, 
e. 128). 11 paragone fra l'angelo ed il monaco si fonda pertanto qui, 
come ognun vede, unicamente sulla parte spirituale. Nel Ritmo 
invece le cose vanno molto diversamente, poiché il solo argomento 
che spinge in esso l'Occidentale a paragonare l'Orientale ad un 
angelo ei lo ricava dal fatto che l'altro vive senza soddisfare ai 
bisogni del corpo, il che è proprio delle intelligenze celesti. Fra i 
due luoghi non vi è adunque, se io non erro, veruna reale identità 
di concetto. 

Quanto deboli e scarsi gli argomenti che confortano la tesi 
del Rocchi, altrettanto sono copiosi ed efficaci quelli che la 
combattono. Dato che il poeta abbia voluto rappresentare un 
personaggio reale, alludere a fatti veramente avvenuti, come sì 
spiegano la strana noncuranza che egli mostra per la storia, e le 
false e contradditorie circostanze con cui l'avviluppa e travisa ? 
S. Nilo era notissimo ai Cassinesi anche prima che ponesse stanza 
in Vallelucio, ed il rimatore lo presenta come un ignoto ; S. Nilo 
veniva da Rossano, dalla Calabria, e nel Ritmo lo si dice arrivato 
dall'Oriente, dall'estrema parte del mondo conosciuto, quasi quasi 
da un altro mondo {de qiiillu mundu bengo, v. 29). Poiché è 
facile capire che non si può sostenere sul serio, come il Rocchi fa 
(o. e, p. XXII e XXVI), che con le parole oriente, quillu mundu, 
un abitante del principato di Gapua abbia voluto indicare la Ca- 
labria, come quella che dipendeva dai greci! Ma non basta. 11 
poeta vuol burlarsi del troppo rigido anacoreta e per disporre al 
riso gli uditori fa loro dapprima un predicozzo, e poscia dipinge 
l'uomo che intende esporre allo scherno altrui come tale che al 
solo vederlo incute riverenza e terrore (Rocchi, o. c, p. XXVlll); 
e infine lo accusa di viver nell'ozio, aspettando da Dio il vitto, 
quando é noto per molte testimonianze che S. Nilo fu fautore 
caldissimo del lavoro manuale e ne diede egli stesso prova per 



108 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

licenza, che Aristotile prima e Orazio poi gli avevano 
concessa: quella di mentire (1). Il rimedio, non c'è che 
dire, è peggiore del male. 

Questo adunque è da tenere per assodato: che non si 
ha alcun plausibile argomento per credere che nel Ritmo 
sia rappresentato S. Nilo. Aggiungiamo adesso che nulla 
permette neppure di menare buona al Rocchi la sua sup- 
posizione che il componimento sia una satira; perchè, come 
ha già dimostrato il Giorgi (2), in tal caso, non solo non 
si ha più maniera di accordare l'una con l'altra le due parti 
di cui il Ritmo consta, il preambolo cioè con il dialogo; 
ma nemmeno di questo si arriva più ad ottenere una 
ragionevole divisione. Distrutta anche questa credenza, 
che non ha proprio verun fondamento, nell'indole satirica 
del Ritmo, è sottratto l'ultimo puntello dell'edificio già 
pericolante del Rocchi. E mentre esso crolla, noi ci rivol- 
geremo ad esaminare la seconda interpretazione proposta, 
che amerebbe riconoscere nel Ritmo un contrasto fra due 
personaggi, non reali, ma fittizi, non storici, ma simbo- 
lici, che raffigurano cioè la regola basiliana messa a con- 
fronto con la benedettina per giudicare quale delle due 
debba reputarsi migliore (3). 

La congettura che nel Ritmo Cassinese vengano chia- 
mate a paragone le istituzioni monastiche dell'Oriente 
con le Occidentali, è, convien dirlo, a primo aspetto attraen- 
tissima. Ed agevole riesce di vederne il motivo, ove si 



tutta la vita (Rocchi, o. e, p. 57). Chi abbia stomaco tanto robusto 
da digerire queste ed altre assurdità (cf. Giorgi, o. c, p. 100) potrà 
sostenere che nel Ritmo non solo è introdotto S. Nilo, ma che 
costui e l'abate Aligerno ne sono, come vuole il Rocchi (o. e, 
p. LYIIl) gli interlocutori! 

(1) Rocchi, o. c, p. XXIX. 

(2) Op. cit., p. 100. 

(3) Gfr. Giorgi, o. c, p. 99-100. 



]L RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 109 

rifletta alla grande importanza che le une e le altre as- 
sunsero nelle varie e dolorose vicende, alle quali andò 
soggetta l'Italia meridionale nel Medio Evo. 

Quando le persecuzioni iconoclastiche del secolo ottavo 
costrinsero ad abbandonare le antiche lor sedi molti fra 
quei monaci , ai quali San Basilio aveva imposte, per- 
fezionate e mitigate in parte, le austere discipline dei 
Padri del deserto, essi rinvennero quasi una seconda 
patria in quelle provincie dell'Italia inferiore, le quali 
per la secolare diffusione della lingua, per costumi, per 
leggi, per governo, si potevano dir semigreche. E ben 
toeto nell'Aquilano, nella Puglia, nella Lucania, in Ca- 
labria, in Sicilia sorsero numerosi i cenobi basiliani, 
mentre fra i dirupi e nei luoghi più deserti e selvaggi 
riparavano gli anacoreti a rinnovarvi que' prodigi di asce- 
tica virtii, per cui andavano famose la Palestina e l'Egitto. 
Ben è vero che a rallentare questo rapido sviluppo del 
monachismo orientale sopraggiunsero quasi subito due 
fatti di natura assai diversa, ma di pari efficacia ; la ri- 
valità dell'ordine benedettino e le incursioni saracene che 
desolarono nel corso del nono e decimo secolo il mezzo- 
giorno della penisola. Ma né dall'una né dalle altre 1 
Basiliani si lasciarono abbattere; anzi, nelle tenebre di 
quelle età tristissime la loro fama parve sfolgorare di 
luce più viva, talché cronisti ed agiografi vanno a gara 
nel celebrare i nomi di molti fra loro che, dotati di virtù 
profetica , sorsero fra la atroce barbarie apostoli indefessi 
ed eroici di civiltà e d'amore (1). Così, quando la nuova 



(1) Gfr. Rodotà o. c, Gap. IV, p. 102-3. Intorno ai santi basi- 
liani fioriti nel decimo e nelF undecimo secolo sono da leggersi 
le belle pagine del prof. Felice Tocco [L'Eresia nel Medio Evo, 
lib. II, cap. V), dove con l'acutezza che si ammira in tutte le cose 
sue il mio ottimo amico li dimostra veri precursori dell' abate 
Gioacchino. 



110 IL RITMO CASSINE3E E LE SUE INTERPRETAZIONI 

monarchia normanna pose un freno alle nefaste invasioni 
dei pagani, ed il lungo periodo di sconvolgimenti e di 
lutti si chiuse, primo a risentire i benefici della pace 
riacquistata e della rinata prosperità, fu l'ordine basiliano. 
Protetto dai principi, venerato dai popoli, esso nell'unde- 
cimo secolo ramificò per tutto il reame rigogliosissimo; 
la Calabria, la Sicilia, popolate di conventi, parvero ai 
contemporanei tramutarsi in un secondo Egitto: altera 
Aegyptus, sanctorum monachorum parens et nutrix (1). 
Il grado di popolarità e di floridezza, raggiunto verso 
il secolo XII dalla regola basiliana, era dunque tale da 
ingenerare gelosia e timore negli altri istituti monastici. 
E fra questi uno soprattutto seguiva di mal occhio l'inces- 
sante incremento del monachesimo orientale, quell'ordine 
■cioè che S. Benedetto aveva stabilito, e che fino dalla 
culla si era contrapposto al Basiliano, contrastandogli 
poi vigorosamente il primato sul teatro stesso delle sue 
maggiori vittorie. Né avrebbe potuto essere altrimenti. 
Ambedue le regole miravano alla medesima mèta; ma 
per raggiungerla battevano vie affatto contrarie. Soverchia 
appariva ai Benedettini la rigidezza dei Basiliani; questi 
alla lor volta accusavano gli avversari di eccessiva mi- 
tezza. Soliti a dispregiare il corpo, vilissimo involucro 
dello spirito, anzi peso odiato che lo incatenava alla 
terra, gli orientali biasimavano la regola latina che conce- 
deva ai monaci l'uso delle carni; i Benedettini mal tolle- 
ravano che i Basiliani, mettendo in non cale gli infiniti 
vantaggi della vita cenobitica, considerassero invece la 
•eremitica come il piti sublime grado della perfezione 



(1) Verso la metà del sec. XI nel Reame di Napoli si contavano 
mille conventi basiliani; cinquecento nella Sicilia. Il numero degli 
anacoreti sparsi per i monti e per le foreste non si può natural- 
mente calcolare. Vedi Rodotà, o. c, Gap. IV, p. 82. 



IL RfTMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 111 

monastica (1). Questi dissidi dovevano dar luogo a con- 
tese non appena i due ordini si trovassero di fronte; ed 
infatti anche nel secolo decimo, anche ai giorni di S. Nilo, 
giorni di concordia e di pace, in cui il monachismo 
greco trovò ricetto nella ròcca stessa del rivale, in Monte 
Cassino (2), non si assopirono mai del tutto ; ed il tempo. 



(1) Fra i precetti divulgati da S. Antonio andava primo quello 
di non mangiare mai carni, divieto che, a quanto attesta S. Gero- 
lamo (Ep. ad. Eustoch., XXII, in S. Eus. Hieronimi Opp., 
ed. Vallarsi, Verona, 1734, I, 117), i padri del deserto osserva- 
vano nel modo più rigoroso. S. Basilio, che pur temperò in qual- 
che parte le rigide norme degli asceti orientali, conservò intatta 
questa prescrizione; e non solo nelle Regole, ma in tutti i suoi 
scritti introdusse lodi caldissime dell'astinenza e del digiuno, che 
egli anzi si piace dir simboleggiato dalla vita d'Adamo nel 
paradiso terrestre (Ved. Opp., t. II, p. 3, p. 360, e singolarmente 
le due Omelie sul digiuno nel III, p. 1 e segg.). Assai presto 
però questa proibizione parve eccessiva; già Giovanni Gassiano, 
che pure ammira la stupenda astinenza di quegli antichi padri, de' 
quali descrive le istituzioni, confessa che non tutti possono sotto- 
mettersi in uguale misura al digiuno {Opp. omnia cum comm. d. A. 
Gazaei, Francofurti, 1722, Libri de Inst. Caenob., 1. V, cap. V). 
L'autore delle già mentovate Constitutiones Monasticae è anche 
più esplicito; egli giunge ad affermare che chi mangia unicamente 
per sostentarsi non dee esser stimato inferiore a chi digiuna; e 
si -scaglia anzi con efficaci parole contro chi, credendo giovare allo 
spirito, estenua soverchiamente il corpo (S. Basilii Opp.., t. Ili, 
p. 546, n. 4, e cfr. anche p. 459 e 544). S. Benedetto non fece 
quindi che obbedire ad una vera necessità, quando nella sua 
Regola raddolcì la proibizione di mangiar carne, concedendone 
l'uso ai deboli ed agli ammalati. 

(2) Nei primi tempi del suo soggiorno a Sant'Angelo di Valle- 
lucio S. Nilo ammirava a tal segno le istituzioni benedettine da 
anteporle alle greche. TTcìvu hL scrive il suo biografo, Kai aò- 
TÒq àyaaGelq èirì Trj eùraSia TTeiraiòeuiuévri KaxaOTdaei aùriùv, Kai 
Sauiudoaq Tà aÙTUJv ùirèp tò /||uujv (o. c, p. 125). Egli scrisse 
allora un inno in lode di S. Benedetto (cfr. Rodotà, o. c, p. 49); 
ma ciò nonostante ebbe anch'egli a difendere l'abito ed il rito 
greco, attaccati dai Gassinesi. Vedi Tocco, o. e, p. 395. 



112 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

in luogo di attenuarli, li rese ogni dì più profondi e vi- 
vaci. Che essi venissero quindi o prima o poi a manife- 
starsi negli scritti, sarebbe da stimare credibile anche se 
ogni prova mancasse. Ma avviene invece il contrario (1). 

Ora chi credesse il Eitmo Cassinese un frutto dei dis- 
seosi che esistevano nel secolo XII fra i due ordini e 
lo giudicasse animato da un intendimento polemico ad un 
tempo ed apologetico: quello cioè di mostrare, confron- 
tando colla regola basiliana e le sue intense aspirazioni 
ad una perfezione agli uomini inconcessa, la benedettina 
e l'aurea discrezione dei suoi precetti, come questa fosse 
all'altra di gran lunga superiore; chi supponesse ciò, dico, 
si abbandonerebbe forse ad ipotesi avventate? No certa- 
mente. Eppure, se noi ci accingiamo a giustificare tali 
congetture con un diligente esame del Ritmo, saremo co- 
stretti a confessare che esse pure riescono insufficienti 
a renderne chiaro lo scopo ed il significato. 

E le prime difficoltà ci si ofl'rono nel preambolo. 
Questo, del quale l'intento risulta manifestissimo, quando 
si consideri il Ritmo come un'esortazione ai peccatori, 
perchè, abbandonate le vie del vizio, si volgano al porto 
della salute, rimane invece incomprensibile per chi giu- 
dichi animato l'autore da altre mire. « Io, scrive egli 
infatti, se parlo, domandola vostra attenzione; interpello, 
chieggo conto di questa vita e vi dò buone novelle del- 
l'altra. Dall'altezza ov'io dimoro, addito altrui il cam- 
mino, e come la candela posta all'aperto rischiara, ar- 



(1) I due ordini vengono spesso contrapposti dagli scrittori. 
Uno di loro, anzi, GoftVedo di Yendòme, ne fa risaltare la diffe- 
renza eon un paragone assai ingegnoso. La regola basiliana, egli 
dice, può rassomigliarsi al vecchio testamento ; ma la benedettina 
al nuovo, come quella che è sancta, suavis et levis... et maire 
virtutum, discretione scilicet, piena. Ved. Rodotà, o. c, p. 50. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 113 

dendo sé stessa, la via, così io vi faccio lume e vi insegno 
quanto so » (1). Le intenzioni che il poeta tanto apeiM 



(1) L'interpretazione del preambolo non può esser fatta se non 
in guisa sommaria, giacché esso è in generale molto oscuro ed 
in alcuni punti addirittura inintelligibile. Implorata nei primi 
quattro versi l'attenzione degli ascoltatori, ed accennato lo scopo al 
quale intende {de questa bita interpello e delValtra bene spello), 
il poeta si volge poi a giustificare la libertà del suo linguaggio: 
Poik' enn altu me 'ncastello ad altri bia renubello Em mebe 
cendo flagello. Questi versi sono stati oggetto di svariate inter- 
pretazioni, e taluno ha creduto vedervi un'esplicita allusione fatta 
dall'autore alla sua condizione di monaco di Monte Gassino (Na- 
vone, 0. e, p. 20); altri invece, interpretandoli allegoricamente, 
preferì riferirli al castello, ossia al palagio della sapienza celeste 
(BòHMER, 0. e, p. 144). Che il poeta parli per metafora, niun 
dubbio; ma piuttosto che all'elevatezza della sua dottrina o ad 
una sua particolare dimora io stimerei le sue parole allusive allo 
stato monastico ch'egli aveva abbracciato. Non è raro infatti 
trovare paragonata la vita claustrale a quella di chi suole dimo- 
rare in luogo eccelso o inaccessibile; il già citato poemetto in 
lode di S. Brandano me ne porge acconcio esempio là dove dice 
(o. e, p. 290) : 

Passer iste misticus et pusilli status 

Ad montanum evolat statum monachatus. 

Noterò poi rispetto a\Y incastellarsi, che in documenti medievali si 
rinviene, benché raramente, usato un verbo castellare, che vale 
non solo abitare in un castello, ma anche con più larga signifi- 
cazione dimorare in qualche luogo (Du Gange, s. v.); e che in 
italiano la voce, non registrata da alcun dizionario, occorre anche 
ne' Cantici di Fra Jacopone (ed. Modio, IX, p. 36): Or pensa gli 
encastellati co so attenti al veghiare. Il verso Em mebe cendo 
flagello è fra quelli che meglio possono dirsi crux interpretum, 
parecchi de' quali giudicarono doversi leggere: E mme be[n]cendo 
flagello, e di conseguenza spiegare : Me vincendo flagello (Fede- 
rici, Baudi di Vesme, Rocchi, Bòhmer). Ma questa congettura 
perde assai di valore ove si rifletta esser ben più probabile che 
lo scrittore adoperasse mebe di quello che me (cfr. le altre forme 
pronominali tebe 64, 66, sebe 5, vebe 7, non nuove ne' dialetti del 

NoYATi, Studi critici e letterari. 8 



114 IL RITMO CASSINESE E LE SCE INTERPRETAZIONI 

tamente manifesta, devono adunque di necessità trovarsi 
giustificate nel Ritmo. Ma se questo contenesse una po- 



mezzogiorno), e poco ammissibile quindi Terrore di scrittura, che 
dovrebbe aver trasformato in becendo il bencendo originario. Io pro- 
pendo quindi a scrivere, come fa il Navone, em mebe cendo flagello. 
Ma che sarà quel cendo ? Certo non un verbo, poiché già ne abbiam 
imo in flagello. Non sarebbe forse fuor di luogo il sospetto che nella 
seconda parte di cendo si nasconda il solito nde = ne {mende. 8, 
diconde, 8). Basterebbe supporre che o nella nostra copia o nella 
esemplare da cui essa deriva si fosse dallo scrittore lasciata per dimen- 
ticanza Ve priva di quel coronamento superiore che la distingue dal- 
Vo nella scrittura cassinese. Ma. la prima parte del vocabolo reste- 
rebbe sempre oscura; poiché non si vede a che cosa si riferisca 
quel ce (ke ?). E quindi soltanto un po' arbitrariamente che si può 
spiegare il testo cosi : Poiché io sto in alto, rinnovo agli altri la 
via e mi flagello, cioè mi reco del danno, come ne fa a sé mede- 
sima la candela, la quale consumandosi dà luce altrui. Tale infatti 
è il significato dei due versi che seguono : Et arde la candela sete 
libera Et altri mustra bia dellibera, dove è alquanto oscuramente 
espresso un paragone, caro agli scrittori medievali, che dai mora- 
listi (ved. A. Neckam, De naturis rerum, ed.WRiGHT, London, 1863, 
p. 58) è passato presso i poeti e si trova così nei lirici d'oltremonti 
come nei nostri antichi rimatori (cfr. Peire Ramon in Mahn, 
Werke, I, p. 137, Perrin d'Angecourt in Eist. Littér. de la Fr., 
XXIII, 823; Navone, o. c, ^.ìQQ;Gh.sP.\.vci, La scuola poet. sicil., 
p. 96) e venne anche ridotto ad impresa nel sec. XVI (cf. 0. von 
Heinemann, Die Sss. der Herz. Bibl. zu Wolfenbùttel, p. 35). 
L'epiteto di libera, che dà però qui il poeta alla candela, potrebbe 
far sospettare ch'egli avesse pure a mente la celebre similitudine 
di S. Matteo (Evang., V, 34). Riprendendo la interpretazione data 
dal Federici, il Rocchi ed il Bòhmer vedono nella frase mustra 
bia dellibera, che essi leggono via del Libera, un'allusione a quella 
preghiera, così chiamata dalle parole con cui comincia, che pro- 
nunzia durante la messa l'officiante. Credo che questa opinione si 
possa dir falsa con tutta sicurezza ; dellibera non può aver qui altro 
valore se non quello di libera, sgombra; « la via é tale, che visi 
può camminar con passo franco perchè si vede senza inciampi »; 
ecco il concetto dell'autore. Et eo sence abbengo culpa iactio Por 
vebe luminaria factio. Tuttabia mende abbibatio E diconde quello 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 115 

lemica sulla maggiore o minore bontà di due istituzioni, 
che per diverse vie pur convergono al medesimo fine, 
anziché una apologia della vita spirituale, come si po- 
trebbe, se non tacciando l'autore di stravagante incoerenza, 
trovare nel dialogo la esplicazione e la prova dei consigli 
dati nel prologo? 

Né se, lasciato questo in disparte, ci volgeremo a stu- 
diare il dialogo, ci verrà fatto di togliere di mezzo i 
nostri dubbi. Essi al contrario cresceranno rapidamente. 
Due uomini, così comincia il racconto, movendo da diverse, 
anzi opposte, direzioni, si incontrano, né è detto dove, 
suir albeggiare e si chieggono reciprocamente notizie del- 
l'esser loro. 

E qui ci si fa innanzi un primo intoppo. La seconda 
strofa, colla quale il dialogo aveva principio, é disgrazia- 
tamente così malconcia nel codice, che dei nove versi di 
cui dovrebbe constare soltanto sei ne rimangono, e senza 
legame fra di loro: 

Quillu d'oriente pria altia l'occlu si llu spia. 



addemandaulu tuttabia comò era corno già. 

« Frate meu, de quillu mundu bengo, 
loco sejo et ibi me combengo » (1). 



ke saetto... c'alia scrittura bene piatto... Qui sorgono nuovi intoppi, 
a cagione di quel sence abbengo culpa iactio, che resiste ad ogni 
tentativo di spiegazione. 1 più vecchi editori del Ritmo avevano letto 
Iactio e interpretavano il passo : e io se bene abbia di colpa laccio 
(Baudi di Vesme); altri, come il Federici, seguito dal Rocchi e dal 
'&ò\ime\\ senza averci colpa ; cosicché per quelli il poeta si direbbe 
peccatore, per questi si dichiarerebbe innocente. In realtà il codice 
legge iactio, non Iactio, ma da questa certezza intorno alla lezione 
del testo nessuna luce viene al passo, che io non posso né so in- 
terpretare. 
(1) Navone, o. c, p. 107. 



116 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

Questi due ultimi versi, racchiudono, come è chiaro, 
una risposta. Chi la dà ? Il Bandi di Vesme pensa sia 
l'Occidentale (1) , e con lui s'accordano il Navone (2), il 
Bòhmer (3), e, non so troppo come, anche il Crescini (4). 
Ora, posto ciò, noi dovremo credere che col quillu del 
verso seguente {Quillu auditu stu respiisu), sia indicato 
l'Orientale, che, incoraggiato da una benevola risposta 
(bonu et amurusu) invita l'altro a fermarsi con lui e lo 
supplica a permettergli alcune interrogazioni. E l'Occi- 
dentale accondiscende non meno graziosamente di quanto 
avesse già fatto. 

Cosa volesse domandare l'Orientale, una disgraziatis- 
sima lacuna ci vieta ora di saperlo. Ma probabilmente 
egli chiedeva ed otteneva ragguagli sulla vita che l'altro 
conduceva nel paese donde era venuto ; tanto infatti si 
deduce dai versi che seguono, i quali contengono la con- 
clusione che, uditi i racconti dell'Occidentale, ne traeva 
l'Orientale. « Io credo, egli dice, a tutto quanto mi hai 
raccontato intorno alla vostra dignità. Adesso, chiariscimi 
d'un'altra cosa. Poiché voi menate sì felice esistenza, 
quali vivande mangiate? Sono esse così saporite, così 
gustose come le nostre? » (5). L'Occidentale si adonta 
di tale richiesta. « Di quali scellerate vivande parli tu?», 
ei prorompe. « Noi abbiamo vivanda purgata, una per- 
fetta vigna, che sempre dà frutto. In essa noi ritroviamo 
tutto ciò di cui abbiamo desiderio, e il solo vedere ci 



(1) Op. cit., p. 41. 

(2) Op. cit., p. 104. 

(3) Op. cit., p. 144. 

(4) Nota sul Ritino Cassinese, Padova, Randi, 1887, pp. 8. Estr. 
dagli Atti e Memorie della R. Accacl. di scienze, lettere ed arti in 
Padova, V. Ili, disp. I. 

(5) vv. 43-48. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 117 

sazia » (1). L'Orientale a tal risposta trasecola. « 
qual vita conducete voi se non mangiate uè bevete? Io 
non so come un uomo che né mangia, ne beve, si man- 
tenga in vita » (2). L'altro allora gli dà della sua me- 
ravigliosa asserzione una spiegazione anche più meravi- 
gliosa. « Noi non mangiamo, né beviamo, perchè non ne 
proviamo mai alcun bisogno » (3). « In tal caso, » os- 
serva l'altro, « voi non siete uomini, ma angeli » (4). 
E il dialogo è terminato. 

Ora, quando si distribuisca il dialogo fra l'Orientale e 



(1) vv. 49-56. 

(2) vv. 56-62. 

(3) Homo hi fame unqua non sente, non è siiiente, dice qui il testo ; 
eà è sentenza ben strana, anzi addirittura priva di significato. Il 
Rocchi però ha creduto non inutihnente spese due pagine a di- 
mostrare che se la sentenza, presa in maniera assoluta, è falsa, 
tuttavia, « interpretata giusta un senso spirituale », può reggere, 
perchè verrebbe a dire « che chi può reprimere la fame, potrà 
molto più facilmente la sete » (o. e, p. 63). Per quanto sottile, 
l'argomentazione del Rocchi non persuade me, come non ha per- 
suaso il Bòhmer, il quale, giudicando corrotto il testo, lo resti- 
tuisce così: 

[Quillu] homo ki [la] fame unqua non sente 
[Ni ki unqua mai] non è sitiente 
[Di] qued a besonju, tabe saccente, 
de mandicare, de bib(e)re niente? 

Il rimedio è, per verità, troppo violento; ed io preferisco togliere 
l'incongruenza avvertita nel testo con una modificazione assai più 
lieve. Suppongasi adunque che il copista abbia scritto per errore 
non è in luogo di nini è (né è: cfr. homo ki nim, bebé, v. 60); ba- 
sterà perchè il senso corra chiarissimo, e insieme col senso, quando 
sia soppressa la pausa dopo sitiente ed il punto fermo dopo bibere, 
anche il periodo: 

Homo ki fame unqua non sente, nim è sitiente ; 

Qued a besonju, tebe saccente, de mandicare, de bibere niente? 

(4) vv. 63-72. 



118 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

l'Occidentale come si è fatto, resta possibile il riconoscere 
in esso un contrasto fra due monaci, uno de' quali in- 
tende a far persuaso l'altro che la regola da lui seguita 
è inferiore alla propria? Niuno, pare a me, potrebbe af- 
fermarlo. Che se volesse farlo, vegga prima a quali as- 
surdità andrebbe incontro. Come ! è il monaco Basiliano, 
il rappresentante cioè di quell'ordine che imponeva ai suoi 
adepti un tenore di vita rigidissima, che considerava su- 
prema lode nell'asceta l'astinenza da ogni cibo, il quale, 
messo a tu per tu con un benedettino, non si preoccupa 
quasi d'altro se non di chiedergli notizie su quello che 
mangia, e per di più vuol sapere se gusti vivande tanto 
delicate e saporite quanto quelle di cui egli è solito ci- 
barsi (1)? E sarebbe un Benedettino, il quale sta a raf- 
figurare quella regola, che, mite fin dagli inizi, era an- 
data, col volgere del tempo, raddolcendosi a tal segno da 
essere non solo riguardata come di tutte la piii indul- 
gente, ma da porgere amplissimo argomento a fieri rim- 
brotti (2); quegli che pronuncierebbe il curioso predicozzo. 



(1) Navone, o. c, 104. 

(2) Che ben grave fosse la corruzione nella quale sullo scorcio 
del sec. XII era caduto l'ordine di S. Benedetto, ninna testimo- 
nianza, fra le parecchie che si potrebbero mettere innanzi, lo mostra 
meglio delle eloquenti invettive, di cui fa segno i suoi confratelli 
l'abate Gioacchino. Aliquanta regule capitula, scrive egli in un 
passo del Comment. ad Apocal. (cap. 3, text. 4, f. 80, e. 3) ita absorta 
stmt ac si non ea sanctus Benedictus ediderit, ut est precipue 
de opera ìnanuum et de abstinentia ciborum acpotus, quod ideo 
accidisse cognoscitur, quia dum divites esse voluerunt sub regula 
paupertatis, facti sunt dilicati et teneri; facti sunt invalidi et 
infirmi; facti sunt quibus lacte opus sit, non solido cibo. Nec mirum. 
Quis enim unquani inter divitias et delitias potuit tenere inopeni 
viiam et castitatis propositicm ubi multi sunt cibi ì E poco appresso, 
accennati altri e peggiori vizi, ai quali i monaci s'abbandonavano, 
riprende a battere sul chiodo del digiuno: tunc sunt vere monachi. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 119 

da cui risulta ch'egli ed i suoi compagni di null'altro si 
pascono se non della vista di una vigna? Ne vi è modo 
di eludere la difficoltà, ricorrendo, come altri ha inge- 
gnosamente tentato, all'allegoria, e cavandone motivo di 
credere che il cibo, del quale si discorre, sìa spirituale, 
non già corporeo; e che così l'Orientale, chiedendo al- 
l'altro di quali vivande sia solito gustare, intenda doman- 
dargli, in simbolico linguaggio, con quali studi, con quali 
letture educhi e nutra il suo intelletto (1). Non si pos- 
sono, ripeto, reputare simboliche queste domande, dal mo- 
mento che l'autore stesso ci ammonisce doversi interpre- 
tare alla lettera le sue parole, quando, alla richiesta del 
primo interlocutore: « Ma se voi non mangiate, come riu- 
scite a mantenervi invita? », fa rispondere dall'altro con 
un discorso, che pretende offrire della cosa una luminosa 
dimostrazione; esser cioè facilissimo fare a meno di man- 
giare e di bere per chi non prova mai la necessità di 
soddisfare a questi bisogni della carne. Strane parole, 



si de labore manuum suarum vivant, quod omnes ab esii car- 
niuni ahstineri debeant, preter omnino debiles et egrotos: quod 
duo pulmenta coda quoiidie patribus sufficere debeant... quod 
sic vino, quod omnino monachorum non est, uti liceat, ut nun- 
quam tamen usque ad ebrietatem et satietatem bibamus. E non 
meno corrotti degli italiani i benedettini d'oltremente, se nel se- 
colo XllI un poeta popolare ne poteva pubblicamente schernire, 
come notoria la ghiottornia per bocca di Renart {Roman de Re- 
nart, ed. Martin, 111, 256-59). A qual grado di abbiezione fosse 
poi sceso verso quel tempo l'ordine stesso di S. Basilio lo provano 
i fatti narrati dal Rodotà, o. c, p. 180 e segg. 

(1) Cosi il Bòhmer, o. e, p. 144-45. E curioso il vedere come, 
mentre il filologo tedesco cerca di ridurre la menzione tanto dei 
cibi quanto della vigna ad un senso allegorico, il Rocchi invece 
si sbracci ad asserire che la perfecta binja era un vero e proprio 
vigneto, dei frutti del quale si nutrivano i Gassinesi, ed almanacchi 
per scoprire a quale fra i vigneti, che il Cenobio possedeva nel 
sec. X, abbia voluto alludere il Rimatore (o. e, p. 52). 



120 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

che, sia prese in senso allegorico, sia letterale, conducono 
a conclusione più strana. Giacché, se noi le intendiamo 
figuratamente, udremo de' monaci confessare che di eser- 
citare ed erudire con pie letture la loro mente non si 
curano, perchè di farlo non hanno verun bisogno: se poi 
le spieghiamo letteralmente, sentiremo questi stessi mo- 
naci affermare che essi erano avvezzi a vivere senza man- 
giare, perchè la vista di una vigna bastava a saziarli. E 
se la prima conclusione è assurda, questa diviene addi- 
rittura ridicola. 

Se, spaventati, ed a buon diritto, dalle conseguenze alle 
quali siam giunti, ci rifaremo sui nostri passi e tenteremo 
di distribuire in altra maniera il dialogo, eviteremo in 
parte le difficoltà che abbiamo incontrate, ma urteremo 
però contemporaneamente in altre non meno gravi. Si 
provi infatti a vedere se, posti in bocca all'Orientale, suo- 
nino meglio quei discorsi, che sulle labbra dell'Occiden- 
tale riuscivano tanto incongrui: si ammetta che primo ad 
introdurre il discorso sia questo, non quello (1). Ed allora 
il dialogo parrà sulle prime assumere un andamento più 
logico e naturale; giacché é assai più conveniente che 
'Colui il quale giunge da remoto e misterioso paese sia 
interrogato sulla sua vita, le sue consuetudini, di quello 
che interroghi egli stesso altrui. Ma ben tosto eccoci ri- 
caduti nel solito inesplicabile controsenso; l'Orientale ac- 
coglie sdegnosamente la domanda che gli vien mossa sulle 
vivande di cui fa uso, e, rimproverando il suo curioso in- 



(1) Codesto ha fatto il Rocchi, il quale parte dal supposto, per me 
giustissimo, che sia l'Occidentale quello il quale muove all'Orientale 
le domande intorno alla vita che esso conduce, ai cibi de' quali fa 
uso, ecc. Ma subito dopo, traviato dalle sue preoccupazioni, abban- 
dona la via dritta e cade (ciò che avviene anche al Bòhmer) nel 
più singolare de' controsensi, giacché ammette che l'Occidentale 
risponda di per sé alle domande che aveva rivolte all'Orientale. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 121 

terlocutore, afferma che egli vive senza toccar cibo. E 
l'asserzione, pur trattandosi di un asceta orientale, non è 
per questo meno bizzarra ; poiché, se è certo che gli ana- 
coreti della Tebaide, e più tardi quelli della Calabria, 
seppero portare ad un grado veramente ammirabile l'asti- 
nenza ed il digiuno, di nessuno di loro però gli agiografi 
anche più creduli riferitori di prodigi, si fecer lecito af- 
fermare che sapesse mantenersi vivo senza mai mangiare 
né bere. E del resto, dato anche che ad una così strava- 
gante conclusione avesse voluto venire l'autore del Kitmo, 
non vi sarebbe tuttavia modo di veder in questo un'apo- 
logia della regola benedettina. Al contrario, esso verrebbe 
a risolversi in un iperbolico elogio dell'austerità del mo- 
nachismo greco, in cui la parte meno onorevole la rap- 
presenterebbe quel Benedettino, il quale ad un uomo de- 
dito alle cose celesti, osa parlare di godimenti, se ignobili 
per loro natura sempre, per lui ignobilissimi. Ora è mai 
possibile un panegirico della regola basiliana, che con- 
chiude per suonar biasimo alla latina, quando il Ritmo 
si attribuisca, come è probabile che vada attribuito, ad un 
Cassinese? 

Da qualunque parte si volga il passo, la via resta dun- 
que senza uscita; né v'è maniera di sostenere più oltre 
l'opinione già esposta. Non solo il Ritmo non può stimarsi 
un contrasto fra due monaci appartenenti a diversi ordini, 
ma non si può nemmeno ammettere, come aveva giudi- 
cato non improbabile il Giorgi (1), che esso intenda ad 
esaltare le istituzioni benedettine. 

Eppure, odo obbiettarmi, che di queste istituzioni si 
tratti, lo mostra un fatto, che toglie valore e forza ad 
ogni dimostrazione in senso contrario. Dice uno dei per- 
sonaggi di sé e de' compagni suoi: Bidand' ahemo pur- 



(1) Op. e, p. 100, n. 1. 



122 IL RITMO CASSISESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

gaia da benitiu preparata. Ora, dove si può rinvenire 
una più chiara, aperta, precisa allusione allo stato mona- 
stico di codesto interlocutore del componimento? La vi- 
vanda preparata da Benedetto che altro sarà se non la 
regola claustrale da questo Santo istituita? 

Che la frase da benitiu preparata sia da giudicar quella 
appunto che, rendendo piti fitte e piìi impenetrabili le 
tenebre che si volevano diradare, ha poi maggiormente 
contribuito a mettere sopra una falsa strada quanti si sono 
fin qui affaticati intorno al Ritmo nostro, non può esser 
dubbio. Per essa soltanto si è ingenerata nell'animo dei 
più la persuasione che il componimento, o in un modo o 
nell'altro, finisse per essere una apologia della regola be- 
nedettina. Eppure in essa vi ha qualche cosa di così grave, 
di così inesplicabile, che avrebbe dovuto metterli sull'av- 
viso. 

Da benitiu x^reparata si deve intendere, così dicono 
tutti, preparata da Benedetto. Ma in quale dei volgari 
italiani ed in qual tempo ed in qual modo, domanderò 
io, può la parola benedictus essersi trasformata in un be- 
nitiu^ forma che viola ed offende ogni più nota legge di 
derivazione (1)? Che benedictus abbia dato benedictu e 
quindi benedittu nei dialetti meridionali è chiaro; ma che 
ne sia potuto in questi stessi dialetti uscir fuori un be- 
nitiu, è assurdo il supporlo soltanto. 

Sotto questo mostruoso benitiu non sarà dunque celato 
un errore? 0, meglio, non sarà il caso di credere che gli 



(1) 11 solo Rocchi ha avvertito la singolarità di questa forma: 
« Non ho altro volgarismo, cui riscontrare (egli scrive), se non 
che la voce Benito degli Spagnuoli ». Ma da Benito a Benitiu 
ci corre! Supposta anche la caduta del d, qui neppur essa ammis- 
sibile, avremmo sempre Beneito, ad una notevole distanza da Be- 
nito; Benitiu non mai. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 123 

illustratori del Kitmo non hanno saputo interpretare a do- 
vere le parole da benitiu preparata? Si badi al luogo 
che esse occupano nel testo. Il poeta sta descrivendo una 
vigna, che ha proprietà meravigliose; è questa per feda 
binja piantata^ de tuttu tenpu fructata, che offre la^wr- 
gata hibanda, della quale si ciba uno dei protagonisti del 
componimento. che in questo caso da benitiu prepa- 
rata debbasi scomporre (1) e leggere, non da benitiu^ ma 
bensì dab enitiu preparata, apparecchiata dal principio 
del mondo, ab initio mundi? Ci pensino i lettori; questa 
vigna, che è perfetta, purgata, che in ogni stagione porta 
frutti, nella quale si rinviene quanto si brama, che pasce 



(1) Colle parole bidandabemo purgata da termina nel cod. la 
linea 33, e con l'altre benitiu preparata la 34. Di qui, se nonm' in- 
ganno, è venuto T errore in cui son caduti tutti gli editori del 
Ritmo, di considerare cioè da come separato da benitiu e intendere 
l'uno quasi preposizione, l'altro quale nome. Siccome però il co- 
pista è solito spezzare in fine di linea le parole (cfr. 6, 13, 32, 39), 
cosi il trovare nel cod. scritto da benitiu non impedisce affatto 
che si possa, anzi si debba, leggere dabenitiu. Riguardo poi alla 
locuzione dMb io m'ero nella prima stampa di queste mie ricerche 
domandato se per avventura in essa non dovesse vedersi un pri- 
mitivo 'de-ab. Il Crescini nella sua Nota citata (p. 6, n. 2) ha com- 
battuto questa ipotesi, osservando come nel periodo propriamente 
storico delle lingue neo-latine non si abbia veruna sicura traccia 
d'una tale preposizione. E sebbene io creda che si possa ritenere ideo- 
logicamente ovvio che ad un dato punto dell'evoluzione linguistica dei 
parlari latini abbia potuto esistere accanto a de-ad nn'de-ab,che espri- 
messe in modo speciale il rapporto di derivazione, provenienza, ecc., 
pure, riconoscendo la verità delle obbiezioni mossemi, ho stimato op- 
portuno lasciar in disparte quella congettura per attenermi all'altra, 
pur espressa da me in secondo luogo, che lo scrittore abbia conside- 
rato la frase, che occorre tanto spesso, ab initio, come una sola 
parola e quindi premessale la preposizione volgare da. Il fatto non 
è del resto nuovo, come ha opportunamente soggiunto il Crescini, 
che mi rimanda ad un esempio tratto dalla Passione e Risurrezione 
veronese del sec. XIII (Studi di FU. Rom., V. I, p. 230). 



124 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

altrui della sola sua vista, non può essere altra cosa che 
la vigna del Signore, quella che simboleggia la vita eterna, 
il regno celeste, che Iddio ha preparato fin dal principio 
del mondo per quegli eletti ai quali concederà tutto quanto 
vorranno domandargli (1). 

Eliminato così questo ostacolo, che pareva a primo aspetto 
insuperabile, noi potremo adesso più francamente asserire 
che il rimatore non ha mai pensato a mettere in scena 
dei monaci, i quali disputino fra loro sulla bontà degli 
ordini a cui appartengono o mirino coi loro discorsi a 
fare l'apologia di una determinata istituzione. Basiliani 
come Benedettini qui non hanno davvero nulla a che ve- 
dere. 

Ma in questo caso che mai ha voluto fare l'Autore ? 
Vediamo adesso di scoprirlo: e dacché i sentieri fin qui 
battuti non hanno saputo condurci alla mèta, tentiamo 
una via inesplorata. E forse il bandolo dell'intricata ma- 



(1) Venite, benedìcti Patris mei; possidete regnum vobis paratum 
a constitutione mundi. Matth., XXY, 34. Omnia quaecumque pe- 
tieritis. Id., XXI, 22. È ben noto come ricorrano frequenti nelle 
sacre carte le allegorie tratte dalla vigna; e, per tacere dei 
molti passi dalla Bibbia ne' quali la Chiesa di Dio si vuol raffigu- 
rata sotto l'immagine di una vigna piantata e coltivata dal Signore, 
basti citare quel celebre luogo di S. Giovanni (Ev., XV, 1): «Io 
son la vera vigna e mio padre è il vignaiuolo... io sono la vigna 
e voi i tralci s>. I più antichi documenti della tradizione cristiana 
riproducono le medesime idee, e la vigna ricorre così in monu 
menti scritti come figurati a simboleggiare non solo la Chiesa 
ma il Paradiso, la vera terra promessa, ed anche il mistero euca 
ristico. Ved. Martignv, Diciion. des Aniiq. Chrétiennes, Paris, 1877 
p. 796; W. Smith, Dici, of Christ. Antiq., London, 1880, II 
p. 2018, ecc. Nulla di più natarale quindi che della trita alle 
goria si giovassero anche i poeti volgari. Così un troviero di Fiandra 
Jean de Donai, ha composto un sermone rimato, Li dis de la 
Yigne, in cui paragona la coltivazione della vigna alle cure che 
richiede il servizio divino {Hist. Littèr., XXIII, p. 252). 



JL RITMO CASSINESE E LE SnE INTERPRETAZIONI 125 

tassa, invano ricercato, si presenterà spontaneo, quando^ 
in luogo di ostinarci a vedere nel Kitmo un'eco più o 
meno fedele di fatti storici, o almanco reali, lo conside- 
reremo come una pura allegoria, ed i suoi personaggi 
quali esseri fantastici, astratti, creati dal poeta per meglio 
dichiarare ai suoi uditori quelle dottrine, delle quali li 
aveva chiamati a gustare la salutare essenza. 

Ed è appunto l'autore che ci assicura esser questa la 
via che si deve seguire, quando a quei versi del prologo, 
nei quali ha manifestate le cause che lo indussero a scri- 
vere, ne fa seguire altri che suonano così: 

Aio nova dieta per fegura 

ke da materia no sse transfegura 

e ccoll'altra bene s'affegura. 

La figura desplanare ca poi lo bollo pria mustrare (1)> 

Il discorso ha, come si vede, parecchio del sibillino. 
Tuttavia il concetto del poeta si afferra abbastanza facil- 
mente; egli afferma che ha da esporre nuovi detti, i quali,, 
sebbene siano da intendere figuratamente, pure non s'al- 
lontanano per questo dalla materia presa a trattare, ma 
con essa bene si confanno. Ora, la materia presa a trat- 
tare è la vanità di questa vita e la necessità di guada- 
gnarsi l'eterna; nel componimento dunque il poeta vuol 
svolgere una narrazione allegorica, della quale verrà quindi 
a dichiarare il significato. Questa dichiarazione però, questo 
desplanare la figura, noi li cercheremmo invano nel Kitmo 
quale ci è giunto, poiché esso termina bruscamente con 
il racconto, e nemmen questo forse è compiuto. Più che 
probabilmente adunque alle lacune già avvertite nel Eitmo 



(1) 11 Giorgi scrive desplanare; nel cod. essendo, per quanto 
sembra, assai difficile distinguere Vt( d&lVn. Ma qui sarà da leg- 
gere ad ogni modo desplanare. 



126 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

è da aggiungere un'altra alla fine: nel codice cassinese 
il componimento è mutilo. 

Ecco dunque come, a mio avviso, si dovrebbe interpretare 
il Kitmo. Il poeta, che era, come dubitarne?, un monaco, 
fors'anco un cassinese, e fioriva in un'età, della quale non 
si possono determinare con precisione i limiti, ma che deve 
credersi non anteriore all'undecimo, e probabilmente non 
posteriore al secolo decimosecondo, desideroso di fare espe- 
rimento del proprio ingegno, e nel tempo stesso riuscire 
giovevole agli altri, si è accinto a dettare un'esortazione 
a coloro che, immersi nel fango dei terrestri godimenti, 
non sanno innalzare a più eccelsa mèta i loro sguardi, 
per indurli a scuotersi dal torpore ed assorgere, purificati, 
alla contemplazione dei piaceri oltremondani. E per ren- 
dere non solo più efficaci i suoi ammonimenti, ma anche 
più comprensibili al grosso intelletto dei suoi rozzi udi- 
tori, ha stimato opportuno rivestirli di forme concrete, 
direi quasi palpabili, e di coprirli della veste trasparente 
dell'apologo, dell'allegoria. Perciò ha foggiati due perso- 
naggi, dei quali l'uno, vir magmi e prudente, vestito forse 
delle lane monacali (1), sta a raffigurare l'uomo dedito 
alla vita spirituale ; l'altro a simboleggiare chi giace sotto 



(1) Uso di una forma dubitativa perchè, se mi pare ben proba- 
bile che l'Autore dovesse considerare incarnata la perfezione spi- 
rituale nel monachismo, e quindi facesse un monaco del personaggio 
chiamato a simboleggiarla, non trovo però nel Ritmo verun in- 
dizio che permetta di affermarlo con la sicurezza, di cui altri dà 
prova. Erroneo è infatti per chi abbia a mente l'uso larghissimo 
che si faceva nel Medio Evo del nome di fratello, il vedere nel 
frate, con cui più volte i due personaggi si apostrofano, un'allu- 
sione alla loro condizione, come fa il Rocchi, o. c, p. XXIII. Se 
è del resto monaco l'Orientale, che si conviene (v. 30) coi suoi 
soci nella dimora donde è partito, non può esserlo in niun modo 
l'Occidentale. 



IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 127 

l'impero dei sensi. Ed in bocca al primo, che giunge da 
una regione ignota e misteriosa, anzi oltremondana, ha 
posto parole che descrivono le gioie di un'esistenza, sciolta 
da ogni laccio terreno; gioie che dall'Occidentale, incapace 
di raffigurarsene altre che non siano le bramate da lui, son 
riputate simili a quelle, di cui fruiscono in questo mondo 
coloro che son detti felici; perciò egli chiede se anche le 
vivande laggiù siano saporite e gustose come qui. E quando 
ode rispondersi che di vivande non fa bisogno in quel 
beato paese, accoglie con incredulità e stupore la risposta, 
e protesta che il suo interlocutore, se vive senza cibarsi, 
non deve esser un uomo. E così il dialogo non poteva 
terminare; ma l'Orientale proseguiva ed induceva con i 
suoi discorsi nell'animo dell'Occidentale un santo desiderio 
di conoscere egli pure, ripudiate le mondane e fallaci lu- 
singhe, quella soprannaturale felicità, di cui gli aveva 
dipinto un tanto incantevole quadro. Ma a questo punto 
doveva riprendere la parola lo stesso poeta, e, chiudendo 
il suo componimento, avvertire gli ascoltatori che i due per- 
sonaggi non erano se non simboli l'uno della vita terrena, 
l'altro della celestiale, e che per conseguire il perpetuo 
possesso dell'eterna beatitudine faceva mestieri dispregiare 
quistu nmndu gaudehele Jce Vimu e IValtru face mescre- 
dehele. 

A chi ora mi domandasse se io creda che questo di- 
segno, se non molto artifizioso pure abbastanza bene ar- 
chitettato, sia uscito dalla mente del nostro rimatore o 
non piuttosto egli l'abbia preso a prestito da altri, non 
saprei dare una categorica risposta. Argomenti infatti non 
mancano a favore così dell'una come dell'altra supposi- 
zione. In quella scrittura^ ben due volte ricordata nel 
preambolo, alla quale il poeta è lieto di accordarsi ed a 
cui vuole pongan mente gli uditori, taluno potrebbe 
vedere indicata la fonte, della quale egli si è giovato 



128 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

e che cita come testimonianza della veracità dei suoi 
racconti, a quel modo stesso che nei giullareschi can- 
tari, da cui egli ha certo tolta a prestito la formola con 
la quale, cominciando a parlare, chiede ai Signori che 
l'attorniano attenzione e silenzio, viene ricordata a sazietà 
la letre^ il livre, la storia (1). Si potrebbe in questo caso 
supporre che, avendo sott'occhio uno di quei componimenti 
parenetici latini, de' quali era così doviziosa la lettera- 
tura monastica del Medio Evo, il poeta siasi proposto di vol- 
gerlo nell'idioma del volgo, perchè questo pure potesse 
fruire delle salubri dottrine ai dotti soltanto accessibili. 
Ma potrebbe anche darsi che la menzione del testo fosse 
presso il Nostro null'altro che una gherminella, essa pure 
solitamente adoperata dai giullari per accrescere autorità 
alle proprie parole. Ad ogni modo, anche se il rimatore 
non ha fatto ricorso ad una fonte determinata, non è però 
da escludersi che siasi giovato di tradizioni e di rac- 
conti ai tempi suoi divulgati. Se si raccolgono gli ele- 
menti essenziali del suo allegorico racconto, sarà facile 
avvertire come essi manifestino singolari rapporti con 
quelle leggende, popolarissime nel Medio Evo, che descri- 
vevano sotto forme diverse sì, ma pur sempre strettamente 
collegate, quel beato soggiorno, da cui l'umanità era stata 



(1) La formola d'introduzione è quella essenzialmente giullaresca 
che troviamo usata anche dai poeti morali popolari; Uguzon de 
Laodho (ed. ToBLER, V. 235-39); gli autori della Passione di Cristo 
(Studi di FU. Rom.,U, 243); dell'Amore di Gesù (Mvssafia., Monum. 
ant. di dial. ital. in Sitzungsher. der k. Ak. der Wiss, XLVI, 
158) e infiniti altri. Più comune l'abitudine di interpellare l'udi- 
torio con il nome di gente, buona gente presso costoro; ma non 
mancano però casi in cui è adoperato quello di signori, e magari in 
compagnia dell'altro, come in questo luogo di Buccio di Ranallo 
(MussAFiA, Zur Eatharinenleg., Wien, 1885, p. 23): Signori, bona 
gente. Fonate core e mente Alle sante parole... 



IL RITMO CASSINE8E E LE SUE INTERPRETAZIONI 129 

bandita per il delitto del primo parente, il paradiso ter- 
restre (1). Questo ideale paese, già sogno dell'antichità, 
nelle tradizioni raedioevali è quasi sempre descritto come 
una plaga deliziosa, collocata nell'estremo oriente, ricca 
d'ogni tesoro, abitata e custodita dagli angeli; tale an- 
cora quale Iddio la creò al principio del mondo. Chi giunge 
per avventura a scoprirla, a varcarne la soglia vietata, 
non prova più alcun bisogno, alcuna sofferenza; non la 
fame, non la sete, non freddo, non sonno; né tristezza, ne 
infermità veruna. Perde ogni nozione del tempo, i secoli 
paiono giorni per lui che, giovane sempre, quantunque 
gravato dalla spoglia corporea, diviene simile alle ange- 
liche intelligenze (2). Ora le fattezze principali di queste 



(1) Ved. Maury, Le Paradis Terrestre in Nouv. Enciclopédie, ed. 
Didot; A. Graf, La leggenda del paradiso terrestre (Torino, 1871). 

(2) Tra le forme sotto le quali codesta leggenda ha conseguito 
maggior popolarità nel Medio Evo devesi menzionare principal- 
mente quella che narra il viaggio del monaco irlandese Brandano 
alla terra, Repromissionis Sanctorum (ved. Jubinal, La legende 
latine de S. Brendaines, Paris, 1837, Sughier, Brandans Seefahrt 
in Roman. Stud., 1, 353 e segg.; F. Michel, Le voyage merveilleux 
de S. Brandan, Paris, 1874, per tacer d'altri). Orbene in questa 
antichissima leggenda il meraviglioso paese è descritto in tale ma- 
niera: Sicut vides modo, ita \ista insula^ ab initio mundi per- 
manet. Indiges aliquid cibi aut potits aut vestimenti? Per unum 
enim, annum es in hac insula et non gustasti de cibo aut de potu ; 
nunquam fuisti oppressus sonino , nec nox te cooperuit. Dies 
namque est sine ulta eccitate tenebrarum hic. Nelle redazioni po- 
steriori della Peregrinatio sive navigatio beati Brandani la terra 
promessa offre una profusione di tesori e di gemme; particolari 
questi che debbono esservi confluiti dalle descrizioni molto aflBni 
della Gerusalemme celeste. Infatti lo stesso regno de' cieli era rap- 
presentato fin dai tempi più antichi del cristianesimo come un 
verziere perpetuamente fronzuto, dove i beati s'inebriano del pro- 
fumo de' fiori. Inde per eximios paradisi regnat odores Tempore 
continuo vernant ubi gramine rivis, dice un'iscrizione cristiana del 

NovATi, studi critici e letterari. 9 



130 IL RITMO CASSINESE E LE SDE INTERPRETAZIONI 

fantastiche descrizioni ci appaiono anche in quella, che 
uno degli interlocutori del Kitmo fa del paese donde si 
è mosso. In codesto soggiorno, collocato, pare, nell'estremo 
Oriente, nella più remota parte del mondo, per non dire 
in un altro mondo, regna eterna letizia; ogni bisogno vi 
si acqueta, ogni brama si appaga nella contemplazione 
di una mirabile vigna, perpetuamente adorna di frutti (1). 



IV secolo, edita dal De Rossi, Inscr. Christ. Urbis Romae, I, 
p. 141, n. 317. E cfr. Martigny, o. c, p. 574; Du Méril, Poés. 
2)op. fnt., 1843, p. 131 e segg. 

(1) Le gravi lacune che esistono nel Ritmo Cassinese ci impe- 
discono di verificare quanto la cUgnitate, la gloria, il disduttu, in 
cui vivono l'Orientale ed i suoi compagni, risponda nei suoi par- 
ticolari alla beatitudine, della quale, giusta le leggende ricordate, 
fruiscono nella terra promessa dei Santi o nel paradiso deliziano, 
gli avventurati che riescono a penetrarvi. Qualche raffronto tut- 
tavia, e non privo d'interesse, si può istituire. Si rammenti la mi- 
stica vigna, che appaga qualsiasi desiderio: 

en qualecumqua causa delectamo 

tutta (1. tutt'a?) quella binja lo trobaio... (v. 56-56); 

e si cfr. più oltre: 

Quantumqua deu petite tuttu lo 'm balia tenete (v. 70). 
Orbene; il veder adempiuta, non appena concepita, ogni lor brama, 
è appunto uno dei più singolari privilegi, de' quali godano gli abi- 
tanti del paradiso terrestre. « Ogni piacere che a noi dilettava, 
tutti gli abbiavamo a compimento », dice S. Brandano nella leggenda 
italiana (Villahi, Ant. Legg. e trad. che ili. la D. Comm., p. 105); e 
nella francese si afferma altrettanto : Chi ci estrat... De tuz ses bons 
mira plentet; Qo que plus est sa volitntet, Cel ne perdrat, suurs en 
est; Tuz dis Vaurat et truvrat presi (Michel, o. c, p.85). Anche nel- 
l'immaginario paradiso terrestre che Renart descrive ad Isengrin per 
indurlo a scendere nel pozzo, questa è una delle più lusinghiere 
attrattive: N'estovoit cele rien rover Qiien nepoùst iloc trover... De 
toz biens eri li lius garnis (Rom. de Ren., ed. Martin, VI, 619-20, e 
cfr. IV, 265). La stessa vigna, de tuttu tempu fructata, appartiene 
alla famiglia di quelle piante meravigliose le quali crescono nella 
celestiale dimora e sono in ogni stagione cariche di frutti, come 



IL RITMO CASSIXESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 131 

lo non dirò adesso che questa terra idoleggiata dalla fan- 
tasia del Kimatore sia proprio il Paradiso Deliziano o 
la Terra promessa dei Santi; ma certo si è che fra queste 
rappresentazioni e la nostra troppe e troppo singolari ras- 
somiglianze intercedono, perchè non si debba inferirne che 
chi compose il Ritmo conosceva codeste creazioni già tradi- 
zionali, e che, pur rifoggiandole ed elaborandole a modo 
suo, ne abbia cavato partito (1). E d'altronde il senti- 



già le descrive nel suo Hexaemeron (I, 63) Draconzio : Fmctus in 
annos est, cum tempora nesciat anni. E proprio come nel Ritmo, da 
queste ragioni si è indotti a chiamar angelici gli abitanti del para- 
diso terrestre in tutte le leggende che ad esso riferisconsi. Angelici 
cives moenia nostra tenent, dicono Enoch ed Elia ai naviganti 
brettoni, de' quali descrive il viaggio Goffredo da Viterbo {Paìi- 
theon, P. II, in Pistorius, Germ. Script, etc. Francofurti, 1584, 
e. 80) ; e gli antichissimi atti di S. INIaclodio raccontano come costui 
movesse con S. Brandano verso un'isola, in qua fama ferebatur 
coelicos cives inhabitare (Acta S. Maclodii citati dai Bollandisti 
negli Acta Sanctor., Maii, III, 602). S. Brandano stesso, l'avven- 
turato scopritore, ne ottiene nelle leggende pie del tempo il so- 
prannome d'Angelo ( Vita S. Carthaci, in Acta Sanct., X. Ili, p. 378). 
(1) Così pure non mi attenterò a ricercare quale di queste leg- 
gende possa aver avuto presente alla memoria il nostro poeta; ma 
non mi pare tuttavia inopportuno far notare come il nome, famo- 
sissimo per tutt' Europa, del monaco irlandese Brandano, dovesse 
suonare doppiamente caro e riverito in Monte Gassino, perchè una 
antica tradizione lo diceva ascritto alla regola di S. Benedetto. I 
Bollandisti per vero dire dubitano assai che questa credenza abbia 
buon fondamento; ma ciò non toglie che S. Brandano fosse inscritto 
per tutto il Medio Evo nel catalogo dei Santi Benedettini e che ve 
lo lasciasse ancora il Tritemio {Acta Sanct., t. cit., p. 603). Di più, 
fra i codici esemplati in Monte Gassino sul cadere del sec. XII, 
uno ve ne era, ed ancor si conserva, che conteneva la Vita 
S. Brendani (Garavita, o. c, 1, p. 283); e fra gli scritti propri 
Pietro Diacono, l'operosissimo monaco fiorito nel secolo seguente, 
ne registra uno intitolato: De terra repromissionis Sanctoruni 
(Garavita, o. c, I, p. 288), che non sarebbe arditezza soverchia 
stimare un rifacimento del meraviglioso viaggio di Brandano. 



132 IL RITMO CASSINESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 

mento dal quale tutte queste narrazioni sono sgorgate, è 
pur sempre il medesimo: quell'aspirazione all'annienta- 
mento pieno del corpo, all'assoluta prevalenza dello spirito 
sulla materia, aWalta nicliilitade insomma, che è in tutte 
le religioni il supremo scopo dell'ascetismo (1). 



(1) Alle congetture che io sono venuto esponendo, e colle quali 
non ho, ben s'intende, preteso di sciogliere vittoriosamente il pro- 
blema, ma di dimostrare soprattutto che ninna delle interpretazioni 
sin qui escogitate del Ritmo Gassinese regge alla prova di un ac- 
curato esame, è stata fatta buona accoglienza da giudici oltremodo 
competenti, e mi basti citare il Gaspary {Storia della Letter. Ital., 
trad. Zingarelli, v. 1, p. 418: e cfr. Zeitschr. fùr Rom. Philol., 
XI, p. 277), il Meyer (Romania, v. XV, p. 460), il Pércopo 
(Giom. Slor. della Letter. Ital., v. IX, p. 267), il Cresclm {Nota 
citata). Quest'ultimo però, pur accostandosi alla mia interpretazione, 
dissente da me in più cose ; egli non ammette così che l'O- 
rientale sia l'essere celeste, ma crede tale l'Occidentale; non stima 
che l'indicazione dei due luoghi, onde s'immaginano partiti i due 
personaggi abbia significato allegorico; e non crede quindi che il 
personaggio sovrumano sia un abitatore di regioni meravigliose, 
forse del Deliziano, ma addirittura « un angelo venuto in forma 
umana a ritrarre dal male e ad illuminare le creature mortali » 
(o. e, 7). Siccome il terreno sul quale si cammina è molto mobile, 
così io non mi dilungherò a confutare le opinioni del mio egregio 
collega, tanto più che egli sta pago a farne cenno senza corro- 
borarle d'alcun argomento. Solo mi permetterò di trovare un 
po' eccessiva la sicurezza con la quale egli afferma che le parole 
da me poste in bocca all' Orientalo « sono senza dubbio alcuno » 
da attribuirsi invece all' Occidentale, e che « se c'è cosa che si 
rilevi chiara dal Ritmo è questa, che l'Occidentale rappresenta l'es-* 
sere celeste, mentre l'altro interlocutore... rappresenta l'essere mor- 
tale ». A farlo apposta, la quinta strofa, con la quale si inizia il 
dialogo nel Ritmo, è, come abbiamo già constatato, talmente mal- 
concia che dai sei versi, che ne rimangono, riesce assolutamente 
impossibile cavare una certezza qualsiasi intorno al fatto che al 
Grescini pare così sicuro; vale a dire che ad attaccar discorso 
sia primo l'Occidentale, come hanno pensato alcuni interpreti del 
Ritmo, e non invece l'Orientale, secondochè altri, ai quali io mi unisco. 



IL RITMO CASSIXESE E LE SUE INTERPRETAZIONI 133 

hanno creduto. Stando cosi le cose, siccome per me è evidente la 
intenzione dell'autore di porre a fronte il mondo fantastico da cui 
proviene 1' Orientale con « questo nostro », a cui appartiene l'Oc- 
cidentale, così non veggo alcuna ragione di rinunziare alla mia 
ipotesi. E, naturalmente, persisto pure a ritenere che l'indicazione 
dei due luoghi dai quali si dicon partiti i due personaggi al^bia un 
valore allegorico; anzi mi stupirebbe molto che in un componimento 
fondato tutto sull'allegoria come è il Ritmo nostro, si fosse tra- 
scurato r elemento importantissimo di simbolismo che offriva 
la designazione del luogo donde gli interlocutori venivano. Che 
se l'Autore non avesse voluto dir altro, come crede il Crescini, se 
non che « un bel mattino s'incontrarono due uomini »; non v'era 
alcun bisogno di aifermare in modo cosi preciso che l'uno se mosse 
d' oriente... et un altro occidente. Che poi l'interlocutore celestiale sia 
un angelo piuttosto che una creatura angelica è questione di poco 
conto. ]Ma io farò tuttavia notare al Crescini che nel medioevo 
c'era una spiccata inclinazione a riconoscere negli uomini che com- 
pievano grandi cose o spiritualmente o colla forza del braccio degli 
abitanti del paradiso terrestre, col quale il nostro mondo si credeva 
potesse aver facilmente rapporti. Cosi, per addurre un esempio 
di scrittura volgare, e probabilmente contemporanea al Ritmo Cas- 
sinese, il giullare a cui si deve la cantilena, che si legge in un 
cod. Laurenziano, e che io ho riprodotta nelV Archivio Paleogra- 
fico del ]\lonaci, dice che il pontefice di cui celebra le lodi è ve- 
nuto delparadis dilitiano; e, scendendo più giù, nelle Enfances 
Hector (v. 671-72) udiamo il re Filimenis, quando ammira la pre- 
stanza del giovanetto troiano, esprimere cosi i suoi dubbi sulla di 
lui origine: 

Je ai doutance que tuen estre 

Dou paradis ne soi terestre. 



UN POETA DIMENTICATO 



UX POETA DIMENTICATO 



Giovan Luigi E-edaelli e il suo canzoniere. 

Pochissimi ormai in Italia ricordano il nome del Re- 
daelli ; pochissimi ne hanno udito ripetere i versi che 
pur volarono, lui vivo, per tutta la penisola, raccoman- 
dati al duplice incanto della rima e della musica, e 
valsero a strappare qualche lagrima ai cuori gentili di quel 
tempo coU'ultimo mesto commiato dalla vita e dall'amore. 
La brevità dell'esistenza vietò al poeta di raggiungere 
quella fama cui poteva aspirare; gli avvenimenti pro- 
cellosi soffocarono ben tosto il ricordo del giovane infelice, 
spentosi in una modesta città di provincia, e le sue rime, 
raccolte e serbate alcun tempo da una mano amica, vennero 
più tardi obliate, e se a noi giunsero fu solo per caso. Nella 
città stessa, che gli diede i natali, il suo nome non è più 
rammentato se non dai pochi superstiti di altra età, spet- 
tatori nella loro gioventù di quell'epopea che, svoltasi 
nei primi lustri del secolo or declinante, pur sembra a 
noi, non tardi nepoti, per la meravigliosa grandezza degli 
eventi e degli uomini, rievocazione fantastica di evo remo- 
tissimo. Nato qualche anno innanzi lo scoppio della ri- 
voluzione francese, il Redaelli vide, adolescente, i primi 
passi dell'uomo fatale che doveva colle sue gesta atterrire 
il mondo; morente a trent'anni ne deplorò con gli ul- 
timi versi la ruinosa caduta. In mezzo a tanta grandezza 



138 UN POETA DIMENTICATO 

di vicende la breve vita del nostro poeta non si offre 
adunque opportuna a suscitare colla narrazione di fortu- 
nosi casi grande tumulto d'affetti; fu infelice e si estinse 
nel vigore degli anni; questa la sua storia. Ma, delle 
sventure che gli amareggiarono 1 giorni, dell'amore che 
li confortò, esso ha lasciato ricordo, non facilmente perituro, 
nei suoi versi, più caldi d'affetto sinceramente sentito e 
sinceramente espresso di quello che commendevoli sempre 
per maestria e sapienza di forma; più ispirati insomma 
che studiati. E da essi, inediti in gran parte, dimenticati 
quasi che tutti, mi piacque trarre argomento a narrare 
i suoi semplici casi, a porgere nuovo documento della non 
mediocre attitudine del suo ingegno alla poesia. Né a 
distogliermi da tal disegno, da qualche tempo vagheggiato, 
valse il sospetto, ma che dico sospetto? la certezza che 
molti arriccierebbero il naso leggendo i melodiosi e fin 
troppo facili versi del poeta ed esclamerebbero sdegnosi: 
« Un facitor d'anacreontiche! Oh Arcadia! ». Gaia e ge- 
niale poesia dei nostri nonni, tanto malmenata e tanto 
derisa, canzoncine festevoli, strofette argute, che scor- 
rete dalla penna di un amabile poeta come tante perle 
da un fil d'oro; voi che ricliiamate alla mente il bisbiglio 
di un colloquio amoroso, lo scoppiettìo di una gentile 
risata, quanto siete pur sempre preferibili ai prodotti di 
un'Arcadia nuova, ai conati vanitosi di certi poetucoli 
d'oggidì, vermi che si credono farfalle, i quali nan sanno 
far di meglio che bestemmiar Dio e cantar inni al pe- 
trolio, al vino che non bevono, alle donne che non hanno ! 
Ma lasciam questo tasto che manda un suono ingrato, 
e torniamo al Eedaelli che tenteremo mostrare qual fosse, 
quale avrebbe potuto divenire se la morte non l'avesse 
tolto immaturamente all'amore, alla già desta invidia, 
alla fama. 



UX POETA DIMENTICATO 13& 



Nel 1802, non ancora ventenne (1), Giovanni Kedaelli, 
abbandonata la casa paterna, recavasi a Bologna per 
attendervi allo studio delle leggi. Scosso il giogo di una 
educazione non rigida soltanto , ma ristretta, poiché 
suo padre era uomo sfornito di ogni cultura e d'indole 
inoltre pertinace e severa, il giovanetto nel tumulto 
nuovo per lui della spensierata vita universitaria, più 
che le discipline giuridiche, allora troppo aridamente 
insegnate, ebbe cari gli studi geniali della poesia: col- 
tivò (dicesi) con amore la lingua inglese, e di Milton 
e di Shakespeare volse in versi italiani alcuni frammenti. 
Però, se da quanto rimane dell'opera sua è lecito giu- 
dicare, non in ugual modo ebbe cura dei poeti greci 
e latini. Forse a distorlo dalla meditazione di quelle 
immortali fonti di poesia contribuì il dono ch'egli aveva 
dalla natura ricevuto di verseggiare improvviso con tanta 
spontaneità da conseguirne fama non scarsa e, come dai 
suoi componimenti estemporanei conservati si rileva, 
ben meritata (2). A questi anni di balda giovinezza ap- 



(1) Era nato in Cremona il 10 aprile 1785 da Luigi e Luigia 
Brugnoli. Al fonte battesimale ricevette i tre nomi, che era solito 
portare, di Giovan Antonio Luigi. 

(2) « Si disse già », scrive Sante Rossi (non ignoto letterato, 
fiorito sui primi di questo secolo, autore delle Massime di un 
padre di famiglia, tanto dimenticate adesso quanto un tempo 
esaltate, col quale il Foscolo ebbe una polemica assai vivace; 
ved. Epist. di U. F., v. I, p. 8-10; in una sua inedita lettera sul 
Redaelli ; « si disse già, e non senza ragione, che il talento 
dello scrivere di riflessione non suole andar d'accordo col genio 



140 CN POETA DIMENTICATO 

partengoiio, io credo, molte di quelle poesie ch'ei mede- 
simo raccolse in picciol volume, « non per ottener una 



dell'estemporaneo verseggiare. La musa però del Redaelli ebbe il 
privilegio di trattare l'uno e l'altro genere senza distinzione e con 
uguale felicissimo successo, lo con altri mille l'udii più volte 
improvvisare sopra dati non agevoli argomenti, ammirando la 
prontezza, colla quale sprigionava dalla ricca sua vena concetti 
e modi che farebbero onore a poetico talento il meglio addestrato 
nel maneggio della penna ». 

Sul luogo che gli spetta fra gli improvvisatori io non posso 
invece portar giudizio, mancandomi per ciò i dati necessari. Ma non 
credo inutile pubblicar qui una curiosa lettera da lui scritta alla 
Bandettini, che ricavo dal carteggio della celebre donna conservato 
nel ms. 650 della Governativa di Lucca. Mantengo l'ortografia molto 
fantastica dell'originale: 

« Cremona, 20 Dicembre 1814. 
Pj.gg ma Amarilli 

Voi forse mal saprete rammentarvi di me, che segnando i 
primi incerti passi nelle vie di quell'arte Divina, che voi ancor 
più Divina rendeste osai framischiare la mia voce balbettante col- 
l'armonia de' vostri versi : ma io non potrò mai scordarmi di 
avervi tre anni sono udita in Bologna, né mi usciranno mai della 
mente le belle ore con voi passate a mensa ospitale presso Tognetti, 
no il vostro canto col quale a me che vel chiesi pingeste l'Esule 
del Ponto, incontrato negli Elisi da Corinna, ne quell'altro dol- 
cissimo che la bellezza descrivendo di Psiche vi ottenne il maggiore 
de' premj, le lagrime deli' immortale Canova. 

Sia però che voi serbiate o no rimembranza di un giovine, che 
pur vi piacque di animare con encomio lusinghiero, fidato all'animo 
vostro cortese vi diriggo questo foglio priegandovi di sincera 
risposta. 

Certo Giannini del numero di quelli, che fannosi chiamare 
Improvvisatori è egli veramente vostro Nipote? Non niente egli 
vantandosi di essere stato da Amarilli iniziato ne' misteri di Febo? 
Ecco quanto bramo di sapere da voi. 11 conoscere che quest'uomo 
si prepara ad un secondo viaggio per Cremona, m'obbliga ad as- 
sumere un' informazione giusta il risultato della quale regolerò 
la mia condotta. Un nipote di Amarilli qualunque egli siasi me- 



UN POETA DIMENTICATO 141 

gloria che so di non meritare, scriveva nella prefazione, 
ma per far cosa grata a persona a me cara » (1). Fra le 
quali primeggia il sonetto in cui volle descriver sé stesso 
« in corpo ed anima qual fosse ; » che noi riferiamo quindi 
per primo, lasciando ai lettori il giudicare se questo com- 
ponimento di giovane poco più che ventenne, sia gran 
cosa inferiore ai celebratissimi sonetti-ritratti dell'Alfieri 
e del Foscolo: 

Breve ho statura, e non ingrato aspetto ; 

Occhi vivaci, e crin fra il biondo e il nero; 

Dolce a chi priega, a chi minaccia altero, 

A superbia o timor non dò ricetto. 
Ebber odio ed amore nel mio petto 

Possente ognora ed insiem breve impero: 

Iracondo, volubile, sincero, 

Mai non appresi a simulare affetto. 
Oro non curo: per natura audace 

Amo i perigli e le vietate cose : 

Son mesto osservator, poco loquace. 
Sdegno con la viltà mercar favore; 

Nutro idee stravaganti e generose. 

Ed in tempesta ho quasi sempre il core. 



rita dei riguardi, e un sì bel Nome può coprire qualunque diffetto, 
e far dimenticare qualunque fallo. 

Attendo o Amarilli un vostro foglio e cesso di importunarvi 
non senza però prima rammentare a voi, che vi scrivo da una 
città, ove esistono uomini che vi apprezzano per avervi udita, 
vi ammirano per aver letti i vostri versi e tutti caldamente 
bramano di vedervi salire sopra quel tripode, che profanato da 
tanti ciurmatori gode di essere da voi purificato. 

Onde evitare equivoci, eccovi l' indirizzo di chi adora in 
voi la più bella delle arti belle. 

Avvocato Gio. Luigi Redaelli. » 

(1) Il volumetto, divenuto assai raro, è intitolato: Versi di 

G. L. Redaelli Cremonese, Bologna, 1815, pe' Masi; e porta come 

epigrafe il virgiliano: me quoque dicunt Vatem pastores; sed 

non ego credulus illis (Ed. IX, 33-34). Contiene, preceduti da 



142 UN l'OETA DlMIiNTICATO 

Ma in Bologna doveva il nostro poeta incontrare, a dispetto 
delle sue dichiarazioni di volubilità, un legame che, mentre 
poteva divenire origine per lui di ogni felicità, provocò 
invece le gravi sventure che gli esacerbarono la vita. Non 
ancora terminati gli studi legali, s'innamorava perdutamente 
di una bella e saggia fanciulla, nata di nobile famiglia, 
che aveva in quella città preso dimora; e come si ac- 
corse che la fanciulla divideva l'amore da lei ispirato, 
decise di farla sua. Ma i voti dei due innamorati trova- 
rono ostinatamente avverso il padre del Redaelli. Corsero 
certamente amari rimproveri da una parte, acri risposte 
dall'altra: il giovane, beato dell'amore condiviso, non curò 
l'opposizione paterna, fermò le vietate nozze, e si chiuse 
così incautamente la via al ritorno nella famiglia. 

Dal giorno in cui il matrimonio fu celebrato in Bo- 
logna (1) cominciò quindi per il ventenne poeta una nuova 
e non troppo lieta esistenza. A noi non è dato ora cono- 
scere quali considerazioni singolarmente rendessero tanto 
disaccetta al Redaelli l'unione contratta dal figlio. Ma 
fra le più gravi fu forse quella della diversa religione; 
la fanciulla infatti era protestante, e questo, che sarebbe 
un ostacolo ben lieve oggidì per i più, se non forse per 
tutti, un cento anni innanzi doveva invece apparire difficoltà 
gravissima, anzi insormontabile. Le querele del pastore 
anglicano cui l'odio religioso aveva negato in Provenza un 
angolo di terra dove comporre le spoglie della figliuola 
estinta, echeggiavano allora appunto per l'Italia e se vi 
sollevavano insieme pietà e sdegno, non eccitavano stupore 
in alcuno. Ne d'altra parte chi freddamente ragioni po- 



breve prefazione, 14 componimenti: cinque sonetti cioè, due elegie 
Per malattia e guarigione della sua donna ; un'ode, alcuni 
sciolti, e cinque, ma assai infelici epigrammi. E di 23 carte. 
(1) Li 29 agosto 1805. 



UN POKTA DIMENTICATO 148 

trebbe biasimar troppo la condotta del padre, se pensi 
all'età giovanile del Redaelli ed alla facilità un po' spen- 
sierata colla quale si legava per tutta la vita. Ben presto, 
questo è certo, il poeta si accorse quanto fossero, dopo 
tale avvenimento, mutate le sue condizioni. Insieme al- 
l'amore del padre egli perdeva anche i mezzi necessari a 
vivere nella consueta agiatezza; ma, sebben costretto a 
ricorrere ad altri modi per sopperire ai bisogni della sua 
nuova famiglia, non volle però piegarsi a chieder perdono: 

Vile pallor mai non mi pinse il volto, 

Che ignota deità m'è lo spavento; 

Immenso fuoco ho dentro al petto accolto, 

E malferma ragion lo frena a stento. 
Sprezzatore del volgo iniquo o stolto, 

Beneficio del pari e oltraggio io sento: 

Or d'ira, or di pietà le voci ascolto: 

Libera ho l'alma e libero l'accento. 
Gli agi e la pace m'apprestar la cuna, 

Ma in men tenera età mi lacerare 

La discordia, l'amore e la fortuna. 
Sotto i lor colpi verso pianto amaro, 

Ma piegare non so per doglia alcuna; 

Ed a soffrir, non a cangiarmi, imparo. 

Questa onesta alterezza, questo nobile sdegno fanno 
emergere il Kedaelli dalla turba volgare dei versificatori 
del suo tempo; lo collocano, a parer mìo, non indegna- 
mente a lato di quei pochissimi, quali il Foscolo, il Ce- 
roni, che in mezzo alla universale servilità non si mac- 
chiarono mai d'adulazione verso i potenti, né di viltà 
verso i caduti, calpestando gli idoli dinanzi ai quali 
eransi prima prostrati. Il libero animo e la retta co- 
scienza del cremonese si riveleranno del resto anche meglio 
nelle sue poesie politiche, di cui parleremo fra poco, calde 
d'amor patrio e di generosa ira contro ogni tirannide, 
qualunque fosse la veste che l'ascondesse. 



144 ON POETA DIMENTICATO 

Gli anni intanto trascorrevano: a rallegrare i due gio- 
vani sposi era giunta la nascita di una bambina; ma 
le speranze che il Kedaelli nutriva di veder placato il 
padre si andavano dileguando. Nell'animo immite del 
vecchio r ira, invece d' acquetarsi , traeva vigore dal 
tempo, alimentata dalle perfide suggestioni, dalle indegne 
arti di alcuni, i quali a rendere, non sappiamo per quali 
tenebrosi disegni, impossibile ogni riavvicinamento, di- 
pingeangli coi più neri colori la vita che conduceva il 
figlio lontano. Questi che dagli amici rimastigli in patria, 
era fatto consapevole delle vergognose trame ordite contro 
l'onore, contro la felicità sua, non è a dir quanto ne sof- 
frisse, ed in questi versi sfogava la piena dell'ira e del 
cordoglio: 

Dalle mura paterne in bando spinto, 

Senza speranza di miglior destino, 

Da vili insidie e bieca invidia cinto, 

Vita misera, orribile, trascino. 
D'ira bollente e di vergogna tinto, 

Di fortuna al poter la fronte inchino; 

E il casto di ragion lume divino 

Dalla piena de' mali è quasi estinto. 
E se dolce di padre sentimento 

Non frenasse talor brama funesta, 

Troncherei con un ferro il mio tormento. 
Ma se innalzo la man, sorgemi accanto 

Della figlia l'imago e il colpo arresta 

E l'insano furor converte in pianto. 



UN POETA DIMENTICATO 145 



II. 



Dalla città natale, quantunque anche contro di lei 
in un momento di cruccio e di sconforto scagliasse 
amare invettive (1), e dall'ira del padre gli fosse vietata 
quella dimora in cui era nato e cresciuto, non sapeva 
però star lontano il Eedaelli. Da Bologna, ove aveva fer- 
mato stanza, tratto tratto lo riconducevano in Cremona i 
ricordi incancellabili dalla prima giovinezza, il desiderio 
di rivedere le persone rimaste care al suo cuore, e fra 
queste una sovra tutte, alla quale erasi legato di più che 
aifettuosa amicizia. E qui nei lieti convegni, dove il suo 
spirito vivace, l'arguta parola, la ricca vena poetica lo 
facevano desiderato sempre e sempre festeggiato, in mezzo 
agli amici, accanto a colei che colla bontà, l'ingegno, la 
grazia, piìi che colla bellezza, aveva saputo conquistarne 
il cuore, egli dimenticava talvolta le sventure che gli 
rendevan tristi i giorni. Ed è appunto in questi suoi in- 
terrotti, ma non brevi soggiorni in patria, che egli scrisse 
la più parte dei suoi versi amorosi e tutte le anacreon- 
tiche ad Elvira, mentito nome, sotto al quale si piacque 
celebrare la donna gentile che esercitava un sì grande e 



(1) In un sonetto, di cui riporterò le quartine: 
Di sozzure ed infamia atra sentina, 

Albergo a gente di viltà nutrita, 

Cittade iniqua, ove pur ebbi vita, 

Come cieca la volle ira divina; 
Di calunnie e di frodi empia officina. 

Ove d'averno ogn'opra rea s'imita. 

Le tue mura e la tua gente aborrita 

Inghiotta d'Eridan l'onda vicina! 

NoYAti, Studi critici e letterari. 10 



146 UN POETA DIMENTICATO 

soave influsso su di lui (1), quale egli stesso lo descriveva 
nei seguenti sonetti: 

Impetuoso, altero, intollerante. 

Se l'amor m'accendeva, un giorno io fui; 

Me feano ingiusto e crudo i dardi sui, 

E tiranno assai più che non amante. 
Or amo: e stemmi pavido e tremante. 

Vaga Elvira, dinanzi agli occhi tui; 

E l'impero, che già m'ebbi in altrui, 

Su me ottenesti col fatai sembiante. 
Del servir mio, del tuo regnar contento, 

Vivo lieto, e consacroti sommesso 

Ogni pensiero, ogn' atto ed ogni accento. 
Sol, quando sorge in me la rimembranza 

Dei tempi che passar, grido a me stesso: 

« Dove mai se n'andò la tua baldanza? » 



sempre avversa a me fin dalla cuna. 
Degli stolti e degli empi protettrice. 
Cruda, cieca, volubile Fortuna, 
Ognor sorda al pregar dell' infelice : 

Aduna pur, sovra il mio capo, aduna 
I colpi tutti di tua destra ultrice; 
Atterrirmi non può sciagura alcuna. 
Appieno io sono e appiè n sarò felice. 

E vano il tuo farò nome ''prezzato, 
Or che d'affetto, non atteso mai, 
La bionda Elvira mi vuol far beato. 

AI pianto mosso, che per lei versai, 

« Amore il suo bel core ha incatenato », 
E que' lacci spezzar tu non potrai. 



(1) Fu da taluno creduto ed anche stampato che col nome di 
Elvira il Redaelli avesse cantato sua moglie; ma che questo sia 
un errore basteranno a provarlo le seguenti terzine tolte da un 
sonetto inedito, scritto a lume di luna nel cimitero della Certosa 
di Bologna. 11 poeta si trasporta col pensiero al tempo in cui 
ton sarà pili, e chiede lagrime per il suo tumulo: 



UN POETA DIMENTICATO 147 

Ma questi istanti di conforto ben presto svanivano, e lor 
■succedevano nell'animo del Kedaelli scoramenti profondi. 
L'ardore dell'età giovanile si andava spegnendo ormai nel 
suo petto, nel quale insieme alla maturità del senno aveva 
germogliato l'amara esperienza delle cose umane. Quan- 
tunque l'affetto della moglie, della figliuoletta, l'amicizia 
per la donna gentile che sapeva moderar l'irrequiete tendenze 
della sua natura, gli lenissero il dolore che arrecavagli 
l'inesorabile severità paterna, questa tuttavia diveniva per 
lui un supplizio di giorno in giorno più penoso. Otto 
anni erano trascorsi; qual rancore può durare per tanto 
tempo in un padre? Eppure nel Redaelli durava sempre, 
e così se ne lamentava il figliuolo: 

Otto fiate col suo verde ammanto 

La stagìon tornò madre de' fiori, 

E me non vide di mio padre accanto. 
Solo m'udì fra boscherecci orrori, 

Sul patrio fiume o al piccol Reno in riva 

Piangere i casti, ma vietati amori. 



Vana lusinga di men tristo fato! 

Crebbe l'ira paterna e a tanto duolo 

Impor confine fu da lei negato. 
Uscito di speranza, afflitto e solo, 

(Che tal sempre è chi seco ha la sventura) 

L'ingegno spinsi a temerario volo. 



Qui verrà la consorte e la vezzosa 
Diletta figlia e di febei cantori 
E d'amici una schiera generosa; 

Ed Elvira tu pur, sparsa le chiome, 

Verrai mia tomba a inghirlandar di fiori, 
Pietosamente me chiamando a nome. 



148 UN POETA DIMENTICATO 

Ma a che valsero, ohimè, gli onor febei, 
Questa cetra che valse armoniosa, 
Se riacquistarmi il padre non potei? (1) 

Ma ecco appunto quando il poeta, dopo un' ultima 
durissima esperienza della paterna severità (2), aveva de- 
posto ogni speranza di miglior sorte, per inopinato eventa 
cangiarsi le sue condizioni; il vecchio colpito da apoplessia 
versare in pericolo di vita, e, dinanzi alla tomba spa- 
lancata, dimentico d'ogni passata discordia, riconciliarsi 
col figlio, frettolosamente accorso al suo letto. Da alcune 
lettere scritte in questa occasione da Giovanni alla moglie 



(1) Elegia inedita, che comincia : Me tiene ancora d'Eridan la 
sponda. Poiché il poeta afferma che otto anni erano scorsi dacché 
egli aveva preso moglie, cosi é certo che fu scritta nel 1813. E che in 
quest'anno appunto il Redaelli si trattenesse più a lungo del solito 
in patria lo prova la pubblicazione che ei vi curò di due poetici 
suoi lavori: un canto per nozze (Versi per le nozze Maffi-Ga- 
Zosjo, Cremona, 1813), ed alquante terzine in onore di una cantante 
(Alla signora Teresa Bertrand, che sostiene la parte di Ario- 
dante sul teatro di Cremona, terza rima di G. L. Redaelli, Cre- 
mona, presso G. B. Feraboli, 1813, in foglio volante). Se a questi 
due componimenti aggiungeremo un Elogio funebre di Raffaele 
Arauco, ex-ministro della Repubblica Cisalpina e non cattivo ver- 
seggiatore, morto nel novembre 1801, a Lione, dove erasi recato 
per intervenire ai Comizi ivi indetti dal Bonaparte (cfr. G. De Ca- 
stro, Milano dur. la domin. napoleon., Milano 1880, p. 13), pub- 
blicato dal Redaelli, che lo aveva amicissimo, non ancor sedicenne 
(Sentimenti di giusto dolore tributati alla grata memoria del 
cittadino Rafaele Arauco m,embro della Comm.issione governa- 
tiva della Rep. Cisalpina, da Giovanni Redaelli, Cremona, dalla 
tip. Feraboli, senza data, di pp. 12, in carta azzurra); avremo ri- 
cordati tutti gli scritti del Nostro, dati, lui vivo, alla stampa. 

(2) Sullo scorcio del 1813, recatosi a Milano, eravi caduto gra- 
vemente ammalato. Lo trasportarono a Cremona non appena la 
malattia lo permise; ma il padre rifiutò di accoglierlo in sua 
casa, ed egli fu costretto di accettare l'ospitalità offertagli pieto- 
samente da alcuni amici. 



UN POETA DIMENTICATO 149 

rimasta a Bologna, apprendiamo i particolari del triste 
avvenimento, tanto importante per il nostro poeta. « Lu- 
nedì mattina (scriveva egli il 25 maggio 1814) mio padre 
fu malamente colpito d'apoplessia, ed un'ora dopo la mez- 
zanotte successiva questa crudele malattia lo attaccò nuo- 
vamente e in guisa, che si dubitò molto per la sua 
esistenza. In mezzo a questa disgrazia mio padre ha per 
fortuna conservato illeso l'intelletto, ed il primo uso che 
ne ha fatto è il solo ch'io mi potessi desiderare. Egli mi 
ha aperte le sue braccia: mi ha assicurato di una piena 
riconciliazione, dandomene le più tenere prove, ed ora ne 
sono inseparabile e mi è dolce di prodigargli le mie cure 
per sollevarlo ed il vederle accettate e richieste col piti 
vivo interesse. Il suo stato presenta qualche migliora- 
mento, ma è tuttavia sommamente pericoloso... Se ciò non 
mi amareggiasse sarei felicissimo ». Ed in altra del 31 
maggio: « Mio padre non è fuori di pericolo, ma va mi- 
gliorando. Io non l'abbandono un momento ed egli non 
<iice tre parole senza nominarmi e mi ha dato replicate 
assicurazioni del suo affetto e dell'intiera dimenticanza 
de' passati disgusti ». E terminava con queste semplici, 
ma eloquenti parole: « Addio. Non posso dimenticarmi 
<5he scrivo dalle stanze paterne ch'io non avevo vedute 
da nove anni ». 

Il vecchio a poco a poco riavevasi dalla terribile in- 
fermità che lo aveva colpito e, obliati gli insani rancori, 
mostravasi pieno di affetto per il figliuolo, il quale, in- 
felice, lusingavasi di essere finalmente giunto al termine 
■delle sue sventure : « Accertati, scriveva nuovamente alla 
moglie il 19 giugno, che per quanto è in me io nulla 
lascio d'intentato per conservarmi la sua tenerezza, e che 
alla mia piena felicità, manca solo il sentire mio padre 
disposto a riceverti come ha ricevuto me, e questo, io lo 
spero, non tarderà molto ad effettuarsi ; ma è d'uopo con- 



150 UN POETA DIMENTICATO 

dui'lo a tal punto insensibilmente. Sarà pure la bella cosa, 
quando potrò presentare a mio padre anche la mia A- 
malia! » E pieno di gioia, annunziavale alcuni giorni 
dopo: « Il ritratto di questa nostra amata bambina, che 
giaceva prima chiuso e non onorato in un bureau, orna 
ora la stanza di mio padre, che lo ha dalle mie mani 
accettato » (1). 

Ma le sofferte angosce, le fatiche fors'anche sostenute 
da lui, non ben riavuto dalla recente malattia, per pre- 
stare al padre le piìi attente ed amorose cure, avevano- 
sviluppato rapidamente nel Kedaelli il germe fatale del- 
l'etisia, fin allora celato e combattuto forse nella sua. 
opera segreta di distruzione, dal vigore di un organismo 
giovane e fiorente. Costretto in breve a coricarsi in quel 
letto che non doveva più abbandonare, il poeta a cui la 
vita sorrideva di nuovo e l'avvenire si schiudeva rasse- 
renato, rallegrato dalla speranza di domestiche gioie, di 
inalterata pace, non volle per lungo tempo prestar fede 
all'orrida realtà, al lento ed indefesso malore che la 
struggeva. Alla moglie ansiosa di sue nuove, mandava 
lettere da cui appariva la fiducia di prossima guarigione; 
la ignoranza anzi,o vera o pietosamente simulata, delle sue 
tristi condizioni: « lo sono tuttavia rinchiuso, le scriveva 
il 25 febbraio del 1815, ma la mia salute si risente dei 
vantaggi della stagione e il medico si lusinga d'annun- 
ciarmi ben presto un intiero ristabilimento ». E ripete- 
vale alcuni giorni dopo: « Quanto a me, credimi, real- 
mente il mio male consiste, come ti scrissi, in un raffred- 
dore trascurato, le cui conseguenze mi obbligano ancora 
a rimanere in casa. Io però sono uscito dal letto e non 



(1) Gli originali di codeste lettere e di quelle che cito in ap- 
presso erano posseduti or sono pochi anni dalla figlia del Redaelli, 
Donna Amalia Fontana, che me ne favori copia. 



UN POETA DIMENTICATO 151 

tarderò ad abbandonare anche di quando in quando la 
clausura, se la stagione continuerà ad esser bella ». E 
avuta notizia che la sua bambina era stata alquanto in- 
disposta, dimentico del suo stato, voleva correre a Bo- 
logna: « La parola raffreddore (dice egli in una delle 
ultime sue lettere, che tutte testimoniano del vivo affetto 
che ei nutriva per la figliuoletta) mi spaventa a buon 
dritto, giacché in grazia di questa malattia ho tanto sof- 
ferto ». 

Ma non pietosa menzogna di amici, non quella illu- 
sione, tanto straziante e comune alle vittime del morbo 
che non perdona, per cui sull'orlo della fossa sperano 
prossima la guarigione, nascosero a lungo al Redaelli la 
triste verità. Egli stesso cantò, presago, il suo novissimo 
giorno: egli stesso diede l'addio supremo alla vita in 
alcune dolcissime poesie; le migliori forse per soavità di 
concetto e squisita semplicità di forma che mai uscissero 
dalla sua penna. Le tre anacreontiche: Sognai che della 
notte, Funebri lai, lamenti, Non priego mai né pianto, 
se ci pieghiamo alla comune tradizione, furono dal poeta 
dettate negli ultimi giorni che, dolorando, visse nella casa 
paterna (1). La prima di esse, che descrive un sogno spa- 
ventoso, ma che pur troppo doveva presto avverarsi, parmi 
di tale efficacia da meritare d'essere riferita per intiero: 



(1) Le copie mss., che di questi componimenti corsero assai nu- 
merose in Cremona, sono, per lo più, precedute tutte da un' Av- 
vertenza che li dice : composti dati 'autore nell'estremo di sua 
vita. Il Robolotti poi in un articolo inserito nel Corriere Cremo- 
nese (1859, I, 40) asseriva che le anacreontiche, delle quali discor- 
riamo, furono non solo musicate, ma più e più volte stampate. A 
me però non è mai avvenuto d' imbattermi in veruna stampa di 
codesti componimenti (eccettuata, ben s'intende, l'ode che com. : 
Odi d'un uom che muore), anteriore a quella curatane nella strenna 
cremonese II Torrazzo del 1874. 



152 UN POETA DIMENTICATO 

Sognai che della notte 
Nel taciturno orror 
Con lagrime dirotte 
Sfogava il mio dolor; 

Sognai che al ciel chiedea, 
Empio, accusando il ciel, 
Colei che a me par dea 
Avvolta in uman vel. 

Con prolungato accento 
« L'avrai », mi si gridò ; 
Ed il notturno vento 
Quel grido accompagnò. 

Vidi degli astri allora 
Al dubbio scintillar. 
Di lei che m'innamora 
Le vesti biancheggiar: 

E in palpiti d'affetto 
Cangiando i miei sospir. 
Corsi a quel caro oggetto 
Sull'ali del desir. 

Ma, oh Dio! per l'aer tetro 
Non l'adorato ben. 
Ma spaventevol spetro 
Strinsi, deluso, al sen. 

Mirai l'orribil faccia, 
E ritrar volli il pie: 
Ma colle scarne braccia 
Vietollo il crudo a me. 

Al mio labbro agitato 
Da fremito mortai, 
Lo spettro uni il gelato 
Suo labbro sepolcral; 

Poi con le squallid'ossa 
Meco s'avviticchiò, 
E in negra, immensa fossa 
Gemendo si scagliò. 

Caddi raccapricciando: 
Ma il sonno allor svanì, 
E mi destai cercando. 
Dubbioso, i rai del di. 



UN POETA DIMENTICATO 153 

Lasso! squarciato è il velo 
Del sonno e del terror; 
Ma di quel bacio il gelo 
Sento sui labbri ancor. 

A questo ribrezzo, a questo spavento, che suscita nel- 
l'animo del poeta il pensiero della morte vicina, inevita- 
bile, a questo tumulto di affetti, succede però presto una 
disperata stanchezza, un pieno oblìo di ogni altra cosa 
terrena, che non sia il suo amore. Quantunque egli re- 
spiri ancora, si considera già come spento; di sé parla 
con pietà rassegnata, non come d'uomo vivo e che com- 
batte ancora contro il fato che gli incombe, ma come 
di un estinto, che alla ferrea necessità ha di già ceduto. 
L'immagine della sua tomba lagrimata, del dolore a cui 
s'abbandonano le persone che lo amarono, ecco il solo con- 
forto che gli rimane. Ma a toglierlo dal triste annienta- 
mento, in cui si adagia l'animo piagato, sorge lentamente 
e si fa gigante nel suo cervello un pensiero dominante, 
tormentoso, assiduo, il timore che la sua diletta lo di- 
mentichi. Morto, egli intende serbare pur sempre nel 
di lei cuore il posto che occupò vivendo. Perciò rifiuta 
ogni omaggio apparente, che può essere bugiardo, alla 
sua tomba; lo rifiuta e lo sprezza; non vuol lagrime, ma 
fedeltà : 

Funebri lai, lamenti, 

Donna, da te non vo'; 

Serbami i giuramenti 

E pago allor sarò. 
Fa che di nuova face 

Funesto scintillar 

Non venga la mia pace 

Neir Èrebo a turbar. 
Seuton la fé' tradita 

Le pallid'ombre ancor; 

Ch'oltre la tomba ha vita, 

Quando è verace, amor. 



154 UN POETA DIMENTICATO 

E il provocato sdegno 
L'ombra frenar non sa. 
Che, dove morte ha regno, 
Ignota è la pietà. 

E questo supremo bisogno di sopravvivere a noi stessi 
nella memoria di chi ci fu caro, che fa sperare al poeta, 
possa perpetuarsi oltre la tomba quell'amore che monvà 
coll'ultimo singulto: 

Non priego mai né pianto 

Le Parche impietosi : 

Gessa ed intuona il canto 

Dell'ultimo mio dì. 
Vedi tu dove il rio 

Lambendo un mirto va? 

Là del riposo mio 

La pietra sorgerà.- 



Deh, quando il giorno manca 

E notte spunta in ciel. 

Tu, avvolta in veste bianca, 

Avvolta in bianco vel, 
Vieni, diletta Elvira, 

A quella tomba vien, 

E sulla muta lira 

Appoggia il bianco sen. 
Poi con le rosee dita 

Fanne un suon triste uscir, 

E con quel suono imita 

L'ultimo mio sospir. 
lo da quel suon destato. 

Dall'urna sorgerò, 

E, spirto innamorato, 

Al fianco tuo verrò. 

Allorché si conobbe vicina la morte del giovane sven- 
turato, furono frettolosamente chiamate da Bologna la 
moglie e la figliuoletta. Così, soltanto intorno al funereo 
suo letto, il Kedaelli vide avverarsi la sospirata riunione 



UN POETA DIMESTJCATO 155 

di quelli che al suo cuore erano più diletti; le meschine, 
ma ahi ! quanto amare battaglie della quotidiana esistenza, 
ebbero termine così soltanto dinanzi alla solenne tristezza 
di quell'ultimo addio. Né il poeta, sebbene ogni spirto vi- 
tale abbandonasse le sue membra, seppe obliare in quegli 
estrenai istanti il suo grande conforto, il sollievo della breve 
e travagliata sua vita, l'arte, la poesia. Due giorni prima di 
morire, ricevuti gli ultimi sacramenti, dettò questo sonetto, 
che ci sembra meraviglioso per la vigoria e l'elevatezza dei 
pensieri : 

Gran Dio, t'adoro nella molle erbetta, 

Nei vari fior, nel cristallino fonte. 

Nel declivio d'amena collinetta 

E nell'augusta maestà del monte. 
T'adoro se fra il lampo e la saetta 

Vesti di nume punitor le impronte; 

E poi, scordato d'ogni tua vendetta. 

L'arco ti cingi della pace in fronte. 
Ma, se pietoso entro il mio sen discendi, 

Me rendi a un tempo stesso umile e altero. 

Ed alta fiamma, inusitata, accendi. 
Traboccano i sospir colle parole, 

E in te ardisco fissare il mio pensiero, 

Qual'aquila lo sguardo in faccia al sole (1). 

Nèfuron questi, se merita fede la pubblica voce, gli ultimi 
versi ch'ei componesse. La morte, incontrata con vereconda 



(1) In varie trascrizioni contemporanee di questo sonetto, che 
ebbe molta difi'usione, esso è preceduto da un'avvertenza che dice: 
Composto dal dottor Redaelli il giorno antecedente alla sua co- 
munione e due giorni prima della sua morte. In una copia com- 
pleta delle poesie del Redaelli, corretta di suo pugno, vi è invece 
premessa questa intitolazione d'altra mano: La prima Comunione 
delV Autore. ^la parmi evidente che chi cos'i scrisse abbia preso 
un grosso granchio. 



156 UN POETA DIMENTICATO 

fermezza, lo colse (1), mentre ei tornava a mormorare questo 
soavissimo addio alla sua donna : 

Odi d'un uom che muore, 

Odi lestremo suon: 

Questo appassito fiore 

Ti lascio, Elvira, in don. 
Quanto prezioso ei sia 

Saper tu devi appien: 

Il di che fosti mia 

Te l'involai dal sen. 
Simbolo allor d'affetto, 

Or pegno di dolor. 

Torni a posarti in petto 

Questo appassito fior. 
E avrai nel cor scolpito, 

Se crudo il cor non è, 

Come ti fu rapito, 

Come fu roso a te (2). 



(1) Il 3 luglio 1815, come risulta dal libro dei morti della Cat- 
tedrale di Cremona ad annum. Ignoro dove giacciano le sue ossa. 

(2) Che il Redaelli dettasse negli ultimi momenti di sua vita l'odi- 
cina è un fatto concordemente attestato così dai numerosi mss., 
nei quali essa si legge, come anche dalle affermazioni di persone 
quasi coetanee dell'autore, alcune delle quali ancor vive; ma con- 
traddetto però dagli originali, dove questa poesia si trova trascritta 
in mezzo ad altre sue liriche dallo stesso autore. Può darsi che il 
Bedaelli, moribondo, si compiacesse ripeterla, e che da questa cir- 
costanza abbia tratto origine l'accennata credenza. 

L'ode fu pubblicata varie volte, e basti qui rammentare come 
venisse fra le altre inserita in quella raccoltina che nei primi 
lustri del secolo usci in Venezia per i tipi di G. Molinari, essendo 
editore G. Orlandelli, intitolato : Il Fiore dei Poeti Anacreontici. 
Ma qui, oltreché il nome del poeta trasformato in Radelli, anche 
il testo è stato guasto con false lezioni (così v. 6, tu de' saperlo...; 
V. 11, torna; v. 14, duro; v. 16, ritorna). P. Heyse l'ha creduta 
pur egli non indegna di far parte della sua Antologia dei poeti 
moderni italiani (Stoccarda, E. Hallberger), dove si legge a p. 226; 
e nel 1882 ne ha pubblicato una versione in non so più qual pe- 



UN POETA DIMENTICATO 157 



III. 



« Il signor Kedaelli da Cremona, toltoci sul fiorire 
degli anni, delle più alte speranze e del sapere, si è lo 
autore del componimento che ci rechiamo a ventura il 
poter dare alle nostre associate. Le anacreontiche che quel 
valoroso giovane scrisse, prima d'esalare l'estremo spirito, 
per colei che delizia era della sua anima, sono vestite 
del più cocente affetto e della più profonda melanconia, 
e caro il rendono sommamente ai cuori educati ai senti- 
menti del bello e della pietà... Bene spesso alle festanti 
grazie di che sono adorne le odi del vecchio di Teo con- 
giungono le anacreontiche del Redaelli, la passione che 
spirano quelle della donzella di Lesbo... Dell'affetto che 
caldissimo arde nelle poesie del giovane italiano siamo 
debitori alla sua diletta Elvira, il cui nome al pari di 
quelli di Batillo e di Paone passerà chiaro nei versi del 
Redaelli alle future generazioni ». 

Con queste ed altre non meno peregrine frasi, in cui 
l'assoluta mancanza di idee viene ad usura compensata 
dall'affettazione dello stile, il troppo famoso Direttore 



riodico letterario tedesco. Una curiosa contaminazione di essa 
coU'altra anacreontica Ne priego mai ne pianto si trova poi in 
un libretto popolarissimOj la Nuova Scelta di Canzonette Amo- 
rose cantate dal popolo italiano, Milano, 1882, pp. 23 e 108. 

In morte del Redaelli furono composte varie poesie, che rima- 
sero, credo, inedite, e non c'è da dolersene. Carlo Grotti, fra gli 
altri, scrisse un sonetto; e due amici, che tacquero i loro nomi, 
un'ode saffica ed un'eterna terza rima che vuol ripetere il Lamento 
della sposa di G. Redaelli sulla sua tomba. 



158 UN POETA DIMENTICATO 

del Corriere delle Dame, il Lattanzi (1), offriva alle 
sue lettrici alcune inedite anacreontiche del Kedaelli due 
anni dopo la costui morte (2). Come fossero pervenute 
nelle sue mani non sappiamo (3); ma per dire il vero, 
non si poteva far cosa meno utile alla fama del poeta 
di quello che pubblicare questi versi, che il Redaelli, 



(1) È noto come il giornale fosse diretto da lui, sebbene por- 
tasse in fronte il nome di Carolina sua moglie. 

(2) A p. 142 dell'annata 1817 ò stampata l'anacreontica II Wals 
(sic), scritta dal Redaelli in lode del Walzer da pochi anni por- 
tato di Germania in Italia. Nell'annata 1819 vennero poi date fuori 
altre quattro anacreontiche (p. 161, 187, 209); le due che comin- 
ciano Dio d'amore e Vha chi ride, e La ììiammoletta, A Fille 
inferma. 

(3) Gli autografi del Redaelli, come si rileva da una lettera del 
di lui padre, scritta il 3 febbraio 1817 a Vincenzo Lancetti, che 
l'aveva richiesto di notizie per \& Biografia. Ot-rtionese, erano stati 
da lui stesso prima di morire consegnati ad un amico perchè pub- 
blicasse le cose migliori. Dalla medesima lettera risulta che questo 
amico aveva già stesa la vita del poeta e preparata l'edizione. Chi 
fosse costui non so; sospetto però possa esser stato il Preposto di 
Sospiro, Pietro Gastaldi, che, come afferma Sante Rossi in una 
sua lettera da me veduta, possedeva vari autografi del Redaelli, 
con il quale era stato in lunga e famigliare corrispondenza. Co- 
munque sia di ciò, la edizione non fu mai fatta; gli originali, an- 
dati smarriti e salvati per opera di un povero sarto, passarono 
alcuni anni sono, nelle mani del Robolotti, che li lasciò in ere- 
dità col resto della sua raccolta alla città natale. Constano di 
tre inserti, un de' quali intieramente autografo, di pag. 79; un 
secondo che è copia fedele del precedente, ma fatta da altra 
mano; ed un terzo, il quale contiene tutte le poesie che si leggono 
negli altri due, più molte altre che in essi mancano; codesto, 
sebbene solo in parte sia autografo, è però tutto postillato e cor- 
retto dal poeta. Per questo studio io mi son giovato d'una copia 
eseguita sugli autografi e confrontata con essi, nonché dei mate- 
riali posti a mia disposizione da quella egregia gentildonna che 
fu D. Amalia Redaelli-Fontana, l'unica figlia del poeta, morta 
or fa qualche anno a Milano. 



UN POETA DIMENTICATO 159 

intento a secondare il genio del tempo suo, aveva 
quasi ricalcati sugli esemplari celebri del Vittorelli e 
del Savioli ; versi che non posseggono altro pregio se non 
una spontaneità, la quale non ha certo fatto passare, 
come prediceva il Lattanzi, il nome d' Elvira alle future 
generazioni. Che il Kedaelli non abbia proprio composto 
versi se non per la malattia di Fille, per celebrare il 
"Waltzer, per accompagnar l'offerta di colombe e di rose 
sull'ara d'Amore; che non sia stato se non un poetino 
incipriato, un gregario dell' innumerevole esercito, che 
pur guidato da condottieri valenti, fece così cattiva 
prova nel campo poetico, quale insomma lo dipinge il 
Lattanzi, io noi credo, ne lo crederanno, spero, i lettori. 
Ma son però d'altra parte ben lungi dal pensare che lui 
veramente ritraesse, sotto il nome di Salvia.ti, lo Stendhal 
in alcune pagine di quel suo bizzarro e bellissimo libro 
sull'amore, nel quale con così capriccioso, ma sapiente di- 
sordine sono sparse a piene mani filosofiche, profonde, ar- 
gute ed ironiche riflessioni (1). Siccome però da altri ciò 
è stato sospettato, vediamo su quali fondamenti un tale 
sospetto si appoggi. 

Se prestiamo fede alle asserzioni del De Stendhal, la 
prima e più importante materia del suo libro gli sarebbe 
stata fornita da molti fatti dei quali egli fu spettatore. 
di cui ebbe notizia, ne' vari luoghi ove fece dimora, 
ma singolarmente nel suo lungo soggiorno in Italia. A 
questi documenti dovrebbero poi aggiungersi, lo studio 
da lui fatto, anche più attentamente, dell' influsso che 
l'amore esercitò sopra due suoi intimi amici, Lisio Visconti, 
nobil giovane volterrano, ed un Salviati, del quale tace 
la patria; le conversazioni avute con essi, e, quel che è 



(1) Physiologie de VArnour par De Stendhal (H. Beyle), Paris, 
Levy, 1868, p. 76 e 83. 



160 UN POETA DIMENTICATO 

più, i loro scritti. Così il primo libro De la Physiologie 
de l'Amour non sarebbe che una libera traduzione da un 
manoscritto legatogli dal Visconti, prima di morire (1); 
e tutto quanto vi è di lugubre nell'intiero saggio avrebbe 
avuto per ispiratore il Salviati (2). Che questo sia un 
artifizio del Beyle per colorire sempre più il disegno pro- 
postosi, ch'era quello di fare apparire il suo libro quasi 
la sintesi di tutti gli' svariati e molteplici sentimenti 
che eccita l'amore; lo studio dell'efficacia, che nella so- 
cietà del suo tempo in generale, ma singolarmente poi nella 
italiana, dal Bej^le conosciuta intimamente ed amata (3) 
possedeva questo grande sconvolgitore dei cervelli e dei 
cuori, è quasi inutile dirlo. Ma questa riflessione, che io 
credo fondatissima, apre la via ad un altro sospetto: come 
sono invenzioni del Beyle i manoscritti del Visconti e del 
Salviati, di cui afferma essersi giovato, non è a temersi 
siano tali anche le persone, delle quali asserisce aver 
posto in scena i casi, e riferiti spesso, tali quali li pro- 
nunciarono, i discorsi? Non è a temersi che sotto i nomi, 
evidentemente falsi e dall'autore stesso dichiarati tali (4), 
di Lisio Visconti, del colonnello Schiassetti, di Del Rosso, 
Salviati, non s'abbiano a trovare se non creazioni fanta- 
stiche del Beyle, personaggi da lui immaginati, perchè 
gli tornava opportuno applicare ad essi i fatti da cui egli 



(1) Gap. I, nota 2. 

(2) « G'est de lui (Salviati) que je tiens toute la partie lugubre 
de cet essai. » Gap. XXXI, p. 78. 

(3) « 11 faut des années pour pénétrer dans l'intimité de la so- 
ciété italienne. Peut-ètre aurai-je été le dernier voyageur en ce 
pays... J'aimais réellement ces habitants, et j'ai pu voir la vérité. » 
Prem. Préface. 

(4) « Je compris aussi que la discrétion me faisait un devoir de 
changer les noms propres et surtout d'écourter les anecdotes ». 3™® 
Préface. 



UN POETA DIMENTICATO 161 

voleva dedurre le sue teoriche? Io dubito fortemente che 
un siffatto timore abbia ottimo fondamento: tanto più che 
impugnando la esistenza reale dei personaggi messi in 
scena dal De Stendhal, non si impugnano per conseguenza 
gli aneddoti che egli narra. Credo anzi che moltissimi dei 
fatti da lui raccontati siano veramente avvenuti, a Milano, 
a Venezia, dovunque egli afferma di averli raccolti; e 
sarebbe cosa molto curiosa non meno che utile per la 
storia della società italiana del regno napoleonico, rin- 
tracciare quel che vi deve essere di vero e di rigoro- 
samente esatto nella pittura che ne fece lo scrittore 
francese. 

Ma, tornando al nostro intento, vediamo più da vicino 
uno de' personaggi favoriti dello Stendhal, il Salviati. 

Per descriverne le sembianze egli chiede in prestito a 
Dante leparole colle quali il poeta aveva dipinto Manfredi (1): 
« Povero sventurato! — egli scrive, facendo una curiosa 
mescolanza di luoghi danteschi — quanti dolci pensieri e 
quale costante desiderio lo condussero alla tomba ! La sua 
fìsonomia era bella e soave, biondi i capelli ; soltanto una 
nobile cicatrice gli divideva un de' cigli. » Soldato, esso 
aveva preso parte a tutte le guerre napoleoniche; erasi 
trovato presente tanto alle splendide feste di Parigi, 
quanto ai paurosi episodi della terribile ritirata di Mosca. 
Ma tornato in Italia, un invincibile amore l'aveva così 
avvinto ad una nobile e onesta dama, da indurlo a non 
lasciar più Milano, ad onta che la sua passione infelice 
trovasse mille ostacoli. Gli effetti che sull'animo, sulle 
idee del Salviati aveva esercitato per due anni questo 
amore-passione^ giunto alla più straordinaria intensità, 
sono sparsamente narrati ed esaminati dallo Stendhal che 



(1) Gap. XXXI. Extrait dn Journal de Salviati. 

NovATi, Studi crìtici e, letterari. 11 



162 DN POETA DIMENTICATO 

dice aver anzi attinto molti particolari da un giornale 
lasciato dall'amico. 

Che ha dunque a veder qui il Redaelli? Eccomi a 
spiegarlo: « Pochi giorni innanzi la sua morte, continua 
il Beyle, Salviati scrisse un'ode che, avendo il merito di 
esprimere efficacemente i sentimenti di cui egli spesso 
soleva intrattenere gli amici, può essere non inutilmente 
riferita. » Ora l'ode che lo Stendhal, traducendola, riporta 
in una nota, sotto il titolo: L'ultimo dì, anacreontica 
a Elvira, non è che la fusione in un sol componimento, 
di tre delle odi scritte dal Redaelli in fin di vita, e da 
noi già riferite (1). 

Se a questo fatto, non privo certo d'importanza, si ag- 
giungono alcuni altri particolari che il De Stendhal narra 
del Salviati, applicabili anche al Eedaelli (2), avremo riu- 
niti tutti gli argomenti che potrebbero indurre, come 
hanno infatti indotto un egregio amico nostro (3), a cre- 
dere che lo Stendhal, sotto il nome di Salviati, alludesse 
al Redaelli. 

Questi argomenti hanno essi un valore sufficiente ad 
ispirare anche a noi una siffatta opinione? Io lo nego 
recisamente. L'eroe dello Stendhal è carattere prettamente 



(1) Per parlare più esattamente, Le dernier jour. Ode anacré- 
antique à Elvire, presso il De Stendhal è un mosaico composto 
di cinque strofe (dalla 1 alla 6) dell'ode iVon prte^o mai, né pianto; 
di una sola (la 9) dell'ode Funebri lai, lamenti; e dell'intiera odi- 
cina: Odi d'un uom che muore. Per firma vi si legge S. Ra- 

DAEL {sic I). 

(2) Cosi l'essersi il Salviati, dopo una gioventù passata negli 
agì, ridotto in men che mediocri condizioni di fortuna; l'esser 
morto molto giovane, ecc. 

(3) Il prof. G. De Castro nel suo libro La caduta del Regno 
Italico (Milano, Treves, 1882) p. 2-3. 



UN POETA DIMENTICATO 163 

romanzesco; questo valoroso che dopo avere sfidato mille 
pericoli sul campo di battaglia, affrontata intrepidamente 
la morte, non vive più che per il suo amore, non pensa 
più che ad una donna, per la quale sarebbe pronto a 
compiere qualunque generosa impresa, qualunque atto 
degno di paragonarsi alle gesta degli antichi eroi, non è per 
noi un uomo realmente esistito, ma semplicemente uno 
dei personaggi necessari allo Stendhal per rappresentare 
uno dei quattro amori che egli enumera: V amore-passione. 
All'infuori delle simiglianze esteriori, e forse accidentali, 
che abbiam notate, nulla di quanto è detto del Salviati 
è applicabile al Redaelli, che non militò, visse mode- 
stamente, amò corrisposto, e soprattutto non assunse mai, 
scrivendo, neppure nei momenti di maggiore sconforto, 
quell'atteggiamento di uomo predestinato ad esser ber- 
saglio della fatalità, vittima del mondo e di se stesso, che 
aveva già messo di moda in Europa il Goethe col suo 
Werther. Rimarrebbe però a spiegarsi la faccenda della 
attribuzione delle odi; e questo mi sembra possa farsi, 
anche rifiutando di identificare col falso il vero autore 
di esse. Il De Stendhal racconta di essersi recato a 
Milano, subito dopo la ritirata di Russia (1813), e di 
avervi dimorato sette anni. Nulla di strano pertanto che 
nei due anni successivi alla sua venuta nella capitale 
del regno italico, vi abbia conosciuto di persona il Re- 
daelli (1), morto, come dicemmo, nel 1815; o, se non di 
persona, almeno di nome ; ne abbia letto le anacreontiche, 
e colpito dall'annuncio della sua morte immatura, dalle 
circostanze tristissime che avevano ispirati i di lui versi, 



(1) Come ho già notato nel capitolo precedente, sullo scorcio del 
medesimo anno 1813 il Redaelli trovavasi esso pure a Milano. 



164 UN POETA DIMENTICATO 

divenuti tosto molto noti in Lombardia e resi anche piti 
popolari dalla musica, con cui erano stati accompagnati, 
abbia trovato opportuno di inserire questi canti d'amore 
in un libro, quale il suo, tutto consacrato allo studio del- 
l'amore; sorto, come egli stesso si compiaceva di dirlo, 
in Italia e dall'osservazione degli affetti del popolo ita- 
liano (1). 



IV. 



Il Kedaelli non è quindi a giudicarsi un poetucolo ar- 
cadico, come lo fa diventare il Lattanzi ; ma neppure un 
eroe da romanzo qual diverrebbe, identificandolo col Sal- 
viati della Phjsiologie de V Amour. 

A chi, di null'altro desideroso che della semplice ve- 
rità, bramasse pertanto avere dell'animo del poeta maggior 
contezza di quello che cifrano le sue rime finora esami- 
nate, credo si potrebbe rispondere che il Kedaelli rappre- 
senta assai bene l'indole del suo tempo e gli uomini della 
sua generazione: non il volgo, ben inteso, patrizio o dotto 
ricco che esso sia, non gli uommi di ingegno e di ca- 
rattere altissimo, che si contano sulle dita, ma la parte 
colta ed intelligente dei governati dal primo regno ita- 
lico. In questi uomini gli avvenimenti, che si erano se- 
guiti in guisa così precipitosa ed impreveduta, più che 



(1) j< G'est tout uniquement une description exacte et scienti- 
fique d'une sorte de folie, très rare en France..., espèce de voyage 
inorai en Italie et Allemagne...». Vedi poi l'intiera Prefazione (III), 
in cui l'autore descrive la genesi del libro a Milano. 



UN POETA DIMENTICATO 165 

un mutamento subitaneo, sostanziale, profondo di idee, di 
costumi, avevano fatto nascere una profonda confusione 
ed un grande stordimento. Da prima quell'aureo sogno, 
che aveva ispirato alcune delle piìi eloquenti pagine al 
grande ingegno del Foscolo, il quale sperava che nei segreti 
disegni del gran Corso all'Italia fosse serbata una parte 
degna dell'antica grandezza, aveva pur svegliato vivissimo 
in tutti gli animi il sentimento della nazionalità. Ma le de- 
lusioni non avevano tardato a sopraggiungere, e dinanzi a 
quella volontà ferrea, implacabile, imperiosamente dispotica, 
a quella costituzione d'un regno, che nulla aveva di italiano 
fuori che il nome, lo sviluppo della coscienza nazionale 
non procedeva se non lentamente, a fatica, e pur troppo 
a Milano, a Venezia, in tutte insomma le altre grandi città 
della penisola, si era ritornati senz'avvedersene (e ciò oltre 
il De Stendhal, per quanto straniero, amicissimo della 
Italia, troppi altri documenti del tempo l'attestano) alla an- 
tica, alla sola grande preoccupazione, il piacere. E quando 
r impero del Giove terreno, che si prediceva eterno, 
precipitò, un senso di incertezza vicina allo sgomento 
ingombrò l'animo degli Italiani. Lo sparire dell'astro 
napoleonico su quelle generazioni dovette fare, come dice 
giustamente il Bonfadini (1), l'effetto che cagiona una 
caduta nel vuoto; talché invano lagnavasi il Viceré, scri- 
vendo a Napoleone, di vedere negli Italiani: « uno stato 
d'animo vicino all'apatia, un'indifferenza strana, un abban- 
dono irriflessivo, il rinchiudersi di ciascuno in un egoismo 
di cui non vedeva il pericolo »; invano si sforzava di in- 
durli ad operare; la sola attività loro rimasta sembrava 
« si esercitasse in giudizi erronei, e vane congetture sul- 



(1) Sulla fine del primo regno d'Italia in Arch. Star. Lomb., 
a. Vili, t. 2. 



166 UN POETA DIMENTICATO 

l'avvenire » (1). Di questa incertezza degli animi italiani, 
che se sospiravano già l' indipendenza, non avevano la 
forza per ottenerla, ci porgono esempio i versi di argo- 
mento politico dettati dal Kedaelli; pochi, forse per ti- 
mida prudenza di chi li ebbe in possesso, ma tali però da 
attestare la nobiltà del sentire di lui ed il vivo affetto per 
la patria. In mezzo ad una vita assai dissipata, agitata 
da penose preoccupazioni domestiche, il Redaelli certo 
non poteva darsi tutto alle cose politiche, ne i tempi lo 
concedevano. Anch' esso credette alla eternità di quel- 
l'impero, che tutti predicavano tale, e quando nel 1809 
r Imperatore d'Austria moveva nuovamente guerra alla 
« rediviva italica furtuna » , egli così ne giudicava 
r impresa : 

Signor deiristro, ah non tentare il fato, 

Di Lui che Giove e l'ira sua somiglia ! 

In te stesso, per Dio, volgi le ciglia, 

E mira il fianco ancora insanguinato. 
Ma tu, incauto, non curi, e trascinato 

Dall'Anglo iniquo, che ogni mal consiglia, 

Sprezzi la fé, la gloria tua, la figlia, 

Rege spergiuro e genitor spietato. 
Trema Voce di sdegno e di valore 

Chiuso nell'armi oltre l'Isonzo affretta 

Duce, del padre e della patria onore. 
E nulla avrai contro un Eroe difesa, 

A cui fidata il Sommo ha la vendetta 

De' patti infranti e di natura offesa. 

Ma poco tempo era trascorso, e la procella tornava ru- 
moreggiare: tutta Europa si avanzava in armi contro 
quell'uomo che l'aveva coi suoi ambiziosi disegni scon- 
volta ed insanguinata. Ed allora, quasi presago dell'avve- 
nire, il Redaelli non rivolgeasi ad altri che all'Italia 
stessa, incitandola a fare da sé. 



(1) De Castro, op. cit., p. 64. 



UN POETA DIMENTICATO 167 

Destati, Italia ! Del Benaco in riva 

11 teutono guerrier ruota la spada; 

E le vie ricalcando in cui fuggiva, 

Aprirsi tenta al tuo bel sen la strada. 
Se di senno e valor tu non sei priva, 

Mal dall'Alpe e dal mar chiusa contrada, 

11 brando impugna, il prisco giogo schiva; 

Vittima tua, chi te vuol serva, cada. 
Ma Lui che a torto salvator nomasti, 

Teco non sia di tanta pugna a parte. 

Che a te medesma, se lo vuoi, tu basti. 
Gente che incontro a servitù vicina 

Aita implora di straniero marte. 

Cangia di ceppi e non divien regina. 

Questo sonetto, fortemente dettato e fortemente sentito, 
parmi, se non mi travia l'affetto, uno de' migliori che la 
patria carità abbia ispirati al nostro, e tale da potersi 
avvicinare, senza tema, ai componimenti dell'Alfieri e del 
Foscolo. Ne inferiore credo il seguente, nel quale il poeta 
rimprovera sdegnosamente la condotta di alcuni ufficiali 
dell'esercito italico, i quali nel 1814, allorché incombeva 
suir Italia la minaccia (pur troppo avveratasi) di una 
nuova invasione austriaca, erano passati nelle file degli 
stranieri : 

Misera Italia, se il servir ti pesa, 
Perchè, scordando il senno tuo primiero, 
Sol de' nemici tuoi spieghi in difesa 
Quel che ti resta ancor genio guerriero? 

A che pugnando per non giusta impresa 
Spargere il sangue sopra il suolo Ibero ; 
A che ministra dell'altrui contesa 
Tentar de' ghiacci il periglioso impero? 

Ed or, dimmi, perchè questa non sdegna 
Schiera de' figli tuoi famosi e forti 
Nova vestir di schiavitude insegna? 

Ah, se lagnarti e non oprar tu sai. 
Se cotanta viltà vedi e comporti, 
Servi, che il merti, e più non pianger mai. 



168 UN POETA DIMESTICATO 

In un manoscritto del tempo, scritto in Cremona e 
contenente molte poesie del Redaelli, trovo a lui attri- 
buito un sonetto, satirico sulla pace del 1814, già pub- 
blicato dal Cantù (1), ma con lezione assai scorretta, talché 
credo non inopportuno il riprodurlo: | 

Tradito e vinto per virtude e inganno 

Chi molti ha vinto ed ha tradito tutti, 

Gessar de' troni vacillanti i lutti ' ' 

E ogni prence potè farsi tiranno. | 

I russi artigli sul Polono stanno, 

Prussia vuol d'Elba dominare i flutti, 

Brettagna ha i mari in servitù ridutti, 

Austriaci Italia gotizzamlo vanno. 
Sul franco trono un re Borbone or siede, 

Innalzato da un popolo che ardio 

Trucidargli il fratello e "1 figlio erede. 
1 frati a generar ritorna Pio, 

Spagna minaccia ai dotti atti di fede: 

Questa è la pace che ci ha dato Iddio. 

Non voglio però nascondere che ho forti dubbi sulla 
autenticità dell'attribuzione. Bellissimo invece e pieno di 
maschio vigore è quest'altro sonetto che ispirò al poeta 
Fontainebleau, dove Pio VII nel 1812 era stato prigioniero, 
e dove Napoleone dieci anni dopo deponeva la corona: 

Qui Pio rapito alla diletta Roma 

Della sciagura il calice bevea, 

E di catene sotto iniqua soma 

Perdono al ciel pel rapitor chiedea. 
Ma Pietà da Giustizia era già doma; 

Colma il tiranno la misura avea; 

E sopra Tempia coronata chioma 

La tremenda del Nume ira fremea. 



! 



(1) Nella Cronistoria, v. II, p. 605. Cfr. anche De Castro, op. 
cit., p. 192. 



UN POETA DIMENTICATO 169 

Un solo Sguardo a lui di sdegno Ei volve 
E van colpiti dal celeste foco 
Gli ingiusti lacci e il ferreo scettro in polve. 

E muta e_j)resa da terror la Senna 
All'orbe tutto il paventato loco 
Di tanta colpa e tanta pena accenna. 

Ma i versi che meglio possono servire, fra quanti il 
Kedaelli ne ha lasciati, a mostrare come ei sapesse, vo- 
lendo, ergersi a nohile altezza, e, spregiati i vani amori, 
cantare gli affetti più santi e più sublimi in modo degno 
d'un animo libero, son quelli finora inediti, che a conclu- 
sione di queste pagine, amo pubblicare nella loro inte- 
grità. Il lungo e straziante grido che echeggiò al cadere 
di quell'anno decimo terzo, chiamato « maledetto e rio » 
dal Monti, per tutta l'Italia, la quale perdeva nelle 
steppe gelate della Russia quarantamila de' suoi figli, il 
fiore del suo esercito, ispirava al Redaelli un canto che 
sgorgò, come ne avverte un coetaneo (1), quasi improvviso 
dall'animo del poeta, percosso ed atterrito da tanta sven- 
tura. Nella Bitirata di Mosca i non pochi difetti di 
forma, che però son novella prova della spontaneità del 
componimento mi sembrano largamente compensati dal- 
l'onda appassionata di poesia che dentro vi trascorre, dai 
fervidi sensi di affetto per la patria e di generosa pietà 
per il Grande, il cui trono pericolava; sensi che onorano 
insieme lo ingegno dello scrittore e il cuore dell'italiano. 
E questo possiam pur anche affermare che niun contem- 
poraneo ha saputo ritrarre con altrettanta efficacia il pro- 
fondo sgomento che la grande catastrofe aveva destato 
neir intiera penisola (2). 



(1) S. Rossi nella citata lettera a G. Germani, 21 settembre 1842. 

(2) Anche altri poeti, come il Grossi nella Fuggitiva, il Rosini 
in un poema, del quale non pubblicò che pochi frammenti {Epi- 



170 UN POETA DIMENTICATO 

La ritirata di Mosca. 

Di Mosca su le ancor calde ruine 
Il Franco Sire i suoi guerrieri aduna, 
E maggior lauro lor promette al crine: 

Ma di tanto guerrier l'astro s'imbruna, 
Ed al muggir di nordica tempesta 
Sovra lui stende il suo poter fortuna. 

11 fuggitivo barbaro si arresta, 
E, unendo i gridi al sibilo dei venti. 
Torna ardito a sbucar dalla foresta; 

Fuggon del mondo i vincitor frementi, 
Che il ferro no, ma in fuga sol li caccia 
Con la fame il furor degli elementi. 

Al ciel piangendo innalzano le braccia 
Que' prodi che mai sempre imperturbati 
L'orrida morte rimirare in faccia; 

E a la vittoria in più bei di guidati 
Videro i regi, supplici, tremanti, 
A pie del magno condottier prostrati. 

Oimè! funebre su quei lauri santi 
Crebbe il cipresso, e gli inni trionfali 
Di Borea al soffio si cangiaro in pianti! 

Della fame e del verno ai doppi strali 
Nullo resiste e dal comun periglio 
Sono i duci e i gregari or fatti eguali. 

Qui con gelate lacrime sul ciglio 
Un padre cade e tenta moribondo 
L'agghiacciato abbracciar corpo del figlio : 

E con flebile accento gemebondo 
Il chiama a nome e con il ciel si lagna 
Non di perir, ma di perir secondo. 



y 



sodio della guerra di Russia, quattordici ottave edite nella strenna 
milanese Non ti scordar di me, Vallardi, 1842, p. 123), cantarono 
questo lacrimevole avvenimento; ma, ove si faccia eccezione per 
l'autore del Marco Visconti, le loro pitture, troppo languide o 
soverchiamente gonfie, ci lasciano freddi. Un altro canto, proba- 
bilmente estemporaneo, su quest'argomento aveva scritto il Nostro ; 
ma non ne restano che poche ottave. 



UN POETA DIMENTICATO 171 

Là piagne un altro la fedel compagna. 

Che, oppressa dal digiuno, esangue giacque 

Su la nevosa, orribile campagna; 
Cadde la bella e a lei cader non spiacque. 

E: « soave è il morir con chi si adora »; 

Disse esalando il puro spirto, e tacque. 
Ma quel labbro che morte discolora, 

Benché muto, ti parla, e par che dica 

In sua dolce favella: « Io t'amo ancora ». 
Pende sul corpo de la morta amica 

Il misero, e in lui duolo a duolo aggiunge 

La rimembranza della gioia antica: 
E mentre geme, ostil saetta il punge: 

Pietoso colpo! che al dolor lo toglie 

E a lei, che sola amò, lo ricongiunge. 
Altrove, carco di nemiche spoglie. 

Spira un guerrier, che combattuto avea 

Pei cari figli e l'adorata moglie. 
Di sue prede far ricchi ei li volea: 

E or noi cruccia il morir, gioia del forte, 

Ma di lor povertà la cruda idea. 
Le membra fra le nevi mezzo assorte 

Movendo a stento, un Italo si duole 

Per sé non già, ma per la patria sorte. 
« Morrei felice, grida, se quel sole, 

A cui richieggo indarno un raggio amico, 

Mirasse in libertà l'itala prole. 
Ma chi sciòr la dovea ne fu nemico, 

E a morir trasse in questo infausto lito 

I più bei germi di quel suolo aprico. 
Tardi ei sarà di tanto error pentito. 

Ma qual prò per l'Italia? ». E in così dire 

II fiato estremo è con la voce uscito. 
Crescono intanto le minacce e l'ire 

Del fero inseguitore, e ad ogni istante 

Manca in chi fugge il consueto ardire. 
Ed ecco, il tetro fiume hanno dinante 

Sprigionato dal gel sol per ruina 

A tante squadre sciagurate e tante. 
Appariva la stella vespertina 

Cinta di nembi, allor che giunser dove 

Volge l'onda fatai la Beresina. 



172 UN POETA DIMENTICATO 

Colà la morte in mille guise piove, 
E colà di mortali il fulmin cade 
Più tremendo del fulmine di Giove. 

L'ultima tema i fuggitivi invade: 
La calca che sul ponte angusto piomba 
Chiude a sé stessa del fuggir le strade. 

L'aere d'un grido universal rimbomba: 
Ne' gorghi affonda la misera gente, 
E prima di perir trova la tomba. 

Allora fra le tenebre si sente 
Un alitare, un gemer softocato, 
E nell'acque un dibattersi frequente: 

Cosi, finché di nubi atre formato 
Stese il velo la notte: e quando a .stento 
Sorse il sol di caligine ammantato. 

Di pietà nuova scena e di spavento! 
1 gelati cadaveri fur visti 
Galleggiare sul flutto ancor cruento; 

E sulle sponde cogli estinti misti 
Pochi viventi ancor, ma senza speme, 
E del tardo morir dolenti e tristi. 

Tutto il resto è deserto ed a chi geme 
Solo il fiume risponde che del ponte 
Urta gli avanzi e ne ribolle e freme. 

In questa guisa fra le ingiurie e l'onte 
Cadono i forti: e tu, lor duce, intanto 
Salvo ritorni con tranquilla fronte; 

E dal tuo carro di vittoria infranto 
Mandi un urlo terribile di guerra. 
Cruda risposta delle madri al pianto! 

Ma irata sorge contro a te la terra 
E chi la strada a te del regno aprlo, 
Quel trono che innalzò, pentito atterra. 

Mertata sorte!.... Ma non vii son io, 
Né insulto tu da questo labbro udrai. 
Sacro de' carmi all'incorrotto Dio. 

Te, quand'eri tiranno, io disprezzai, 
Che i tiranni alma libera non cura; 
Ed or più grande ch'uom noi fosse mai 

Ti rende agli occhi miei la tua sventura. 



UN POETA DIMENTICATO . 173 

Leggendo questo canto, ispirato ai più generosi senti- 
menti, avverrà forse ad altri, come a me è avvenuto, di 
deplorare che il Redaelli non abbia speso l'ingegno elet- 
tissimo sempre in tal modo: la sua fama ne sarebbe stata 
ben più tutelata di quello che abbian potuto fare le ana- 
creontiche, per quanto leggiadre, ad Elvira. Ma forse il 
poeta, che dinanzi alle grandi sciagure della sua patria, 
ritrovava così maschi accenti, avrebbe, se la vita gli fosse 
bastata, potuto, poiché alla vigoria dell'ingegno si univa 
la maturità del senno, divenir tale quale ce lo finge il 
desiderio. Ad ogni modo quanto resta di lui mi sembra 
sufficiente a conservarne il nome che io ho tentato sot- 
trarre ad un oblio non meritato. 



I 






< 



LA PARODIA SACRA 
NELLE LETTERATURE MODERNE 



LA PARODIA SACRA 
NELLE LETTERATURE MODERNE 



I. 



Allorché sulle scene romane della decadenza, come già 
su quelle ateniesi, si mettevano in burla le divinità del- 
l'Olimpo per rallegrare gli spettatori, e Giove morto scen- 
deva a far testamento ed i tre Ercoli famelici provocavano 
il riso insieme a Diana flagellata; i padri della Chiesa, 
rivolgendosi ai sostenitori del paganesimo, chiedevano in 
aria di trionfo: Di chi ridete voi? De' vostri dei o de' 
vostri istrioni ? E siccome la risposta si faceva attendere, 
essi soggiungevano prontamente che ben indegni di culto 
dovevan ritenersi que' numi, ai quali i loro stessi cultori 
attribuivano le più laide avventure, e che facevano segno 
de' più sguaiati motteggi. Ma quanto alla lor volta an- 
ch'essi, i focosi campioni della nuova fede, sarebbero ri- 
masti addolorati insieme e stupefatti se avessero potuto 
sollevare un istante il velo che copriva l'avvenire ! L'età, 
per così dire, eroica della religione di Cristo non era 
ancora volta al tramonto ; non ancora, cementata col sangue 
de' martiri, la divina città sorgeva sulle fondamenta del- 
l'atterrata Babilonia, e già la propensione a spargere il 
dileggio sopra le cose più sacre si risvegliava non meno 
irresistibile di prima negli spiriti colti; tornava a ser- 

NovATi, Studi critici e letterari. 12 



178 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

peggiar sordamente in mezzo alle moltitudini non intfe- 
ramente aifrancate dal giogo delle superstizioni pagane. 
Cosicché ben presto ebbero il loro patrono in cielo anche 
i burloni, come lo avevano i mentitori, patrono risoluto 
a godersi il posto guadagnato, 

maulgré les sainctz et maulgré Dieu. 

La cosa ha un bel parere inverosimile; essa non è per questo 
men vera. Ed agevole ci riescirà addimostrarlo. Tutti co- 
noscono, se non altro per fama, la Cena di S. Cipriano, 
bizzarra facezia, che ha dovuto la miglior parte della sua 
celebrità al nome del grande scrittore cristiano, cui è stata 
fino a tempi assai vicini attribuita. Oggi invece i dotti 
si accordano nel ritenere il contrario; nessuno ammette 
più che il santo vescovo di Cartagine, il quale suggellava 
nel 258 col proprio sangue una vita tutta consacrata alla 
più nobile propaganda, siasi abbassato a comporre una 
cotale insulsaggine (1); ma, comunque sia di ciò, il ve- 
derla a lui attribuita con tanta persistenza fin da età an- 
tichissima è per noi sicuro pegno della sua origine vetusta. 
Si potrebbe quindi congetturare che la Cewa, quale si legge 
ancora fra le opere del martire africano, o fors'anche sotto 
forma diversa, corresse già al IV secolo in quelle scuole, 
dove S, Gerolamo udiva declamare fra le risate del fan- 
ciullesco uditorio il testamento di M. Grunnio Corocotta 



(1) Cfr. G. Hartel, S. Thascii Caecilii Cypriani Opera, Praef., 
cap. Ili, p. LIX (Corp. Scriptor. Eccles. Lat., v. Ili, Vindobonae, 
i87i). L' importanza della Cena per la storia della parodia sacra 
è già stata avvertita dal Wright (Hist. de la caricature et du 
grotesque, trad. 0. Sachot, Paris, 1875, eh. Ili, p. 44-5); il quale 
però ha dato un giudizio erroneo sulla natura e l'età del compo- 
nimento originale, che confonde in modo veramente strano coi 
rifacimenti posteriori. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 179 

ed altre composizioni dello stesso stampo, di un'utilità 
dubbiosa, ma di una amenità indiscutibile (1). E quan- 
d'anche non si volesse salir tanto in alto, converrebbe pur 
sempre collocare la composizione della Cena fra il V e 
rVIII secolo; poiché altrimenti non si spiegherebbe come 
la tenessero in tanta stima quei gravi personaggi del secol 
nono, i quali non sdegnarono rielaborarla ed offrirla, adorna 
di nuove attrattive, a pontefici ed imperatori (2). 

L'apocrifa scrittura di S. Cipriano è troppo conosciuta, 
perchè io mi indugi a discorrerne. Basti adunque ricor- 
dare come le dia materia quella parabola evangelica, la 
quale narra di un re d'Oriente che diede un banchetto 
per celebrar le nozze del suo figliuolo (3). Al convito 
l'autore della Cena fa però accorrere, e qui si stacca dai 
libri sacri, tutti, quasi, i personaggi, de' quali il nome è 
registrato nel vecchio o nel nuovo Testamento; e l'invito 
vien fatto con tale larghezza che alla mistica festa con- 
corrono non men gli eletti che i reprobi. Così alla stessa 



(1) 1 passi di S. Girolamo, in cui è fatto ricordo del testamento 
del porco e di altre « favole milesie », son raccolti da F. BuE- 
CHELER in Petronii Sai. et lib. Priapeor., Berolini, 1871, p. 231. 

(2) Siccome de' rifacimenti della Cena si è fatto sin qui un gran 
parlare a sproposito, cos'i m'è parso utile consacrar loro alcune 
pagine, che formeranno TApp. I. 

(3) Il Wright stima invece che la Cena sia fondata sulle nozze 
famose perii cangiamento dell'acqua invino operato dal Salvatore: 
ma egli stesso avverte però che questo miracolo non vi è ram- 
mentato (op. cit., 1. e). Ora io non negherò che l'autore della Cena 
abbia avuto presente alla memoria anche l'episodio di Cana ; ma ri- 
tengo indubitabile che Y idea fondamentale gli sia stata invece sug- 
gerita da S. Matteo, Ev., XXll, 1-14; ed il dotto antiquario inglese 
sarebbe stato il primo ad accorgersene, se dell'argomento non si 
fosse occupato con leggerezza soverchia. Così nella Ceiìa come 
presso S. Matteo, il re d'Oriente non è altri che Dio; quello di 
Johel è infatti uno de' nomi ebraici di Jahveh. 



180 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

mensa si assidono Abele e Caino, Mosè e Faraone, Giuda 
e Gesù Cristo (1). Ad ognuno de' convitati poi si im- 
bandiscono de' cibi ch'egli stesso ha dovuto ammannire, 
che hanno rapporti più o meno stretti coi casi della 
sua vita : quando poi questo sia impossibile a conseguire, 
ei deve almanco contenersi a tavola in tal guisa da ri- 
chiamar alla mente altrui gli eventi ai quali è legato il 
suo nome. Di qui, come ben si capisce, uno spettacolo 
singolarissimo, che forse, e senza forse, trascende le inten- 
zioni dello scrittore. Levate le mense, Noè mal si regge 
da un lato sulle gambe per aver fatto troppo onore al 
proprio ritrovato; dall'altro Loth barcolla fra le braccia 
delle figlie impazienti ; qui, al suono dell'arpa di Davide 
e del salterio di Tubai, Erodiade balla con Giuditta; là, 
accanto a S. Pietro, non meno molestato da lui che dal 
sonoro chicchirichì del gallo accusatore, russa Oloferne. 
Tutti i convitati insomma si abbandonano a tali e tante 
stravaganze che il sacro banchetto par tramutarsi in un'orgia 
trieretica, funestata all'ultimo dallo strazio che de' suoi 
ospiti, riconosciuti rei di numerosi furti, fa il celeste an- 
fitrione (2). Ma a qual fine, si chiederà forse, codesta 
strana fantasmagoria? La cosa è chiara; l'autore vuole 
imprimere più profondamente nella memoria de' leggitori 
i fatti ed i personaggi dei libri santi (3). E sia pure così ; 



(1) Codesta bizzarra promiscuità è spiaciuta ad Azelino di Reims, 
il quale nella sua Cena ha creduto bene avvertire che a mensa 
Mali sunt cum peioribns. Boni cum meliorihus: ved. E. du 
MÈRiL, Poés. pop. lat., 1847, p. 94. 

(2) Gfr. della Cena, nell'ed. Migne, le e. 1009, 1011, 1012. Sco- 
pertosi finalmente il vero colpevole in Achar, costui vien fatto a 
brani dai commensali inferociti per le torture sopportate (e. 1013); 
e cosi barbaramente finisce il barbaro convito. 

(3) La Cena può trovar dunque il suo luogo fra que' testi me- 
dievali che diconsi Joca monachorum, sui quali veggansi Romania, 



LA PAKODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 181 

ma non è questo un modo ben straordinario di commen- 
tare la Bibbia ? E non si corre pericolo, volendo contem- 
perare insieme l'utile ed il dilettevole, di dare a questo 
soverchia preponderanza su quello? Si guardino infatti 
i rifacitori della Gena. Se Kabano Mauro assicura ancora 
Lotario che egli vuole congiungere nel suo scritto le 
due cose, Giovanni invece non presume punto di farla da 
maestro a Carlo il Calvo. Egli invita semplicemente l'im- 
peratore ed i suoi amici a sentirlo scherzare: 

Quique cupitis saltantem me Johannem cernere, 
Nane cantantem auditote, jocantem attendile; 

e l'ilarità in essi eccitata forma tutto il suo orgoglio: 

Unde gaudens laetabatur imperator Karolus 
Guai francigenis poetis, cum gallis bibentibùs; 
Ridens cadit Gaudericus supiniis in lectulo (1). 

Ora l'idea di rallegrare una cena principesca e prelatizia, 
mettendo in burletta Dio padre e la celeste sua corte 
tutta quanta, è già di per sé stessa passabilmente ardita. 
E chi non vede poi che, quando si spinga un poco piti 
avanti la celia, essa non tarderà a tramutarsi in irrive- 
renza bell'e buona? Ma questo timore non ha trattenuto 
alcuno sullo sdrucciolevole pendìo ; e ben presto la libertà 
dell'autore e dei rifacitori della Cena di Cipriano si trovò 
di gran lunga sorpassata da quella che spiegarono i loro 
imitatori (2). 



I, 483 e sgg., e P. Meyer, Ree. d'anc. textes bas-lat., provenq. 
et frauQ., P. I, 1874, p. 16, n. 20. 

(1) Du MÉRiL, op. cit., p. 199. 

(2) In un suo breve scritto sopra le Sequenze latine, edito nei 
Sitzungsber. der phil. philolog. CI. der K. B. Acad. der Wiss. 
zu Mùnchen, 1872, p. 454 e sgg., Corrado Hofmann ha ripubbli- 
cato, come prova della corruzione a cui scese la Sequenza nel 



182 LA PARODIA SACRA KELLE LETTERATURE MODERNE 

I primi bagliori mattutini cominciano adunque appena 
a colorire le tenebre dell'alto medio evo, e già noi ve- 
diamo lo spirito beffardo e satirico, che anima le nuove 



medio evo, uno scherzo, già messo in luce dal Wattenbach, nel 
quale, come ei nota giustamente, si riscontra una certa rassomi- 
glianza colla Cena: 

Deus, Ghriste, quid portai rusticus iste? 
Saccuni cum pomis. — Si vellet vendere nobes? 
Vendere volo tibi, quia melius acquisivi. 
Tane dixit Peter : Nolo peccare, magister. 
Peccare nolo, poma comedere volo. 
Omnipotens Deus et sanctus Bartholomaeus 
Emerunt saccum prò tribus marcam et t<7ium. 
Tane voluit Ghristus saccum comedere solus. 
Tunc dixit Jacop: non facies per meum calco}). 
Accepit baculum, voluit percutere Christum. 
Ghristus clamavit, omnes sanctos invocavit. 
Omnes venerunt, qui in throno fuerunt. 
Praeter unus homo qui natus fuit sine talo, 
Talum non habuit, currere non potuit. 
Johannes Baptista venit cum sua balista 
Imposuit telum, voluit sagittare Jacobum. 
Thomas in fornace clamavit: Sitis in pace. 

A codesta facezia clericale di arditezza veramente singolare fa 
ottimo riscontro un'altra che si legge presso Wright-Halliwell, 
Reliq. antiq., v. I, p. 290. La riferisco qui, non senza purgarla, per 
quanto mi riesce possibile, dai grossolani errori di cui è bruttata 
nel cod. inglese (sec. XV ex.), dal quale è stata tolta: 

In viridi campo steterunt principes ambo: 

Unus erat Jesus, alter fuit Bartholomeus. 

Emerunt vaccam propter dimidium marcum. 

Tunc dixit Jesus: volo comedere solus. 

Respondit Abraham: non sic facies per meam barbam. 

Accepit baculum, voluit percutere Jhesum. 

Jhesus clamabat, Petrum Paulumque vocabat: 

Ambo venerunt, Abraham bene verberaverunt. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 183 

generazioni, tentare avvisaglie contro i fasti, i misteri, i 
ministri del culto. Il successo gli accresce ardimento, ed 
eccolo nel tempio, del quale non aveva ancora varcate 
le soglie, in cerca di nuovi modi di estrinsecazione. 
Pittura e scultura gli forniscono le armi, ed in breve 
le cattedrali si vanno popolando di fantastiche immagini 
d' uomini e d' animali , caricature spaventose a volte, 
più spesso ridicole, e magari oscene, le quali accanto 
alle figure immobili e rigide de' santi e de' profeti 
ostentano i più strani accozzamenti di membra dispa- 
rate e deformi, la più grande varietà di attitudini e di 
contorcimenti (1). Poi, mentre gli artefici perpetuano 



Tunc dixit Jhesus: ego sum hic timide solus; 
Adinua {sic, 1. adiuvaì) me modo, vaccam, grossum vobis dabo. 
Tunc dixit Abraham: heu, heu, quod huc veni unquam! 
Si non venissem, nunquam bene verberavisse[m]. 

(1) Il Wright (Hist. de la car., eh. Ili, V, p. 45, 72) mette innanzi 
parecchi curiosi esempi delle licenze a cui si abbandonavano gli artisti 
nell'adornar coi saggi dell'arte loro i templi, ed altri ne riferisce anche 
il Leniext in quel suo piacevole libro che è La Satyre en France 
au M. A., Paris, 1880, eh. XXIV, p. 388 e sgg.; ma io, sebbene lonta- 
nissimo dal dividere le strambe idee che taluni hanno manifestate 
rispetto al simbolismo delle rappresentazioni figurate nel medio 
evo (e basti citare il D'Orcet ed i suoi scritti), non mi accorderei 
però col garbato scrittore francese nel sostenere che solo molto 
tardi i monumenti architettonici presentino rappresentazioni vera- 
mente satiriche. Ardua impresa difatti sembrami quella di deter- 
minare dove e quando per l'appunto la facezia ceda il posto alla 
satira. Naturalmente nelle opere citate all' Italia è fatta scarsissima 
parte; il Wright cosi non offre che la riproduzione d'un antico 
bassorilievo comasco (p. 47), nel quale io non riesco neppure a 
ravvisar elementi burleschi. Il desiderio di occuparmi altrove con 
più agio di questo argomento mi induce ora a tagliar corto, ma 
non senza aver notato però che i nostri artisti non si mostrarono 
meno proclivi a sparger il dileggio sopra le cose sacre di quello 



184 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

nel marmo i loro capricci, e spesso anche i loro rancori, 
la severità del santuario viene più rumorosamente pro- 
fanata da quelle feste famose, in cui i riti e le venerande 
cerimonie della Chiesa sono parodiate da una turba ebbra 
di vino e di licenza. Dex)osuit potentes de sede et exàl- 
tavit humiles; ecco il grido, fastidioso all'orecchio de' 
prelati, che risuona nel tumulto dei nuovi saturnali (1). 
Era ben naturale che coloro i quali componevano gli 
uffici de' Pazzi e de' Fanciulli, che celebravano la messa 
dell'Asino e ne scrivevano le antifone, fossero quasi in- 
volontariamente condotti a compier l'opera, calcando bur- 
lesche canzoni sopra lo schema de' cantici sacri e le li- 
turgiche melodie. Anche la poesia adunque fu pronta- 
mente chiamata, e, non occorre dirlo, dai chierici stessi, 
a prendere la sua parte nella giocosa profanazione dei 
riti sacri. Perchè ne divenisse uno dei più validi ed ef- 
ficaci strumenti bastava fare un passo; ed il passo si 
fece tosto. 



che i loro colleghi d'oltremonte. E basti dire che nel 1571 il 
vicario generale del vescovo di Todi insieme coli' inquisitore era 
costretto a far rimovere dagli stalli del coro della cattedrale un 
intaglio in legno, perchè un artista troppo allegro vi aveva effi- 
giati tre vasi, de' quali il primo racchiudeva un frammento de 
timbra asini Domini nostri Jesu Christi ; U secondo: de pedibus 
Ascentionis beate Virginis; il terzo: de reliquiis Sanctissime 
Trinitatis. non par di leggere l'inventario delle reliquie di 
fra Cipolla, passate poi con notabili aggiunte in possesso di que' 
della Cava ? 

(1) Cfr. Petit de Julleville, Les comédiens en France au 
M. A., Paris, 1885, eh. II, p. 29 e sgg., il quale però in codesto 
mediocrissimo libro nulla aggiunge a quanto avevano scritto 
il Wright, il Lenient, l'Aubertin, ecc. Le feste dei Pazzi merite- 
rebbero di trovare ormai uno storico coscienzioso, che facesse 
nuove indagini, e tion s'accontentasse di rifriggere i materiali 
preziosi, ma ben noti, raccolti dal Du Gange, dal Du Tilliot, dal 
Magnin. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 185 

Di codesta produzione appunto, o burlesca, o satirica, 
la quale si avvinghia colla tenacia di una pianta pa- 
rassita al tronco poderoso della poesia liturgica, io in- 
tendo discorrere. Il ricercarne le vestigia attraverso i 
secoli, l'avvertire come dai tempi piti oscuri dell'evo 
medio sino ai dì nostri un siffatto genere letterario, che 
pareva destinato ad eccitare tante ripugnanze, e tante 
proteste, si sia invece diffuso in tutta Europa, rivestendo 
costantemente le forme medesime; come ancor oggi, ad 
onta del grande naufragio delle vecchie credenze al quale 
assistiamo, esso conservi sempre una notevole vigorìa; il 
far tutto questo, dico, ci schiuderà la via a dimostrare 
come anche dallo studio di piacevolezze erudite e di po- 
polari facezie si possa cavare argomento a conclusioni, 
inaspettate forse, ma non prive di valore per la storia 
del pensiero. 



IL 



Le pili antiche parodie de' canti sacri sono state 
composte, a mio credere, in mezzo alla disordinata alle- 
grezza delle feste dei Pazzi, dell'Asino, de' Fanciulli, e 
quindi primamente sul suolo di Francia. Scritte da que' 
membri del basso clero, chierici o studenti, che erano gli 
ordinatori e gli esecutori di codeste mascherate, le quali 
offrivano un sì bizzarro miscuglio di sacro e di profano, 
esse dovettero diffondersi rapidamente, e coll'efficacia del- 
l'esempio spronar molti ad accrescerne il numero. Ne io 
avrei difficoltà ad ammettere che sul principio esse siano 
andate immuni da elementi satirici, ed abbiano avuto il 
solo intento di prestar materia di riso col grottesco con- 



186 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

trasto che offrivano fra la forma ed il contenuto. Ne da- 
rebbe anzi prova il fatto che le più vecchie fra queste 
composizioni non celebrano se non il vino ed il giuoco; 
sono insomma nulla più che canti da taverna, i quali 
non hanno neppure fondamento nelle orazioni e nei testi 
sacri, bensì a preferenza imitano le prose, le sequenze, 
gli inni che la Chiesa era solita cantare in solenni cir- 
costanze, e sulle quali la melodia, che ne era fondamento 
e parte precipua, richiamava più vivamente l'attenzione 
dei fedeli. Son di questa natura le parodie bacchiche 
del Laetabimdus, la celebre prosa composta da S. Ber- 
nardo per il Natale (1); dell'inno alla Vergine, Verhum 
honum et suave (2) ; dell' lam lucis orto sidere, che si 
cantava, e si canta tuttavia, a mattutino (3) ; nelle quali 
tutte l'arditezza dello scherzo è attenuata dalla sua in- 
nocuità (4). Ma ben presto codesti confini furono varcati, 



(1) Gfr. P. Meyeu, Mélanges de poesie anglo-normande, in 
Romania, IV, 370. 

(2) Gfr. Wattenbach, Die Anfdnge lat. prof. Rythm. des Mit- 
telalt., in Zeitschr. fùr deutsch. Alterth., Ili, 1872, p. 469 e sgg., 
sotto Ave color e Yinum bonum. 

(3) Gfr. Mone, Hymni lat. medii aevi, t. I, p. 177, e Carni, m. 
aevi, Firenze, 1883, p. 66. Un'altra redazione di quest' inno bacchico 
si legge a f. 58 r. del cod. 240 della bibl. civ. di Gortona. 

(4) In quel vero ditirambo polimetro, che è il ritmo Si quis 
deciorum (n. 174), noi leggiamo, a cagion d'esempio, questa 
strofa (18): 

Tunc rorant scyphi desuper, 
et canna pluit mustum, 
et qui potaverit nuper, 
bibat plus quam sit iustum; 

la quale è tramutazione molto briosa e molto diffusa di un noto 
versetto d' Isaia, che si ripeteva come antifona nella Messa della 
I settimana d'Avvento: Rorate caeli desuper et nt'.bes pluant 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 187 

e non più un canto, o una sequenza, ma le orazioni te- 
nute in maggior venerazione, il Patet\ VAve, il Credo, 
e la Messa medesima soggiacquero alla sorte comune. 

11 codice di Benedictbeuern, il quale a cagione della va- 
rietà, dell'importanza, del numero de' componimenti che 
racchiude, si reputa a buon diritto la più preziosa fra 
le raccolte di poesie del sec. XII a noi giunte, offre ap- 
punto sotto il nome di Officium Lusonim, la prima 
parodia compiuta della messa, che si sia data alla luce (1). 
Una seconda, trovata da lui in due mss. inglesi, pubblicò 
poi Tommaso Wright sotto il titolo àìMissa de potatorihus 
Missa gidonis (2). Sebben diversi nei titoli, i due cora- 



jiistum; aperietur terra et germinet salvatorem (XLV, 8). Per 
altri congeneri travestimenti di luoghi scritturali e liturgici, cfr. 
i n. 175, str. 7, 8; 176, str. 7; 195, str. 18; 182, str. 6, ecc. lo 
inclino però a credere che moltissime volte le frasi e le espres- 
sioni bibliche, di cui abbondano i ritmi latini, vuoi burleschi, 
vuoi satirici, del sec. XII e del XllI, non abbiano rivestito agli 
occhi degli scrittori quelle apparenze di irriverenza e di scherno, 
che presentano invece ai nostri. Non si deve infatti dimenticare 
come i letterati medievali avessero tale famigliarità coi libri santi 
da essere quasi involontariamente indotti ad adattarne le forme 
e le parole ai concetti che volevano esprimere, senza preoccuparsi 
se fra quelle e questi nascesse contrasto. Cosicché io non stimo 
che, per citare un caso fra cento, intendesse di parodiare il libro 
della Sapienza colui il quale ne toglieva in prestito un versetto 
(XVIIl, 15) per dar princìpio alla nota disputa fra l'acqua ed il 
vino: Bum tenerent omnia medium tumultum. 

(1) Carm. Bur., ed. Schmeller, p. 248. 

(2) Ved. Reliquiae antiquae, v. II, p. 208. La stampa ne è stata 
fatta colla solita incurabile trascuratezza, che macchia troppe volte 
i libri, per tanti rispetti pregevoli, di questo operosissimo ricerca- 
tore. La Messa poi, che il Wattenbach ha pubblicato dal noto 
zibaldone di Fra Antonio Huseman neWAnzeig. fur Kunde der 
deutsch. Vorz., 1863, p. 134 e sg., è troppo mutilata e malconcia, 
perchè si possa con qualche frutto tentarne un paragone colle 



188 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

ponimenti si accordano nella sostanza ; sono nuU'altro che 
redazioni, alterate e modificate dai copisti, di un medesimo 
testo (1). A queste io posso ora mandarne compagna una 
terza, legata ad esse da vincoli di stretta parentela, che 
i più lunghi pellegrinaggi ed una secolare dimora sotto 
il cielo germanico hanno allentati sì, ma non distrutti. 
I tre testi adunque, posti a fronte, permettono di rico- 
struirne un altro più antico, il quale traeva certamente 
l'origine, non dall'Inghilterra, ne dalla Germania, ma dalla 
Francia, la madrepatria di tutta codesta letteratura di 
chierici scapestrati e di studenti libertini (2). 

Giunti a questo punto un dubbio ci arresta, che si sarà 
già affacciato forse anche alla mente de' lettori, e che con- 
verrà quindi sgombrare. A qual fine venivano composte co- 
deste parodie della Messa? Per esser lette ? La cosa non mi 
persuade troppo. Perchè infatti esse riuscissero ad eccitare 
il riso, faceva d'uopo che fossero recitate. Ma per recitarle 
ci volevano parecchie persone, delle quali una assumesse 
la parte del celebrante, mentre le altre facevan le veci 



più antiche. Ad elementi indubbiamente medievali essa unisce 
de' tratti che hanno origini relativamente assai recenti. 

(1) A questa conclusione è già venuto 0. Hubatsch, che ha 
fatto un diligente esame delle tre Messe a p. 79 e sgg. del suo la- 
voro, Die lateinischen Yagantenlieder des Mittelalters, Gòrlitz, 1870. 

(2) Gfr. HuPATSCH, p. 80, il quale dà, e giustamente, grande 
importanza al fatto che neìV Officium Lusorum i punti dei dadi 
sono indicati con termini francesi: Victimae novali ginke, ses 
immolent deciani... credendum est magis soli ses, ginke, 
qiiatter veraci, ecc. I lettori troveranno nell'App. II, n. 1, ripor- 
tata la Messa fin ora inedita, i cui rapporti con le redazioni già 
note ho tentato di chiarire. Ma se codesti rapporti riescon evidenti 
fra i testi inglesi ed il nostro, meno perspicui appariscono fra questo 
e V Officium, il quale è giunto a noi molto guasto e mancante così 
del principio che della fine. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 189 

del coro. E così appunto devono esser andate le cose; 
poiché quelle allegre comitive di studenti e di chierici, 
avvezzi a burlarsi di tutto e di tutti, ed all'occasione 
anche di se stessi e delle proprie disavventure, non po- 
tevano rifiutarsi il divertimento di riprodurre la sera nella 
taverna, scena de' loro rumorosi sollazzi, il mistico dramma, 
al quale avevano la mattina assistito, e fors'anche par- 
tecipato, nel santuario (1). Anzi la predilezione per co- 
deste irriverenti buffonerie parrebbe essersi mantenuta 
sempre uguale nel seno delle associazioni gioiose, anche 
quando la Chiesa, stanca di una tolleranza che diveniva 
ogni di più ardua ad esercitarsi, non solo vietò che le 
vòlte del tempio risonassero più a lungo delle motteggevoli 
strofe dell'ufficio dell'Asino, ma spinse il rigore fino al 
punto da escludere dal sacro recinto quelle rappresenta- 
zioni stesse che miravano a risvegliare la devozione nel- 
l'animo degli spettatori = 

Nella poesia giocosa di Francia ed anche in quella 
nostrale del quattro e del cinquecento tornano pertanto a 
riapparirci dinanzi, sotto nuove fogge, quelle stesse parodie 
liriche o drammatiche de' divini uffici che vivevano già 
nel secolo duodecimo. Ecco qui, per esempio, una Letame 
des Bons Compagnons, nella quale le formule consacrate, 
con le quali la Chiesa militante commemora la trionfante 
ed a lei si raccomanda, servono invece a respingere con 
burlesco sgomento de' cibi grossolani e mal cucinati, e ad 



(1) È qui da ricordare come gli studenti vaganti nel medio evo, 
s\V AUeluja, al Sanctus, all'A^n^s Dei si prendessero licenza di 
cantare canzoni profane, satiriche o scandalose, tanto che nel 
Concilio di Trier (Treviri), tenuto circa il 1227, fu proibito ai 
sacerdoti di tollerare più oltre quest'abuso, quia ex hoc sacerdos 
in canone quam plurinium impeditur, et scandalizantur homines 
audientes (Mansi, Cane. ampi, coli., v. XXIII, e. 33). 



190 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

invocare da Bacco il conseguimento di quanto occorre per 
metter insieme un desinare coi fiocchi: 

De petit disner et mal cuyt, 
De mal soupper et masle nuyt, 
Et de boyre du vin tourné; 

Libera nos, Domine. 



Peccatores te ror/amus: audi nos: 

Ayons vin fraiz. 
Donnez nous perdrix et pigeons, 
Graces gelines et [gros] cochons, 
Et nous remplez de vin nos potz: 

Te rogamus: audi nos (1). 

Non ci vorrà certo molto per persuadersi che i buoni ed 
onorandi cioncatori, beoni illustrissimi, ai quali Francesco 
Eabelais amava dedicare i suoi libri, e che formavano il mi- 
glior ornamento della Bazoche e di altre allegre confraternite 
parigine, devon essersi piaciuti a ripetere un bel numero 
di volte queste esilaranti giaculatorie. E chi sa se a 
suscitar piti viva la gaiezza del pubblico i Badins stessi non 
le avranno intonate qualclie volta, a guisa d'intermezzo, anche 
sul palcoscenico? La cosa non parrà punto improbabile a chi 
rammenti com'essi abbiano ben recitate le giaculatorie sati- 
riche, che accompagnavano la processione del PeZ^nwa^e de 
Mariage (2). E, d'altra parte, in quel prezioso manoscritto 
parigino, il quale contiene una copiosa scelta di farse, mono- 
loghi, moralità, rappresentate un po' dappertutto in Francia 
durante il secolo decimosesto, noi ci troviamo in presenza 
di un Invitatorio bacchico., facetissimo, ma che per esser 



(1) A. De Montaiglon, Ree. de poés. franq.. des XV^- et XVI^ 
siècles, Pai'is, 1855, t. VII, p. 66. 

(2) Leroux de Lincy-F. Michel, Ree. de farces, moralit. et 
serm. joy., Paris, 1837, v. 1, n, 17, p. 28 e sgg. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 191 

gustato, doveva proprio venir cantato sull'aria della prosa 
liturgica, di cui offriva la parodia (1). 

Se varcheremo le Alpi non ci costerà di certo gran 
fatica il provare come anche fra noi, e durante il quat- 
trocento e per tutto il secolo seguente, si sia continuato a 
travestire burlescamente i testi liturgici e le orazioni, per 
trarne argomento di riso o di scherno. Ora è la famiglia 
di un podestà che, costretta a mangiar male e ber peggio 
dalla sordida avarizia del suo padrone, si diverte a ridere 
de' propri guai, componendo una parodia delle litanie di 
tutti i santi, in cui le invocazioni al padre eterno od 
al divin figliuolo sono sostituite da quelle all' Infinita 
Miseria ed alla sua miserrima figlia, la Birroveria; 
mentre le menzioni de' santi, de' martiri, de' confessori, 
delle vergini, che si susseguono nella mistica rapsodia, 
cedono il posto all' evocazione di tutti gli animali con- 
sunti dagli stenti e dalla vecchiaia, i cui magri carcami, 



(1) Ibid., V. I, a. 9. La rarità della raccolta di cui V Invitatoire 
fa parte mi ha consigliato a riprodurlo nell'App. II, n. 2. 

Un altro testo, non senza interesse per noi, è il Dyalogue 
d'ung tavernier et d'ung pyon en fran^ois et en latin, iìnprimé 
nouvellement (Montaiglon, op. cit., t. I, p. 116 e sgg.), nel quale 
i versi latini, che in ogni strofa si alternano coi volgari, son presso- 
ché tutti cavati dalle sacre carte con molta abilità. Non mi farebbe 
meraviglia che anche questo dialogo fosse stato recitato in qualche 
assemblea di Bazochiens. E recitati eran poi, come è ben noto, non 
solo sui teatri, ma in occasioni svariatissime : nelle ragunanze di 
società gioiose, nei banchetti, e singolarmente poi nelle feste nuziali, 
que' Sermons joyeux, vere e proprie parodie delle prediche chiesa- 
stiche, de' quali ha pubblicato testé una così diligente bibliografia 
E. PicoT (in Romania, XV, p. 358 e sgg.), mostrando come essi 
pure traggano le loro origini da quelle prediche burlesche, che 
esilaravano la società clericale del sec. XIII e del XIV. (Ved. su 
di esse Wattenbach, Geistliche Scherze des Mittelalt. nel cit. 
Anzeig., 1867, p. 342 e sg.; 1868, p. 9 e sgg.; 38 e sgg. 



192 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

invece di goder tranquillo riposo nel grembo di madre 
terra, son gettati in pastura agli sventurati notai ed ai 
birri famelici (1). Ma il più delle volte la parodia si 
piace folleggiare nelle taverne co' ghiottoni, se non come 
in Francia ne' teatri coi Pazzi. Memori del famoso Credo 
di Margutte, e ben decisi a seguirne i precetti, in mezzo 
alle fumose baldorie del giovedì grasso, i bevitori ripe- 
tono, sghignazzando, la « devota Orati one », che messer 
Carnevale era solito recitar ogni mattina « quando si 
levava » ; orazione, la quale assicura a quanti la ridiranno 
« un boccale di trebbiano et quattro panetti bianchi freschi 
et un mezo migliaccio con quatro fegatelli et un capone 
grasso arrosto per cominciare a far collatione » : 

Sanctissima gallina incoronata, 
che per figliuolo havesti un caponsello, 
alla lasagna fusti maritata 
in compagnia del dolce fegatello; 
et la salciccia fu martirizzata 
et pesta bene et messa in un budello, 
et per farle patir pena et gran duolo, 
la fu inpiccata et messa al fumarolo (2). 

Poi altri sollecitano lo sbraculato avversario di monna 
Quaresima ad inginocchiarsi in mezzo a loro, ed a fare, 
dacché i suoi ultimi momenti stanno per giungere, la sua 
« grassa confessione ». E Carnevale issofatto comincia a 
chieder perdono a tutti i santi e le sante del suo calen- 
dario da leccarde: «E me confesso a madona Sancta Galina ; 
qual fa grassa la cusina — A madona Sancta Ocha; quando 



(1) Straccali, / Goliardi, ecc., Firenze, 1880, p. 91 e sgg. E 
cfr. anche il mio libro, La giovinezza di C. Salutati, Torino, 
1888, p. 107. 

(2) L. Manzoni, Libro di carnevale dei sec. XV e XVI, Bologna, 
1881, p. 51. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 193 

l'è mior, la me par più poca. — E al nostro devoto padre 
miser San Faxan ; se gè n'ho ancliuo, no gè n'ho doman. 
— A madona Sancta Torta... ». Ma a rompergli in bocca 
la filastrocca giunge l'assoluzione, coll'obbligo però di 
dire « un paternostro e una ave maria per quelli poveri 
raartyri che sono in beccarla », colle formolo di rito: In 
nomine Caponis et Pizonis grassi et raphioUs speciatis 
et bene in f ormata fis... Amen! risponde la brigata (1). 
Così se la spassavano que' gaudenti, ai quali il parodiare, 
mentre alzavano il gomito, la cena eucaristica; il tramu- 
tare, secondo l'uso del bravo fra Giovanni des Entom- 
meures, gli Oremus del breviario in altrettanti Potemus ; 
l'ascoltare una predica burlesca o stravagante parevan pur 
sempre, beati loro !, le più gustose fra le celie (2). 

Ma, per tornare ai chierici del secolo duodecimo ed ai 
loro ghiribizzi, osserverà forse adesso qualcuno: « Di pa- 
rodie della Messa ne rimangono tre o quattro a mal 
agguagliare. Come si accorda questo fatto coli' affermazione, 
testé ripetuta, che nel medio evo, ed anche in tempi a noi 
più vicini, il gusto per codeste facezie fosse tanto vivo e tanto 
diffuso? Se così realmente avveniva, le messe burlesche 
dovrebbero essere molto più numerose di quello che sono. » 



(1) Ibid., p. 235. 

(2) Anche da noi, infatti, come in Inghilterra ed in Germania, 
si ebbero care nel Quattro e nel Cinquecento le prediche amorose 
e burlesche. Ved. alcune notizie in proposito nel Giorn. stor. d. 
Lett. hai., V. I, p. 68. Della attrattiva che i travestimenti sacri 
esercitavano anche dopo i tempi della Riforma in Germania ci 
danno buona testimonianza le raccolte che ne furono messe in- 
sieme da frati, come quella del benedettino Huseman, studiata 
dal Wattenbach, che spetta al 1575. Anteriore di un secolo è 
l'altra formata in Praga da fra Grux de Telcz, di cui ha dato 
notizia il Feifalik ne' suoi Studien zur Gesch. der altbòhm. 
Literat. (Sitzungsber. der k. Akad. derWiss^Wien, XXXVI, 1861, 
V, p. 151 e sgg.). 

NovATi, Studi critici e letterari. 13 



194 LA TARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MOI>ERNE 

L'obbiezione par grave, ma in apparenza però, non in 
sostanza. Ad impedire infatti che codeste parodie si con- 
servassero, concorrevano molte cause. Le messe stesse an- 
zitutto erano troppo lunghe e troppo complicate perchè 
si potessero diffondere oralmente, come corre una canzone. 
Impararle a memoria non era cosa subito fatta; per 
conservarle occorreva quindi trascriverle. Ma qui stava il 
guaio. Oggi pure certe facezie molto pepate corrono con 
ogni facilità di bocca in bocca; nessuno si fa scrupolo di 
ripeterle ; ma viceversa non tutti si assumerebbero volen- 
tieri di metterle in scritto. Di più, una volta ricopiate, 
le messe burlesche non evitavano altri pericoli. Guai a 
loro se cadevano nelle unghie di persone divote, o che 
volevano parerlo! Le fiamme, punizione riservata agli empi, 
si incaricavano di rintuzzarne la temeraria licenza. Ecco 
adunque perchè, a mio avviso almeno, son tanto scarsi i 
travestimenti medievali della messa che noi conosciamo, 
quantunque in nessun tempo si sia cessato dal comporne 
e dal recitarne. 

Gli studiosi di cose medievali sanno per esperienza come 
avvenga spesso di trovare ne' vecchi manoscritti delle 
brevi tramutazioni, o satiriche o semplicemente scherzose, 
di certi brani de' Vangeli che si sogliono leggere dal sacer- 
dote celebrante nel tempo della messa, e che corrispondono 
alle festività solennizzate dalla Cliiesa. Abbiamo così una 
Sequentia falsi Evangelii secundum lupum, in cui è paro- 
diato un capitolo di S. Matteo che si recita per Natale (1); 
una Passio cuiusdam nigri monachi secundum luxuriam, 
che non richiama alcun vangelo, ma è però destinata a rie- 



(1) Reliq. antiq., v. II, p. 58, da un cod. privato dei primi anni 
del trecento. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 195 

vocale la Passione (1); un'altra, e famosa, Sequentia secun- 
dum marcas argenti, ecc. (2). Orbene, tutte codeste parodie 
debbonsi a mio giudizio considerare quali frammenti di 
antiche messe bacchiche o satiriche, che, vuoi per l'acer- 
bità delle invettive, vuoi per altre ragioni, sono andate 
perdute. 

Ma chi vorrà credere che certi scrittori devoti abbiano 
potuto giudicare non inutile strumento ai loro lodevoli 
fini anche le parodie della ]\Iessa ? Eppure è così. S. Ber- 
nardino da Siena ha introdotto ne' suoi sermoni un'am- 
plìssima tramutazione del dramma eucaristico, la quale 
vince quasi in arditezza VOffìcium Lusorimil È proprio 
vero : on n'esi jamais trahi que par les siens (3). 



(1) Codesta Passio, la quale narra le avventure di un monaco 
libertino, finite male per lui come per il prete crocifisso del noto 
fahleaii francese, è intessuta di vari frammenti biblici. Una reda- 
zione boema ne die in luce il Feikalik nell' op. testé citata (V, 
p. 173;; un'altra, inadita, ne esiste nel cod. 152 di Lubecca, a 
f. 249 t.; finalmente una terza, molto diversa, ne ho rinvenuta io 
stesso nel cod. Ambros. 0. 63 sup., f. 109 t. 

(2) 11 Wattenbach nella tavola surricordata (s. v. In ilio tem- 
pore) enumera una decina di mss., quasi tutti tedeschi, nei quali 
si trova trascritta codesta Sequenza. Ad essi sono da aggiungersene 
due, scritti in Italia fra il cader del sec. XV ed i primi anni del 
sec. XVI, i quali presentano redazioni in certi punti diverse per 
la forma dalle sin qui stampate, i Marciani GÌ. XI, 66 e 120. 
Altro importante frammento di parodia liturgica è quello messo 
in luce dal Feifalik a pag. 174 dei suoi studi ora citati, che 
comincia con una tramutazione del v. 3 del Salmo GXIV: Circum' 
ilederunt me lusores et bibuli ecc.; e continua con altri versetti, 
seguiti da due Oremus, che richiamano quelli delle messe bac- 
chiche. Se non m' inganno anche codesto testo deve aver formato 
parte di una parodia dell' Ufficio. 

(3) Credo prezzo dell'opera riprodurla dopo la Missa Potatorum, 
App. II, 1 a. In una miscellanea vaticana, fondo Regina, non anteriore 
alla seconda metà del sec. XV, vi ha una Missa ironice compilata de 



196 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 



III. 



Codeste facezie, abbellite di frizzi pungenti, di giuochi 
di parole, di equivoci e bisticci, se erano gradite dai 
letterati, lasciavano però indifferenti tutti coloro che 
non sapevano molto di latino, o non lo conoscevano 
affatto. La parodia sacra pareva quindi dovesse rimanere 
unicamente in possesso dei dotti, inaccessibile a que' laici, 
i quali non capiunt ea quae sunt vatis, come dice sdegno- 
samente un canto burano. Ma i laici avevano, pur gu- 
standola con difficoltà, capita l'importanza della parodia, 
come forma poetica ed arma satirica, e a malincuore ci 
rinunziavano. Conveniva quindi trovar il modo di paro- 
diare in volgare i canti sacri senza conoscere a fondo l'i- 
dioma liturgico, e senza far perdere insieme alla parodia 
quel sapor di profanazione che ne formava tutta l'attrattiva. 
Impresa non agevole, ma che riuscì felicemente, grazie 
all'ingegnoso espediente di inserire i versi o i vocaboli 
del testo sacro, preso a travestire, nelle frasi volgari con 
tale artificio da costringerli .a dar un senso in tutto o al- 
meno in parte diverso dal primitivo. 

Come e dove nascesse questa nuova forma di parodia, 
accolta e conservata in tutte le letterature moderne, non 
è facile spiegare; ma si può ritener per fermo che essa 
né fu inventata dal popolo, ne adottata da lui prima che 



Viclefo haeretico, insieme ad altre scritture contro il celebre agita- 
tore, sulla quale mi spiace non poter dare maggiori ragguagli (ved. 
MoNTFAUcoN, Bihl. Biblioth., t. I, p. 17, n. 173). 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 197 

•dall' alto gliene fosse fornito l'esempio. Per rendere pos- 
sibile ai laici la partecipazione alle cerimonie del culto, 
la Chiesa aveva non soltanto acconsentito ad intercalare 
ai testi sacri delle parafrasi o dilucidazioni nelle lingue 
volgari, ma si era anche data cura di comporre delle 
vere traduzioni delle orazioni e degli inni, nelle quali le 
parole del testo erano rilegate quasi gemme in un anello. 
Così nacquero que' componimenti, che in Francia, dove 
fecero la prima apparizione, si chiamarono farsiti-, fra noi 
invece disposti (1). 



(1) Ved. WoLF, 0. e, p. 113 ; 300 e sg.; G. Paris, Man. de 
Vane, littér. franq., p. 209. Per la parte che spetta alla Francia 
in codesta produzione ved. "Wolf, o. c, p. 435 ; Hist. liti, de la 
France, t. XXIII, p. 2.54, ecc. Anche la letteratura germanica 
dei primi secoli è ricchissima di siffatti componimenti ; e che ben 
a torto Heinrich von Krolewiz credesse, a mezzo il sec. XIII, di 
esser il primo a dare una parafrasi poetica del Pater noster, lo 
riconoscerà facilmente chi consulti il Grundr. zur Gesch. der 
dentsch. Dichtung aus den Quellen di K. Goedeke, 1884, v. I, 
p. 17, 38, 48, 129, 227, 238, 239-40, ecc. In Italia il più antico 
monumento di tal natura si è quel Pater noster, che il Gozzadini 
trovò in un Memoriale bolognese del 1276 (ved. Atti e mem. della 
R. Dep. di storia patria per le prov. di Romagna, S. II, v. II, 
1876, p. 204), e del quale una nuova redazione rinvenne testé A. 
ToBLER in un celebre ms. Hamiltoniano (Das Spruchged. des Gir. 
Pateg, Berlin, 1886, p. 71). Codesto Pater è certamente stato 
composto da un ecclesiastico, fornito di una certa coltura (egli 
chiama Iddio: agyos, v. 17; ely theos, v. 18; alfa, v. 21; propicio 
sabaoth, v. 36). Altre antiche parafrasi italiane dell'orazione do- 
menicale cita il ToBLER stesso, e di qualcheduna ho fatto pur io 
ricordo nel Giorn. di filol. rom., v. II, p. 122 e sg. Un'Aue Maria 
«glossata», come si diceva in Ispagna, chiude il Libro de cantares 
di Juan Ruiz ; più tardi Hernan Perez de Guzman sottopone alla 
stessa pia tramutazione, oltreché YAve, il Pater e la Salve regina 
(Cancionero general, Toledo, 1527, f. 8 r., 2 e 3 e; f. 12 t, 1 e). 
Un Credo « devotamente glosado » é pur nelle opere poetiche di 



198 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Ai, primi saggi di questo genere, usciti certamente dalla 
penna di ecclesiastici, vennero ben presto ad aggiungersene 
molt'altri dovuti a giullari ; perchè costoro passavano colla 
maggior disinvoltura dal sacro al profano e, specie se in- 
vecchiati, non erano malcontenti di scontare con lagrime 
di poetica compunzione i loro numerosi, ne soltanto poetici, 
peccati. Ma dai giullari in via di emendarsi il gusto per i 
componimenti farsiti si propagò in seguito anche a quelli 
che di riconciliarsi con Domeneddio non avevano peranche 
intenzione ; e così il devoto esercizio non tardò guari a 
trasformarsi in trastullo profano. Questa, a mio avviso, la 
genesi di quella forma poetica, sotto la quale la parodia 
religiosa si presenta in tutte le letterature moderne, e vive 
ancora fra il popolo, senza avere subito, per quanto ri- 
guarda il metro e le rime, dal secolo dodicesimo in poi, 
se non impercettibili alterazioni (1). 

Ed anche in questo nuovo terreno la poesia francese 
ha portato i primi frutti ; e da lei dobbiamo quindi 
prendere le mosse. Normanna, o meglio anglonormanna, 
è la parodia del Laeiabuudus, che lio già rammentata, 
rivolta ad esaltare una bevanda, non troppo grata in ve- 
rità ai palati francesi, la « squallida » cervogia (2), Più 



Fedro Manuel Xlmenes de Urrea; e passo sotto silenzio altre 
glosse più recenti per non prolungar di troppo una tediosa enu- 
merazione. 

(1) Quest' affermazione vorrebb'essere provata. Ma riuscirebbe 
troppo difficile il farlo adesso dentro i limiti d'una nota. Basti dire 
adunque che la parodia si servì sempre, meno che in alquanti 
casi, nei quali ricalca anche lo schema metrico dei componimenti 
che traveste, degli schemi adoperati dalla poesia poliglotta. 

(2) Chierici e laici si trovano tutti d'accordo nel dirne male; 
Ildeberto e ISIatteo da Ve.ndòme (cfr. Noi. et extr., XXVIIl, 
p. 422), la fanno segno de' loro epigrammi, e l'autore della Bataille 
des vins chiama addirittura a scomunicarla un prete inglese. Gra- 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 199 

rispondente ai gusti della nazione, è invece il Patenostre 
du vin (1), nel quale tornano a risuonare ai nostri 
orecchi (ma naturalmente in forma meno artificiosa e 
spoglia di reminiscenze classiche) quegli encomi al li- 
quore della vite, di cui riboccano i Carmina Burana. 
Tales versus facio, quale vinum hiho! esclamava il chie- 
rico trutanno. Ed il giullare a sua volta: 

Pater noster, biaus sire Diex, 
Quant vin faudra, ce art granz denlz; 
Toutes ioies, toutes valors, 
Seront en larmes et en ploiirs. 
Qui es in coelis, clerc et lai 
Ne dirai jamès son ne lai ; 
Quar en vin a trop de déduis: 
Vin fet les lais et les conduìs. 

Ma ben presto ei passa a ricordi che sono per lui di par- 
ticolare interesse: 

SanctiJìcetKr li ben vins 

Que je bui l'autre ier à Provins; 

Me mist au fond de mes greniers 
Noiiien tìium; li tavernier 

Au departir m'atorna tei, 

Qu'il me geta de son ostel; 
Adveniat; se j'éusse auques 

Il ne m'en jetast devant Pauques 



Primate andava più in là; egli non si sarebbe mosso, 



ziosissima è poi l' invettiva contro la detestata fUia festucae, in- 
serita nelle Rei. ani., v. I, p. 58. In essa il poeta deplora che non 
la vigna, ma il mulino disseti gli stolidi bevitori : 

Ecce molendinum fundit, non vinca vinum! 

(1) JuBiNAL, Jongl. et trouv., Paris, 1835, p. 69. 



200 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

donec sanctos angelos 
venientes cernam, 
cantantes prò mortuis 
« requiem aeternam » (1). 

Accanto a codesto Paienostre du vin, che per una vecchia 
consuetudine è pur detto il Pater de' ribaldi e de' go- 
liardi, e dovette esser sovente ripetuto su per le piazze 
e nelle taverne (2), va posto un Credo du Ribatit, il quale 
però non racchiude se non scherzi affatto inconcludenti (3). 
E, convien pur confessarlo, sono facezie altrettanto lunghe 
quanto insipide anche le altre parodìe della stessa natura 
che si possono spigolare nelle raccolte di poesie giulla- 
resche in lingua d'oil, quali sarebbe due Patenostre à Vu- 
surier (4), un Credo sullo stesso tema (5) ; ed un Patenostre 
d'aniours (6). f 

L'arguzia, che si ricerca vanamente in codeste languide 
e triviali composizioni, scoppietta al contrario e getta 
faville nei versi scritti a mezzo il trecento da uno dei 
più vivaci ingegni che abbia mai posseduto la Spagna, 
Juan Ruiz, l'arciprete de Hita. Don Amor, il protago- 

« 

(1) Carm. bur., p. 68. 

(2) Sotto il titolo di Paternoster ans Golìardois un frammento 
di questa poesia si conserva in altro cod. della Nazionale di Parigi, 
dal quale il Wright lo trasse (The lat. Poems attr. to W. Mapes, 
Introd., p. XIV, e App. VI), senza accorgersi che il testo da lui 
creduto smarrito era già stato impresso dal Jubinal. 

(3) Barbazan-Mègx, Fabl. et contes, t. IV, p. 445. 

(4) Dei due P. N. il primo è stato pubblicato da Barbazan- 
Méox, op. cit., t. IV, p. 99, ed il Lexient, op. cit., p. 183 e sgg., 
l'ha riferito quasi per intiero. Il secondo venne messo in luce dal 
Jubinal (Rapp. sur les mss. de Berne, p. 32-35) dal cod. 354 
della biblioteca di Berna, che lo attribuisce a Richard de Lison. 
Cfr. Hist. litlér., t. XXIII, p. 254. 

(5) Barbazax-Méox, op. cit., t. IV, p. 106. 

(6) Id., ibid., p. 441. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 201 

nista del suo libro, crede utile impartirgli, affinchè egli 
possa facilmente espugnare il cuore delle belle, siano 
desse more o cristiane, degli ammaestramenti d'un' onestà 
molto dubbia, È per renderli più edificanti che il dio 
li lardella di versetti rubacchiati ai salmi? Io non lo 
saprei dire davvero; ma eccone alcuni saggi: 

365 Do tu amìga mora comienzas a levantar 
Domine labia mea en alta voz a cantar, 
Primo dierum ortu las estormentos tocar, 
Nostras i^raeces ut audiat, et fa^^es los despertar. 

366 Desque sientes a ella tu corazon espacias 
Con la maitinada cantate en las frurias lanas 
Laudes aurora h\qe dasles grandes gra^ias 
Con miserere mei mucho telo engra^ias. 

Se poi la bella è cristiana, nulla di meglio; la chiesa si 
offre propizia al corteggiatore scaltro: 

371 Acabada la misa rezas tu bien la sexta 
Que la vieja que tiene a tu amiga presta 
Comienzas in verhum, tuum,, e diges tu de aquesta 
Sed sanctus sant licer por la grand misa de fiesta. 

372 Dices quomodo dilexi nuestra fabla varona 
Suscipe me secundum^ que para la mi corona 
Lucerna pedibus meis es la vuestra persona, 
Ella te dige quam dulcia que recabdas a la nona. 

373 Vas a rezar la nona con la duenna lozana 
Mirabilia comienzas, diges de aquesta plana 
Gressus meos dirige, risponde donna falana 
Justus es Domine taner a nona la campana (1). 



(1) Libro de cantares del Argipr. de Fila, in Flor. Janer, 
Poetas castell. anter. al siglo XV, Madrid, Rivadeneyra, 1864, 
p. 238: Aqui fabla de la pelea quel arqipreste hobo con don 
Amor. Soggiungo qui V indicazione de' testi biblici, de' quali l'Ar- 
ciprete si è giovato, e che l'editore non si è curato di additare: 
365, 2, Salm. L, 17; 365, 3, 4 e 366, 3 non sono versetti scritturali, 



202 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Non contento di questa scorreria attraverso il breviario, 
l'Arciprete è andato anche più oltre, ed incontro a Don 
Amor trionfante ha voluto che accorressero in folla 

I neri fraticelli, e i bigi e i bianchi; 

ed insieme con essi una schiera di non meno variopinte 
monachelle. Tutta la fratesca turba poi, all'apparire del 
dio, prorompe nel Benedictus qui venit; quindi, mentre 
l'ordine cistcrciense col benedettino si sgola a cantare il 
Venite exidieìnus, i monaci di Santiago, dell'Ospedale, di 
Calatrava e di Alcantara intonano il Te amorem lau- 
damus;ne le donne son da meno: 

Todas duennas de orden las blancas e las prietas 
De Qistel, predicaderas, e muchas menoretas 
Todas salen cantando, disiendo chanzonetas: 
Mane nobiscum domine, qua tannen a completas (1). 

L'esempio del galante Arciprete di Hita fu imitata 
con trasporto dai suoi compatriotti ; ed una vera gara 
si stabilisce nel quattrocento fra i poeti spagnuoli a chi 
in questo genere le farà più grosse. Juan de Dueiias, 
il leggiadro cantor d' amore, non solo scrive una lunga 
parodia de' sette salmi penitenziali, ma travolge anche 
in una Missa de amores a significato erotico i principali 
passi del sacrificio eucaristico (2). E non sazio ancora, egli 



ma forse frammenti d'inni, che io non conosco; 366, 4, iSa/m. 1\\ 
2; 371, 3, Salm. GXVIII, 81; 371, 4, Salm. GXLIV, 13; 372, 1, 
5aZm. CXVllI, 97; 372,2, 5a^/n. GXVIII, 116; 372, 3, 5aZm. GXVIII, 
105; 372, 4, Salm. GXVIII, 113; 373, 2, Salm. LXXVIl, 4; 373, 
3, 5aZm. GXVIII, 133; 373, 4, Salm. GXVIII, 137. 

(1) Ibid., p. 265, Be corno clerigos e legos, e flayres e monjas, 
e dttennas e joglares salieron a reqebir don Amor. 

(2) Gosi i Salmi come la Messa sono ancora inediti; cfr. I. Ama- 
DOR DE LOS Rios, Hist. crìt. de la liter. esp., t. VI, p. 180. . 



V LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 203 

si affretta a calcar subito dopo sulle Litanie una Letama 
d'amor, nella quale ai nomi dei martiri e dei santi so- 
stituisce quelli degli amanti più celebri sì nell' antichità 
che nei tempi moderni, 11 bravo spagnuolo doveva esser 
però in fatto d'amore di manica molto larga, se accanto 
ad Orfeo non aveva alcun scrupolo a collocar Sesto Tar- 
quinio ! 

tu, sancto macho dino, 

Orpheo, que bien amastes, 

Et tambien Sexto Tarquino 

que muchas penas passastes 

vos, sanctos confessores, 

Pyramo, tambien Jnquino, 

varones dinos d'onores, 

et Petrarca fiorentino (1) 

Codeste scappate attirano sul capo di Juan i rimproveri 
del grave Amador de los Rios; ma già prima di costui 
le aveva biasimate quell'arguto e colto ingegno che fu 
Mario Equicola : « Non laudo, così egli scrive nel quinto 
libro Di natura d'atnore, tra li Spagnoli né in altra na- 
tione quelli, che le cose sacre et divine alli loro amori 
appropriano ; comò quel che le lamentationi et querele de 
Propheti in exprimer suo dolor converte: quel con le ora- 
tioni de le nostre ecclesiastico cerimonie sua pena narra: 
l'altro col psalmo de profundis circa compassione... » (2). 
Colle quali parole il dotto segretario di Federico Gonzaga 
veniva a ferire non solo il de Dueiìas, ma parecchi altri 



(1) Anche codesta parodia non ha veduta sin qui la luce; il 
brano che io cito è tolto all'AMADOR, op. cit., I. e. 

(2) Libro di Nat. d'Amore, Venezia, 1525, f. 205 r. Non so di chi sia 
il De Profundis qui rammentato dall' Equicola. Assai insignificante 
è El Pater Noster de las mttyeres, hecho por Salazar, che si 
trova a f. 185 r. del Cancionero general, Toledo, 1527. 



204 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

ancora fra gli imitatori di costui, come Suero de Ribera, 
il quale ne aveva ricalcate le orme in una nuova Misa 
de Amor (1); Juan Rodriguez del Padron e Garcia Sanchez 
de Badajoz, che, sul modello de' salmi penitenziali di Juan, 
avevano dettate l'uno le Lamentaciones de Job (2); l'altro 
Los siete Gozos e Los diez mandamientos de Amor (3). 



(1) La Misa di Suero si legge in Ochoa, Rimas ineditas. 

(2) Las liciones de Job apropriadas a sus passiones de amor, 
aprono la serie delle poesie del Sanchez nel Cancionero general, 
Toledo, 1527, f. 89 t. 11 poeta comincia dal far testamento, abitu- 
dine pur troppo comune ai rimatori del tempo, i quali avevano 
da dispensare un inesauribile patrimonio di lagrime e sospiri ; 
quindi parafrasa ad una ad una le nove lezioni di Giobbe, inter- 
calando ai versetti scritturali, che or riporta nella forma latina, 
ed ora invece volgarizza, i versi propri. Eccone nn esempio, ca- 
vato dalla Lezione IV (Cane, f. 90 r., 3 e): 

Responde mihi, Seàora, 
quantas habeo miquitas (sic), 
peccata celerà (sic) meaì 
porqu' es, mercedora, 
mi vida qu' asi la tractas? 
pues que servir te dessea, 
cur facieni tuam abscondis ? 
piensas que soy tu enemigo ? 
cantra folium quod vento 
rapitur nihil respondis 
a las palabras que digo, 
que muestra el mal que siento? 

(3) Codesti due componimenti si leggono a f. 66 t. e 67 t. del- 
l'ediz. citata del Cancionero ; ma la parodia vi si arresta al titolo, 
il quale richiama testi sacri che non hanno nulla a vedere col 
loro contenuto. Lo stesso avviene del resto neWÉvangile des 
femmes, nelle Quinze Joies e nelle Ténèbres de mariage, noti 
poemetti francesi del sec.XV; nei Sette Dolori del Malfranzese. ecc. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 205 



IV. 



Anche in Germania i poeti volgari prendono tosto parte 
all'irriverente baccanale, che i chierici avevano contri- 
buito a rendere tanto rumoroso (1); ma così non succede 
invece in Italia. Fra noi la musa popolare non si indusse 
che molto tardi a tentare la via percorsa con tanto ardore 
dalla poesia francese e dalla spagnuola. Né di codesto suo 
indugiare io so veder chiaro il perchè. Le sole cause 
valevoli a spiegare l'assoluta mancanza di parodie reli- 
giose nella nostra antica letteratura non sono tali da poter 
esser giudicate soddisfacenti da chi conosca un po' addentro 
l'indole ed i gusti del nostro popolo. Se da un lato si 
suppone che un sentimento forse eccessivo di riverenza 
verso la divinità ed i suoi ministri abbia distolto i rima- 



(1) Scrive, toccando di una parodia tedesca del Pater, Adal- 
berto TON Keller: Ahnliche Profanierungen des Yaterunsers 
in der altdeutschen Poesie liessen sich in grosser Anzahl nach- 
weisen (Altdeutsche Handschriften..., Laupp, 1864, p. 8). Dnolmi 
che la deficenza di libri mi impedisca di comprovare con buon 
numero di esempì codesta asserzione. Io starò quindi contento a 
rammentare, oltreché Ber Buben Pater noster, pubblicato dal 
voN Lassberg (Altdeutsch. Liedersaal, v. Ili, p. 551), il Pater 
noster burlesco di un frate e di una monaca, che, insieme ad 
un Ave Maria della stessa indole, ha data in luce I. V. Zingerle 
in Germania, v. XIV, p. 405 e 407. Assai osceno è il dialogo fra 
padre Corrado ed una monaca, calcato sul Salmo LXIX da un 
anonimo, che si può veder riprodotto in Du Méril, Poés., 1843, 
p. 97. Bacchiche invece sono la parodia del Salm. XGV, che si 
trova a p. 677 del v. II dell'opera citata del Lassberg, e la can- 
zonetta, formata di versetti biblici e tedeschi, che sta a p. 168 del 
libro di HoFF.viANN, Gesch. des deutsch. Kirchenliedes. 



206 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

tori dallo spargere il dileggio sulle cerimonie e le preci 
del culto, novellieri e poeti sorgono unanimi a disingan- 
narci. Che se poi dall'altro qualcuno volesse ricorrere 
ad una ipotetica ripugnanza degli italiani per le forme 
poliglotte, sarebbe facile provargli che al contrario l'abi- 
tudine di comporre sonetti e canzoni « semiliterate », 
come allora dicevasi, cioè farsite di latino o di francese, 
era tanto diffusa fra noi fin dal sec. XIII, che i trattati 
di metrica ne fissarono le regole, e Dante stesso, come è 
noto, non sdegnò di poetare in lingua trina (1). 

È adunque oltremodo probabile che in Italia, come 
dappertutto altrove, nel sec. XIII e nel XIV siano state 
scritte parodie di canti sacri; ma esse però sono andate 
intieramente perdute (2). Ecco la sola conclusione che nello 
stato presente delle nostre cognizioni ci sia lecito formulare. 



(1) Non mi sembra sia stato rilevato prima d'ora un fatto, che 
pur merita l'attenzione di chi indaghi le vicende che sortirono 
fra noi le due letterature nate sul suolo francese. 1 rimatori ita- 
liani del XIII e del XIV secolo, i quali si compiacciono di dettar 
intieri componimenti in provenzale, non si servono mai di questo 
idioma per comporre poesie poliglotte (cfr. però Riv. di fdol. roni., 
V. II, fase. 2) ; in queste, che sono tanto numerose, la lingua che 
si mesce di regola al latino ed al toscano è sempre la francese. 
E se di qualche poesia bilingue o trilingue si tiova scritto che vi 
ha parte il provenzale ciò per lo più è conseguenza di un errore, 
nato dalla confusione che dal Cinquecento sin quasi ai di nostri si 
è fatta sempre in Italia fra la lingua d'oc e quella d'ot7. Appunto 
questo errore ha indotto il Galvani a restituire con voci e modi 
provenzali la canzone dantesca Aid faulx vis, che risulta in- 
dubbiamente scritta in francese a chi la legga nei codd. e nelle 
stampe antiche del Canzoniere. Anche la ballatina, che sta a 
f. 182 t. del cod. riccard. 2735, e che il Lami (Cat. codd. mss. 
bibl. Rice., p. 56) dice « parte Provenzale, parte Toscana », alterna 
in quella vece agli italiani de' versi francesi. 

(2) Così avviene che soltanto poche e malsicure tracce dell'uso 
de' testi sacri nella poesia nostra de' primi secoli io possa qui 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 207 

Neppur nel Quattrocento del resto la parodia sacra 
giunse prontamente a schiudere le ali a volo piti largo. 
Quando infatti si lascino in disparte quei pochi documenti 
d'indole bacchica, dei quali ho già toccato, non ci reste- 
ranno a ricordare se non quattro o cinque componimenti 
che ai versi volgari mostrano consertati frammenti scrit- 
turali. Ed a fatica noi c'induciamo a dare luogo fra le 
parodie a codeste rime, giacché, sia per l'argomento, come 
per il modo con cui questo è trattato, esse non presen- 
tano alcuno di que' caratteri che distinguono il genere 
di cui ci andiamo occupando; ed invece di provocare il 
riso pretendono di commuovere al pianto; ove però si 
possa ammettere che tale temeraria aspirazione siasi mai 
impadronita dell'animo di codesti ipotetici amanti che si 
disperano per amore di beltà non meno ipotetiche. Si 
legga infatti la seguente ballatella, che io traggo da un 
codice corsiniano (1): 



additare. Ricordisi ad ogni modo che se Dante parodiava, con 
scandalo non piccolo di un suo commentatore chiercuto, il Vexilla 
regis prodeunt in un verso ben noto, altri si permetteva di can- 
tare sull'aria del Kirie eleyson un'oscena canzone contro certe 
monache traviate (ved. Un repertorio giullar. del sec. XIV, 
Ancona, 1881, p. 46-8). Il Saviozzo, alquanto più tardi, gettato in 
carcere per comando del conte di Battifolle, riusciva a farsene 
schiudere le porte, indirizzando allo sdegnato signore una canzone, 
di cui ogni strofa comincia col versetto davidico: Domine, ne in 
furore tuo arguas me (cfr. Giorn. stor. d. leti, ital., v. XII, 
p. 104). Fra i canti « odievoli » poi, che i fanciulli fiorentini ripe- 
teano del 1429 in vitupero dei Sanesi, uno ne riferisce il Ca- 
valcanti, che si potrebbe dire embrionale parodia del saluto 
angelico : 

Ave Maria, gratia piena. 

Avuto Lucca, avremo Siena. 
{Ist. fior., Firenze, 1838, L. VI, cap. XVIII, v. I, p. 332). 

(1) È quello segn. 43, B. 30, cartaceo, di fogli 103, mutilo in 
principio ed in fine, intitolato: Poesie antiche volgari, sacre e 



208 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Pe>' Oìnnia secula seculorum, 

vagha anima mia, 

Alla tua signoria 

Dirò: beati quorum. 
In eternum cantato 

Collo pio cor fervente; 

Nomen glorificabo 

De Dio omnipotente, 

Che te criò di niente, 

Posete in tanta altm'a; 

llgli è per iscriptura 

In capite metrorum. 
Eccpectans exspectavi 

D'essar tuo seruidore; 

Cursumque consummavi 

Colle virtù del core; 

Nel supremo amore 

Non posso [ora] venire: 

Deh, voglime exaudire, 

Deus deoruni! 
Respice in facies, 

Oimè, che tanto t'amo, 

Et sicut frigus glacies, 

Io sì te [sola] bramo ; 

E corno pescio all'amo 

Starò in tua balia, 

(1) 

Ut servi dominoruni. 

Adiiitor meus esto, 

dolce mio tesoro; 

Et in te memor esto, 

Per te languescho e moro; 

E poi nel primo coro 

[Starò] /)0s« Cherubin; 

Sotto li Seraphin, 

Summi celi eelorum (2). 



profane. Fu scritto in parte da un Pierlorenzo da Castello nel 1479 
(f. 65 t.). La ballata si legge a f. 97 t., e porta il titolo di Mottetto. 

(1) Qui manca certamente un verso. 

(2) Il copista ha commessi parecchi errori; cosi al v. 4 scrive 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 209 

Alla ballata faccio seguire un sonettuccio, esso pure 
amoroso, che potrebbe spettare fors'anche alla fine del se- 
colo decimoquarto. Il codice che lo contiene è stato scritto 
sui primi de] seguente (1): 

Dilexi quoniarn che io te vidi, bella. 

Quomodo dilexisti ? — Il poi vedere : 

Diligami te fin che n'avrò il podere : 

Conserva me dunque, rosa novella. 
Memor esto de l'alma tapinella: 

Nulli emulari contra il suo piacere : 

Exurgat del to core el bon uolere : 

Te decet de non essere ribella. 
Ego dixi, e si tei dico ancora: 

Paratum cor meum nelle tue mani; 

Verba mea non tenere a inganni. 
Expectans expectavi sempre ogni ora, 

Aiidite hoc omnes chi se innamora, 

Cantantes questa che ogni omo adora. 

Coi medesimi versi, i quali formano la prima quartina 



corum; al 23 fligus; al 28 aiutar estu; e in parecchi luoghi 
s'è scordato della misura. Anche i testi latini non debbono esser 
andati immuni da alterazioni; taluni, o non son tolti alle sacre 
carte, o son troppo modificati per rinvenirveli. Debbo perciò 
indicare come dubbi certi raffronti: v. 1, Jitdae, IV, 25 (?); 4, 
Salm. XXXI, 1: 5, Salm. LXXXYIII, 2; 7, SaZm. LXXXV, 12; 
12, Salm. XXXIX, 8 (?); 13, Salm. XXXIX, 1; 15, Paul., ad 
Thim., IV, 7; 20, Salm. XLIX, 1; 21, Salm. LXXXIIL 10; 23, 
Eccl., Ili, 17(?): 27, Salm. XLIX, 7; 28, Salm. XXVI, 9; 30, 
Salm. LXXIII, 2; 31, ^aZm. XVII, 10(?); 'ò'Ò^Salm. GXLVni,4(?). 
(1) È il noto cod. Ambros. N. 95 sup., f. 248 r. e t. Ho alquanto 
modificato la lezione del ms., che a v. 2 dice tu il poy ; 3, omette 
il ne; 4, adoncha roxa; 8, esse; 9, dego; 10, in toy mane; 11, 
tenire ; 13, inanamora. Faccio seguire 1" indicazione de' passi 
scritturali: 1, Salm. GXIV, 1; 2, S. GX Vili, 97; 3, S. XVII, 2; 

4, 5. I, 2; 5, S. LXXIII, 2; 1, S. LXVII, 2; S, S. LXIV, 2; 9, 

5. XL, 5; 10, 5. LVI, 8; 11, S.Y, 2; 12, 5. XXXIX, 1; 13, 
5. XXXIII, 12; 14, Ap., XV, 3 (?). 

NovATi, studi critici e letterari. 1* 



210 LA PAKOtJA SACKA NELLE LETTERATLKE MODERNE 

di questo sonetto, ha pure principio un capitolo, tratto 
qualche anno fa da certo codice trevigiano della prima 
metà del Quattrocento (1). Quale dei due autori siasi reso 
colpevole di plagio verso l'altro, io non lo saprei decidere, 
né del resto è cosa che prema gran fatto. Il capitolo non ha 
neppur esso molto interesse ; son le solite querimonie d'un 
amante che è o finge d'essere disprezzato dalla sua hella, e 
che ha il gran torto di ripeterlo troppo a lungo. 

Chiuderò questa povera rassegna delle parodie erotico- 
sacre italiane del sec. XV colla menzione di un secondo 
capitolo da me rinvenuto in un ms. della Vaticana. Anche 
questo si risolve in una Disperata, che, sebbene di notevole 
eleganza, ha però un certo toqo pedantesco, il quale lascia 
prevedere la trista sorte che a codeste parodie erotiche 
finirà per toccare un secolo dopo (2). 11 poeta si serve per 
lo piti di versetti biblici, soprattutto de' salmi, per sfogare 
le sue pene; a volte però abbandona il vecchio Testamento 
per il nuovo o per qualche inno liturgico: 

Di pelle accinto e vilmente coperto, 
Tra duri sassi, a pie d'un freddo smalto, 
Facto son vox clamantis in deserto. 



(1) Ved. V. Gian, Ballate e stramb. del sec. XV, ecc. in Giorn. 
stor. d. lett. ital., v. IV, p. 21 e 42. 11 componimento di cui si 
tratta, che è il XIV, consta di 48 versi, distribuiti in quartine, delle 
quali i due versi di mezzo rimano fra di loro; il quarto col primo 
della strofa seguente (l'eccezione, che paion fare nella stampa le 
quartine 2, 3, 4, 12, si può levare facilmente di mezzo per la 
terza e la quarta, sostituendo al v. 2 della 3 il 2 della 4, ed il 3 
della 3 al 3 della 4. 1 versi poi son costantemente formati nella 
prima metà di versetti latini, tolti quasi tutti ai Salmi. 

(2) Esse son per lo più destinate a manifestare gli strazi amo- 
rosi dei pedanti. Gfr. così quel capitolo, il quale com.: Expectans 
expectavi et expectabo, di cui si parla in Giorn. star., v. XII, 
p. 424. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATL'RE MODERNE 211 

Degna, donna, apparir; to' via l'assalto 

De l'ombre oscure, acciò possiam dir chiari: 

Visitavit nos or'iens ex alto. 
Se andasser toi pensier coi miei di pari, 

Qual più di me seria felice, o Dei, 

A solis ortu, ab aquilone et mari ? 
Tu il mio riposo et la mia pace sei ; 

Versan lacrime li occhi a dua, a dua: 

Si ascenderò in lectum strati mei. 
La man minaccia la potentia sua; 

L'andito voi udirte ognora; o quanto 

Beati sunt qui stani in domo tua! 
Tu dormi, et se de me te move il pianto. 

Volta dal letto al tuo servo fedele, 

Respice clemens solio de sancto. 
Se basso è il suon di mie tante querele; 

La voce è morta a tanto immenso pondo ; 

Perdidit promptos modulos loquele (1). 

Ma anche questa è una bugia bell'e buona ; perchè egli 
ha ancor tanto fiato in corpo da recitar altre quindici 
terzine, che io lascio inedite (2). 



(i) 11 cod. Vatic. 2951 è uno zibaldone umanistico, di flf. 300, 
di ra. del sec. XV. Il Capitulum si trova inserito a f. 278 t. da 
mano diversa e più tarda di quella a cui si devono le altre scrit- 
ture del ms. Ecco i versetti biblici utilizzati nelle terzine da me 
riferite: v. 3, S. XL, 3 ; 6, Lue, 1, 78; 9, .S. CVI, 3; 12, S. GXXXl, 
3; 15, S. LXXXIll, 5; 18, Baruch, II, 16 (?); 21, -S. XVIII, 4. 

(2) Anche agli autori di strambotti piacque cominciare a volte 
i loro componimenti con un versetto biblico, che può ritornale 
nei versi seguenti. Oltre quelli di Panfilo Sasso, già citati dal 
Gian (cfr. Bibl. di lett. pop., v, I, p. 277, 292, ed anche p. 237), 
se ne possono ricordare qui altri due, che trovo nel cod. Magliab. 
VII, 6, 1030, a f. 60 r., de' quali il primo comincia : 

Quemadmodum, desidera il fonte il zervo, 
ita dexidera il chor a te venire; 

ed il secondo : 



212 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Circoscritta adunque quasi esclusivamente nei lioiiti an- 
gusti della tramutazione erotica e della burlesca, l'una 
molto spesso noiosa , V altra troppo facile a cader nel 
triviale, la parodia sacra non poteva che languire. Il 
soffio de' tempi nuovi, l' infiacchirsi della fede scema- 
vano ogni dì piti l'attrattiva e, se vuoisi, anche l'eleva- 



Circutndederunt me tante chatene 
l'ora eh' i' vidi il glorioxo volto ecc. 

Assai più curioso per i rapporti che essa ha fuor di dubbio con 
que' poemetti spagnuoli, de' quali ho già discorso, si è un'operetta 
del Notturno napoletano, che il mio buon amico d"^ Vittorio Rossi, 
ricercatore non meno sagace che appassionato de' tesori della sua 
Marciana, mi ha colla solita gentilezza fatta conoscere. Essa è 
contenuta in un opuscolo di 4 carte, segnato a, ab, senza note 
tipografiche, ma verosimilmente stampato in Bologna da Girolamo 
de' Benedetti nel 1519 circa, in-S"; e si intitola: / diece Comari- 
dmnenti de Amore | Con alcuni sonetti amorosi | composti per 
Nottur- I no Neapoli- \ tano. I Comandamenti sono compresi in 
dieci ottave, precedute da una che serve d' introduzione, nella 
quale l'autore avverte coloro che vogliono entrare, « spogliati di 
governo », « nel mar d' amor profondo e denso », ad essere più 
scaltri, e far prò de' « diece gentil comandamenti », che Amore 
offre loro; se no, finiranno per « morir rotti in mar senza con- 
forto ». Riferirò per saggio delle rime scorrette, ma assai efficaci, 
del celebre improvvisatore la decima ottava: 

11 decimo è chel mal ti pagli bene. 
Guerra la pace e diletto il tormento : 
Il pianto riso, soauità le pene, 
11 sospirar conforto e gaudio il stento: 
Libero in servitù, sciolto in cathene. 
Il uiuer tristo et il morir contento; 
Che più che godi ognhor fra pene tante 
Più sei felice e suiscerato amante. 

Nello stesso voi. Marciano (A F. 4. 5603) si contiene anche un 
altro poemetto di sette ottave, dedicato dal Notturno alla descri- 
zione dei Sette peccati m,ortaU di Amore. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 213 

tezza di quel sentimento che anticamente l'aveva ispirata; 
ormai la rivolta dello spirito umano contro il giogo del 
soprannaturale, contro il terrore dell'invisibile, per affer- 
marsi aveva ben altre armi che il dileggio. La parodia 
correva così grave pericolo di confondersi d'ora innanzi 
con que' scipiti centoni che si componevano dagli autori 
sfaccendati coi versi pazientemente sottratti ai poeti clas- 
sici. Ma la minaccia di una fine tanto oscura si dissipò 
rapidamente collo schiudersi dell'età moderna, giacche a 
lei pure si aperse allora un vastissimo campo, che le era 
rimasto quasi inaccesso nel passato ; il campo della satira 
politica. 



V. 



Facciamo però ad intenderci. Anche nel medio evo dalle 
varie vicende, che avevano agitata la vita de' popoli, i 
poeti si erano ingegnati di trarre materia a parodie; ma 
gli esempi, che a me vien fatto di raccoglierne, sono di 
canti rivolti a celebrare, ovvero a deplorare certi avve- 
nimenti; glorificare o deprimere certi individui, mai o 
quasi mai a schernirli. Il Pange lingua, così, offriva 
nel 1248 ai Parmigiani il mezzo di esaltare la loro vit- 
toria su Federigo II (1), come nel 1312 agli inglesi quello 
di festeggiare l'assassinio di Pietro de Gaveston, e, poco 
piti tardi, lamentare quello di Tommaso di Lancastre (2). 



(1) Ved. Pertz, Mon. Germ., SS., t. XVIll, p. 792. 

(2) Wright, The politicai songs of England from the reign 
of John to that of Edward II, London, 1839, p. 259. Una parodia 
del Vexilla regis prodeuni, composta per celebrare il medesimo 
avvenimento, si legge a p. 258 di questo volume, e la riprodusse 



214 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Ma codeste tramutazioni di cantici sacri son serie; non 
rientrano nel novero delle vere parodie, che al lamento si 
compiacciono pur sempre di accoppiare un sorriso; ed 
inoltre son opera di dotti. La Francia stessa, malgrado 
la larghezza e la varietà della sua produzione poetica, 
non ci presenta parodie giocose di natura politica se non 
in tempi, nei quali è cominciata una nuova epoca della 
sua vita letteraria e civile; vale a dire la seconda metà 
del secolo decimoquinto (1). 



« 



Du MÈRiL a p. 282-84 delle Poés. pop. lat., 1847. 11 Pange 
lingua del 1322 per la morte del Conte di Lancastre è a p. 278. 
Innanzi a tutte codeste parodie politiche andrebbe per antichità. 
il cantico latino, tutto intessuto di versetti della Bibbia, il quale 
celebra Anna Musnier, la salvatrice di Enrico il Liberale, conte 
di Champagne (1175), se sull'autenticità di esso non fossero insorti 
dubbi sin qui non del tutto dissipati (vedi Biblioth. de V Ecole des 
Chart., I ser., t. 1, p. 289 e sgg.)- 

(1) Una delle più antiche parodie del Pater noster che siansi scritte 
in Francia con intendimento politico è probabilmente quella che E. 
RiTTER ha pubblicata dal cod. 179bis della Bibl. di Ginevra (Poés. 
des XIY'' et XV<^ siècles, Genève, 1880, p. 39, n. X). La perdita 
di alcuni fogli nel cod. ha portato con sé quella delle prime otto 
dieci quartine di codesto componimento (or ne rimangono di- 
ciannove) ; cosicché non riesce agevole determinare con precisione 
a quali fatti alludesse. Farmi però probabile che siano villani 
coloro che si lamentano delle lor tristi condizioni, e che negli 
oppressori, designati in un certo punto come ceux qui ont robe 
vermeille (p. 40), debbansi riconoscere delle soldatesche, fors'anche 
degli Inglesi (cfr. p. 42, 43). D' indole molto affine a codesta è 
anche La Patenostre du commun peuple sellon le temps qui 
court., che il sig. Victor de Saixt-Gèlais comunicava nel 1874 
alla Reoue des sociétés savantes (V ser., t. VII, p. 525-9), cavandola 
da un ms. proveniente dall'Abbazia savoiarda di Sist. La Patenostre 
consta di tredici strofe, di cui ecco la prima: 

Pater noster, que ferons-nous 
Entre nous povre laboureux? 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 215 

Prendendo adunque i fatti nel loro complesso, noi ve- 
dremo scaturirne spontanea la conclusione che se la pa- 
rodia sacra fu adoperata anche nel medio evo a trattar 
argomenti politici, non prese però luogo fra le forme poe- 
tiche piti specialmente a ciò consacrate. Il contrario suc- 
cede invece ne' tempi moderni ; essa viene quasi del tutto 
sottratta al dominio della poesia puramente burlesca per 
servire alla manifestazione degli affetti e de' sentimenti 
che profonde commozioni religiose e sociali sollevano nel 
seno della società cristiana. 



Nous poi'tons tous dessus nous 
Ces prestzes gentys jeunes et vieux; 
Et puys apres qui ont tot pryns, 
Nous sumes povre sufFerteux 
En ver toy qui es in coelis. 

L'editore vorrebbe ascrivere questa mediocrissima composizione 
alla seconda metà del sec. XV (fra il 1450 e il 1480); né mi pare 
ci sian difficoltà ad accordarlo. Più notevole di gran lunga delle 
precedenti è Le Pater noster des Angloys, che il Montaiglon 
ha ristampato nella sua raccolta (t. 1, p. 125). Esso deve infatti 
riferirsi all'ultimo periodo della lotta secolare che terminò col- 
l'espulsione degli inglesi dal suolo della Francia (1443-1453). Costoro, 
sgomentati, secondo fìnge l'autore, dal pericolo che li minaccia, 
chieggono soccorso a Dio per parecchie strofe; ma sulla fine il 
poeta che si è piaciuto nel dipingere le angoscie degli abborriti 
nemici, getta la maschera, e con significante incoerenza conchiude 
col dimandare invece vittoria pe' suoi: 

Amen pour fìnable conclusion, 
Priant Jesus, sa doulce mère, 
Tenir les fran(;ois en union 
Et les garder de vitupère, 
Et donner puissance, victoire 
Au roi contre tous ses ennemyz: 
Anglois, notez ce pour mémoire, 
Et vive le roy des fleurs de lys 1 



216 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Codesta nuova attitudine della parodia sacra è, a 
mio credere, il frutto della straordinaria importanza 
assunta dalla poesia satirica nel mondo moderno, e del 
bisogno ch'essa quindi risente non solo di affilare tutte 
le proprie armi, ma di procacciarsene altresì delle nuove. 
E se ciò verificossi dal piti al meno in mezzo a tutti i 
popoli d'Europa, in nessun paese forse l'effettuazione se 
n' è compiuta con tanta rapidità e con tanto slancio 
come in Italia. Qui la poesia si era sempre fatta in- 
terprete degli avvenimenti; ed a datare dalla metà del 
secolo decimoterzo tutte le catastrofi paesane, le vit- 
torie, le sconfitte dei comuni, le cadute delle repub- 
bliche, le uccisioni dei tiranni avevano dato occasione e 
vita a canti politici, ne' quali si manifestavano i giudizi 
del volgo , i suoi rammarichi o le sue compiacenze. 
Siccome però i fatti erano il più delle volte locali, inca- 
paci quindi di suscitare un vivo ed universale interesse 
in ogni parte della penisola, così anche i canti da essi 
provocati, dopo aver vissuto qualche tempo nel luogo 
dov'erano sorti, finivano col cadere nell'oblio. Ma da quel 
giorno, in cui sulle Alpi nevose scintillarono al sole gli 
elmetti e le lancie dell'esercito che seguiva Carlo Vili 
alla conquista di Napoli, le cose mutaron d'aspetto. L'an- 
siosa curiosità degli italiani si sfogò tosto, non potendo 
far di meglio, in un torrente di rime che non conobbe 
confini. Ognuno di tutto ciò che vedeva volle far sonetti, 
come, celiando, diceva di se stesso il Pistoia; e l'ambigua 
condotta del Moro, le trepidanze di Venezia, i fiorentini 
tumulti, la caduta degli Aragonesi; il generale scompiglio, 
la miseria e i delitti che accompagnano l' invasione stra- 
niera; tutto, insomma, viene narrato, esposto, lamentato, di- 
scusso dai poeti del giorno, i quali sfoderano profezie 
strampalate e trinciano sentenze o vomitano ingiurie colla 
stessa serietà ed il medesimo accanimento di cui danno 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 217 

pur troppo prova anche oggi i loro naturali eredi, i gaz- 
zettieri. Ed in mezzo alla pioggia di versi che allaga la 
penisola, ai lamenti, alle barzellette, alle canzoni, ai poemi 
che i giullari cantano in banca, che i venditori di storie 
vanno vociando per le vie, che gli stampatori diffondono 
in que' rozzi opuscoletti, divenuti la delizia e la tortura 
de' bibliomani, anche la parodia ha la sua parte, ed una 
parte ben larga. 

Kaccoglierne tutte le manifestazioni ed illustrarle com- 
piutamente varrebbe quanto ritessere la storia degli ultimi 
decenni del secolo decimoquinto e di un buon tratto del 
decimosesto; poiché gli avvenimenti, de' quali la penisola 
è divenuta il sanguinoso teatro, non solo forniscono il 
tema ai poeti nazionali, ma lo danno altresì agli stra- 
nieri, che qui scendono a combattere ed a morire. Io 
starò quindi contento a ricordare di volo i più notevoli 
modelli del genere, che mi verranno man mano sotto gli 
occhi, sbrigandomi con poche parole de' più conosciuti o 
de' meno importanti. 

Ed ecco prima presentarcisi una poesia, la quale di- 
pinge al vivo lo strazio del bel paese, che dopo un pe- 
riodo troppo breve di pace tornava a risentire gli insulti 
de' barbari predoni. È questo il Pater Noster de' Lom- 
bardi, che, sebbene conservato in due redazioni spettanti 
ai primi decenni del Cinquecento, pure per il suo con- 
tenuto vuole essere ricondotto agli ultimi anni del secolo 
antecedente, quando le mal vietate Alpi davano libero il 
passo ai Francesi (1). Di essi soltanto si lagnano infatti 
i poveri villani: 



(1) Gfr. B « Pater noster » dei Lombardi (in Giorn. di filol. 
rom., V. II, n. V, luglio 1873, p. 121-47) per ciò che spetta alla 
data del componimento e ad altre particolarità. 



218 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Audi il supplitio de nuy poveri Lumbardi 
Chi da Guasconi Francesi et Pichardi 
Crudelmente sciamo straciati: 
Deh, non guardare a nostri gran pecati, 

Qui es in coelis. 
Quando lor veneno in le terre nostre 
Tanto pietosi et honesti se fano, 
Che pareno con soi oficioli in mano 

Santificetur. 
Poy che in casa sono arrivati 
Pareno orsi et leoni doscadenati: 
Biastemano corno cani renegati 

Nomen tuiim. 
Poy subito comentiano a cridare: 
« Baliate le claves del granare, 
Kt quella de [la] casa et del solare 

Adveniat. » 
Fan(o) poy de nostri ben tal masan'a 
Questa crudel et perfida genia, 
Che in un giorno se consumarla 

Regnum tuuni (1). 

La poesia è, come si vede, schiettamente plebea ; lo è 
per la forma, giacche son rozzi e zoppicanti i versi, man- 
chevoli le rime ; lo è per il contenuto, perchè umili sono 
le sventure deplorate, al pari di coloro che le deplorano ; 
non si tratta di provincie perdute, di scettri spezzati, ma 
di messi calpestate e rapite, di incendiati tuguri. Tanto 
più vero il quadro che ci sta davanti ; esso ha tutta la sin- 
cerità, e quindi anche il valore, di un documento contem- 
poraneo (2). 



(1) Ibid., p. 143. 

(2) Forse ancor piìi rude di questo è un altro contemporaneo 
Pater noster del contadino^ di cui esiste una rarissima stampa 
nella Marciana. La sua brevità mi induce a riferirlo per intero 
nelFApp. Il, n. 3. 



I 



I 



LA PAIIODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 219 

Ma quel Signore cui i Francesi attribuivano il lor pas- 
saggio « in queste bande », e che i villani di Lombardia 
supplicavano con sì toccante fervore a venire in loro soc- 
corso, ai primi stranieri ne faceva seguire ben presto altri e 
peggiori; dopo aver guidate le truppe di Carlo Vili apriva 
il varco agli eserciti di Carlo Y. Ed allora il Pater noster 
tornava di nuovo sulle bocche degli oppressi; e la stampa 
se ne impadroniva e lo diffondeva più largamente, come 
« cosa ridiculosa et bellissima » (1); tanto vivo ancora 
durava nelle classi colte quell'odio irragionevole, che il 
medioevo aveva risvegliato e nutrito contro il « mal 
villano »! 

Ma anche gli invasori uniti nell'opprimere i deboli si 
straziavano a vicenda, ne colle armi soltanto, ma con detti 
e canti ingiuriosi. E certo per que' suoi compatriotti 
che sui campi lombardi ed in quelli napoletani si eran 
trovati faccia a faccia coi Francesi, il poeta aragonese 
D. Fedro Manuel Ximenez de Urrea componeva codest'^?;e 
Maria (2): 



(1) Lo Alphabeto \ delli Villani | con il pater noster e il la- 
men \ to che loro fanno, cosa \ ridiculosa et bellissima. Segue 
una silografia. Opuscolo di 8 pagine senza indicazione d'anno; in 
fine : /n Venetia per Mathio Pagan in \ Frezar'ia al segno del \ la 
Fede (Misceli. Marc, n. 2213, 4). Un'altra stampa, uscita dai me- 
desimi torchi, porta il millesimo MDLVllI; ed a questo tempo 
air incirca si può ricondurre anche l'edizione del P. N., che non 
è certo l'originale. 

(2) Cancionero de D. Fedro Manuel Ximenez de Urrea pubi, 
por la Ex. Deputacion de Zaragoza, temendo d la vista la ùnica 
y hoy rar'isima edicion que se hizo en Logroho en 1513, Zara- 
goza, 1878, p. 44 (Bibl. de Escrit. Arag., Seccion Liter., t. II). 
Non si sa che V Urrea, il quak pare nascesse nel 1486 e morisse 
fra il 1528 ed il 1530, scendesse mai in Italia; ma la sua ini- 



220 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Bien quiero dezillo, mas no basto solo, 
Para contar el grande bever 
De los franceses, que la bota dizen ser 

Gratta piena. 
Dò quiera que van, si por suerte hallan 
Alguna muger, no curaa servir, 
Mas dende aora le podemos dezir 

Domintis tecum. 
Quando la taga tonian en la mano 
Ni dizen Jesus ni Santa Maria, 
Pero dizen todos sin tener porfia, 

Benedicta tu. 
Assi que mi rad, si son grandes vicios 
Los que éstos tienen, que dò quier que van, 
Cada cual d'illos y juntos, dan 

In mulierihus. 
Van a las vinas comò a Iglésia, 
Miran las cepas de noche y de dia, 
Y dizen todos con grande alegria 

Benedictus fructus. 
Assi que, muger, si soys algo hermosa, 
Tomad mi consejo, que es de tomar; 
Que OS escondays bien si quereis guardar 

Yentris tui. 
Estando algunos en passo de muerte, 
Ni saben, ni piensan en el bien morir, 
Ni entònges se acuerdan aun de dezir 

Jesus, Sancta Maria. 
Quando en verano algun nublo viene. 
Por guardar la uvas de gran perdicion, 
Sospiran y dizen con gran devocion 

Ora 2ìro nobis (i). 



micizia per i Francesi si manifesta anche in un Yillancico, desti- 
nato a celebrare una loro sconfitta (p. 481): 

Con gran vitoria quedamos; 

Muy gran mengua an recebido 

Los Franceses que an huydo. 

(1) Per temperare l'asprezza delle sue invettive l'Urrea aggiunge 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 221 

Toccava davvero agli Spagnuoli di insegnare ai Francesi 
la temperanza e la modestia! Villani e cittadini ne pote- 
vano raccontar di belle sul conto degli uni come degli altri 1 
Talché se aprivano ancora il cuore alla speranza di giorni 
più sereni, questo accadeva soltanto quando riappariva loro 
possibile il ritorno de' vecchi signori. E così a Lodovico 
Sforza, che si diceva raccogliesse in Germania un esercita 
per scendere con esso nel ducato e riconquistarlo, i suoi 
sudditi rivolgevano, parodiando il Te Deiini, un caldo e 
premuroso invito: 

Te Maurum laudamus cum voce e canti; 

te dominum fatemur; non più Galli; 

te eternum patrem, te vogliamo avanti : 
Tibi omnes populi fan balli, 

tibi rustici fan leticia e festa ; 

Omnes clamant: al gal, scazialo e dalli! (1) 



una terzina di chiusa, in cui protesta che, ad onta di tutto, 
chiede sempre a Dio, muy juntas las palrnas, di beneficare i 
Francesi in questa e nell' altra vita. Lodevole esempio di carità 
cristiana 1 Dall'altra parte però i Francesi non si lasciavano canzo- 
nare impunemente e rispondevano ai Pater noster burleschi colle 
Ave Maria satiriche. Si vegga presso A. de Montaiglon, op. cit., 
t. IX, p. 191, L'Ave Maria des Espaignolz, composta, a giudizio 
del Brunet (Man., t. IV, p. I, e. 431), fra il 1520 ed il 1525. Gli 
Spagnuoli non chieggon di meglio che poter ritornare in patria, 
ce povre lieu; anzi giurano che, quando vi saranno riusciti, 

Nostre roy aura beau corner; 

essi non si proveranno più ad affrontare Francesco I ed i suoi 
soldati. 

Del P. N. des Flamans, Henniiyers et Brebansos, come pure 
del P. N. qui est in ccelis des Genevoys en balade, io non 
conosco se non quanto scrive il Bruxet, op. cit., t. Ili, p. I, 
e. 889, e t. IV, p. I, e. 431 : ambedue però non possono esser po- 
steriori alle prime decadi del sec. XVI. 

(1) Ved. M. Sanudo, Diari, Venezia, 1880, v. Ili, e. 136 e sgg. 



222 LA PARODIA SACRA KELLE LETTERATURE MODERNE 

Ma le speranze collocate nel Moro tutti sanno come an- 
dassero a finire : preso a Novara, egli era mandato a Loches 
a piangervi i suoi errori; e la tortura durò diec'anni,il che 
fu per lui, come ben diceva il Montaigne, le pis du marcile. 

E nell'esilio lo seguiva pochi mesi dopo Federigo d'A- 
ragona, il quale è fama componesse, abbandonando le 
sponde incantate del suo reame, una lamentevole canzone 
maledicente a coloro che s'erano divise le sue spoglie. 
Gonzal Fernando d'Oviedo, che la udiva ancora cantare 
trentaquattr'anni dopo la fuga dell'autore, era persuaso 
che sarebbe durata a lungo nella memoria del popolo ; 
ma il suo vaticinio fallì, e se egli non ce n'avesse con- 
servata la prima strofa noi non sapremmo neppure che 
il principe detronizzato l'aveva messa insieme intercalando 
ai versi propri de' frammenti scritturali (1). 

Troppo rapidamente infatti gli avvenimenti succedevansi 
nella penisola, perchè se ne mantenesse molto a lungo il 
ricordo; ad ogni istante nuove sciagure sopraggiungendo 



I 



(1) Natur. e gener. historia delle Indie ai tempi nostri ritro- 
vate, L. V, cap. I, Venezia, 1606, voi. Ili della Raccolta del Ra- 
MUSio, p. 93. Ecco il principio della canzone, quale si legge in 

questo libro: 

Alla mia gran pena e forte, 

Dolorosa, afflitta e rea; 

Diviserunt vesteni meam 

Et super eam miserunt sortem [Salm. XXII, 18 1. 

Della popolarità da essa goduta parmi poi non lieve indizio il 
ritrovarne il primo verso inserito in un Romance de disparates 
di Diego de la Llan.ì {Romane, gener., t. Il, App. IV, p. 646, 
n. 1887): 

Y un cuervo vendiendo pan 
Hecho regaton de corte; 

Y d la mia gran pena forte 
■lugando muy bien de esgrima... 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 223 

parean cancellare la memoria delle antiche. Bentosto la 
procella che aveva infuriato contro la casa Sforzesca si 
rivolge ai danni di Venezia, e la lega formidabile de' più 
possenti principi d' Europa sembra dover annientare per 
sempre la potenza di S. Marco. Ma appunto in questo 
terribile frangente, mentre tristi voci di malaugurio e 
sinistri presagì per la regina dell'Adriatico corrono tutta 
la penisola (1), un veneziano solleva a Dio questa pre- 
ghiera, in cui si rivela insieme al più vivo affetto per 
la patria, una inconcussa fiducia nei suoi gloriosi destini: 

El gran dolor del popul venetiano 
presento inanti a te con tristi pianti; 
exaudi anchor: da lui non star lontano, 

Pater noster. 
Del qual in gian dolor li tristi canti 
rivolti son se non è il tuo favore: 
deh fa che se ralegran tutti quanti, 

Qui es in celis. 



(1) Riguarda certamente i fatti di que' giorni il seguente sonetto 
bilingue che nel 1509 D. Bordigallo ricopiava insieme ad altre 
profezie in calce ad una sua operetta, di cui ho altrove discorso 
(ved. Ardi. Yen., t. XIX, P. I: 

Lamentatio Hyeremie prophete 
Su un novo popul de Israel, 
Attrito et molto exoso a Dio ribel: 
Nunc ergo., filii Judceoruni, fiele. 
Et vos, oppressi populi, gaudete. 
Ma habiati a giubilar [sale] in cervel; 
Che stati fra l' incudine e '1 martel ; 
Quapropter, susurrones, perca vete. 
Ecce consurgit robur Aqxilonis, 

L'ocaso e l'austro cun un cor iocondo. 
Cantra superbiam novce Babillonis. 
Gonvien, Venetia mia, che vadi al fondo, 
Quia tu causa es confus'ionis. 
Non sol de Europa, ma de tuto el mondo. 



224 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Non li mandar adesso il tuo furore 
et la tua ira anchor da quel rimuda, 
et fa che lo tuo nome in grando honore 

Santificetur. 
Et non voler che questa gente cruda 
regni sopra di lui, si nobil stato, 
la qual biastema più che non fé' Giuda 

Nomen tuurn. 
Tutta 1" Italia bella ha desipato 
questa gente crudel, acerba e dura: 
fa che '1 tuo sochorso, o dio increato, 

Adveniat. 
Questi malvagi han posto la sua cura 
volerlo consumar: se questo fosse 
consumpto poi saria cho gran paura 

Regnum timm. 
Farem che usar non potran le sue posse, 
ma mutaremo il suo voler perverso; 
cusì prego il factor che mi riscos[s]e. 

Fiat. 
Et poi che lo suo re sarà sumerso 
et lo suo popul posto in abandono, 
sarà [sjpiegado alhor con parlar terso 

Voluntas tua. 

Ma quella a lui non li darà perdono, 
mentre che quel con tradimenti han tolto- 
non daran, et in terra haran tal dono 

Sicut in cello. 
Non è nisun del suo peccato s[c]iolto, 
se quel che è mal robato non se rende, 
comò nel ciel il suo camin è tolto 

et in terra. 

Ma post porano, spiero, sue facende, 
percoteransi il pecto in gran dolore 
quei che manzar credean ne' nostre tende,. 

panem nostrum. 

Dispartiransi poi con gran rumore, 
non aspetando alcun il suo fratello, 
Et più che Ihor haran un tal ranchore 

quotidianum; 



I 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 225 

Che per dispeto con il suo coltello 
se occideran et quei che rimarano 
non cercaran de dir: Il tuo piatello 

Da nobis [h]odie. 
Et sarà, spiero, in manco de un mezo ano 
tanta destrucion che alcun di loro 
in zenochion con voce umil dirano: 

Dimite nobis. 
Non è si bel veder de anzoli un choro, 
qual sarà quello de' presoni presi; 
farangli poi pagar nel nostro foro 

Debita nostra. 
Non si credean star più de doi mesi, 
disfar Venetia et cun le nostre moglie 
dormir, ancor ne' lecti star destesi 

Sicut et nos. 
Ma questo alhor gli sarà grave doglie 
et non havran di questo tal letitia, 
mai fin (che; non placheremo nostre voglie ; 

Dimitimus. 
Suportato che haran cotal tristitia, 
la qual a nui sarà un gaudio intenso, 
laserem tuti i dani per (tal) letitia 

Debitorihus nostris . 
Però (?) nui ti pregiomo, o verbo immenso, 
osanna et inefabile maistade, 
scampo el to stato fidel di dar censo, 

et ne nos inducas in tentationem. 
Libera anco, signor, per tua pietade 
il popul venetian d'ogni mina, 
et non voler che '1 muta le sue strade, 

Sed libera nos a malo : 
Et fa che ogni altro regno a lui se inchlina 
de barbari, de turchi, ancor christiani, 
et quei ancor che cerchan di dar dani 
Sconfondili per tua virtù divina. Am,en (1). 



(1) Cod. Marc. It. CI. XI. 66, f. 120 r-t. Sul r. sono trascritte 
le prime otto terzine ; sul t. si ripiglia da capo. Le differenze di 

NovATi, Studi critici e letterari. 15 



226 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

La lotta fra Francesco I e Carlo V occupa poscia tutte 
le menti, ed essa si risolve con una catastrofe che getta 
nella costernazione il mondo cristiano; l'assedio ed il sacco 
di Koma. In mezzo alle cento voci che sorgono allora a 
maledire i nuovi barbari, prestiamo l'orecchio ad una, la 
quale ci recita il « Credo che ha fatto li Romani » per 
imprecare alle infamie degli Imperiali ed invocare il soc- 
corso del re di Francia: 

Credo, se cieder se po' in la speranza 
che tutti i latri andaranno in fumo 
et non bisogna più che habian speranza 
In Deum. 
Gionto è il ponto che convien sconbrare 
e pagar l'hosto del mangiato pasto, 
che se vantavan di voler pigliare 

Patrem omnipotentem. 



qual vergogna è a voi, perfidi ladri, 
chiamarvi servi de lo Imperadore; 
qual crede al spirto sancto e sancii padri: 
Et in Jesum Christum. 
Non vi bastava haver assassinato 
el divo pietro con la chiesa santa 
et anche il papa haver sì vergognato, 
filhnn ejus ? 
O tu signor[e] del fiorito giglio, 
de questi cani fa aspra vendetta; 
segue del padre l'amoroso figlio 

qui conceptus est. 



Il 



lezione sono minime; soltanto la terzina settima nella lezione in- 
terrotta diceva: 

Non far che usar possan tutte sue posse 
Mutando il suo uoler nuj mutaremo 
Il suo ualor nuj mutarem (sic). Fiat 

Gora, del d'' V. Rossi. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 227 



Quanti me3chin(i) sono [stati] straciati 
da questi can, batudi e messi in fuga, 
che meglio assai sarian[o] sta' trattati 
sub Ponilo Pilato. 
Chi strazati da corda, chi privati 
de membri genitali, e chi cechati, 
chi morti, chi squartati, chi frustati, 
crucifixus. 
tu [che] sopra questi il sceptro hai 
chiamali a te et la iustitia fa(ra)i; 
se non te annuntio che in breve sarai 

mortuHS et sepultus (1). 



Ma mentre qui si piega a piangere e maledire col vinto, 
dall'altra parte la parodia minaccia e sogghigna col vin- 
citore. Nella Sopla hecha por un soldado sopra el saco 
de Boma (2), noi udiamo parlare uno spagnuolo, uno dei 
mille carnefici della misera città, il quale più che mai 
bramoso di sangue, d'oro e di libidini, sogna già di poter 
rinnovare a danno di Firenze le atrocità perpetrate fra i 
sette colli: 



(1) Presa di Roma el lamento e le gran crudeltate fatte dentro 
con el credo che ha fatto li Romani con un sonetto et un suc- 
cesso di Pasquino e Marforio, Venezia, Guadagnino, s. a. Gfr. 
Brunet, op. cit., t. IV, e. 863. 

Posteriore d'alquanti anni e assai poco notevole per il contenuto, 
sebbene di forma molto elegante, è II Priegho \ d'Italia detto \ il 
Pater Noster \ fatto al sommo Iddio | Nel quale il priegha voglia, 
liberarla, dalle lon \ ghe guerre miserie et affanni, dei quali 
per I longo tempo è stata afflitta, del quale, togliendoli da una 
rara stampa s, a. né t. ho riferiti parecchi brani nel cit. Giorn. 
di filol. rom.. p. 131 e sg. 

(2) Il sacco di Roma. Versi spagnuoli pubblicati da E. Teza 
in Arch. d. R. Società rom. di storia patria., v. X, 1887, p. 203-40. 



228 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Cùmplase la profecia 

que dice, en breve sentencia, 

santo saco de Florencia, 

consolad el alma mia: 

y pues nuestra infanteria 

ya comienga a hacer despojo, 

dejad ya vuestra porfia, 

y echad la barba en remojo, 

Pater noster. 
Padre nuestro, en cuanto papa 

sois Clemente sin que os quadre; 

mas reniego de tal padre 

que quita al hijo la capa. 

Si el rey de Francia se escapa, 

vos haceis trato con él. 

gran ceguedad os estapa, 

siendo vicario de aquel 

qì'i es in coelis. 
Con vuestras descomuniones 

traeis el mundo engaiìado, 

aunque en tal pontificado 

hay diversas opiniones: 

simonìa entre electores, 

entre las flores un cardo 

por diversas exenciones. 

Imposible es que bastardo 

sanctificetur. 

E COSÌ quasi tutto il componimento si risolve in una san- 
guinosa invettiva contro Clemente VII. Il poeta lo accusa 
di aver messo sossopra l'Italia per cieco nepotismo (1); 
di accrescere fautori a Lutero, e conclude augurandosi 
che il Concilio, seppur si radunerà, come ne corre voce, 
in Germania, dichiari decaduto dal soglio l'indegno pon- 
tefice: 



! 



(1) ; emperador piadoso Mira aqiieste florentin Quiso tornar 
muy furioso Para dar d su Juanin Regnum tuum ! Str. VI. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 229 

Quando el concilio por grados 
vera tantos maleficios, 
el vender beneficios, 
el abuso de pecados, 
los malos por él causados, 
los tributos que él ha puesto 
(dando el voto à los privados) 
diran todos: ; sea depuestol 

sed libera nos a malo (1). 



VI. 



Le grida contro la corruzione e la venalità della Curia 
Komana si alzavano infatti ormai da ogni parte con tanta 
violenza, e le ripetevano con sì significante unanimità 
amici e nemici, die i pontefici stessi, dopo secoli di non- 
curanza, ne erano scossi e cominciavano a temere che nella 
furia della procella la sconquassata barchetta di Pietro 
finisse per dar nelle secche. Col sorgere di Lutero la guerra 
contro gli abusi ecclesiastici si iniziava formidabile ; egli 
ed i suoi seguaci apparivano avversari tanto più pericolosi 
in quanto che per combattere si giovavano di tutte le armi: 
le spade tagliavano i nodi intricati delle disquisizioni 
teologiche, e le dissertazioni sottili e dotte sui dogmi di- 
scussi trovavano inattesi ausiliari nei libelli satirici e nelle 
pasquinate mordaci. Anzi le invettive burlesche, le satire 
le caricature, sparse a piene mani fra le plebi della Ger- 
mania, quelle silografie grossolane in cui il pontefice era 
raffigurato sotto le spoglie di Satana o dell'Anticristo, 
recavan forse maggior danno alla Chiesa cattolica che non 



(1) Str. XXIII. 



230 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

le più acute ed erudite disputazioni dottrinali (1). Apprez- 
zando la potenza dell' arma che stringevano in pugno, i 
riformatori si sforzarono di cavarne il maggior partito 
possibile, e rinvenute per caso talune di quelle medievali 
facezie che esecravano la lascivia de' prelati, l'ingorda sete 
d'oro della curia papale, lieti della preziosa scoperta, si 
affrettarono a trarne partito. Così adunque gli epigrammi 
mordaci, ai quali il tempo aveva ottusa la punta, i ritmi sa- 
tirici, le parodie e le sequenze burlesche, scossa la polvere 
ormai secolare, ripresero, opportunamente ritoccate, la loro 
corsa sbrigliata attraverso l'Europa. Ma il loro vecchio pa- 
trono. Golìa, era troppo dimenticato perchè si potesse pensare 
a farlo rivivere ; esse furono quindi affidate alla tutela di 
un nuovo, e non meno fiero avversario di Eoma papale, 
a Pasquino. 

Ricco di quest'inaspettata eredità e vivendo in mezzo 
ai preti, Pasquino credette d'allora in poi suo dovere di 
ricercare egli pure ne' libri sacri, ad imitazione de'vecchi 
ribelli che gli avevan dati per collaboratori , que' testi 
che potevano fargli comodo per satireggiar uomini e tempi. 
E i frutti di questa sua nuova occupazione si videro ben 
presto, poiché in quella raccolta di pasquinate, che nel 
1540 stampò a Basilea Celio Secondo Curione, insieme 
diìVEvangelium PasquiUi olim Romani iam peregrini^ 
il quale non è altro che la famosa sequenza medievale 
secundum marcam argenti (2); ce ne appaiono sotto i nomi 



(1) Ved. Wright, Hist. de la car., eh. XV, p. 229 e sgg. 

(2) Pasquilloriim Tomi duo... Eleutheropoli, MDXLIIII, t. II, 
p. 302-305. La redazione, qui data in luce, è quasi intieramente 
conforme a quella del sec. XV che ci offre il cod. Marc. II. XI, 
120, a f. 49 r. L'esemplare Riccardiano della raccolta del Curione, 
del quale io mi valgo, porta di fianco alla prefazione una noticina 
ms., che la dice opera del celebre Fichard {Jean. Fichardo Fr. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 231 

di Pasquino e di Marforìo altri due che concernono av- 
vedimenti contemporanei o quasi ; la morte di papa Cle- 
mente ed il viaggio di Carlo V a Koma. 

La prima sequenza, secundum Marphorium, è una imita- 
zione del cap. XXIV del Vangelo di S. Luca, in cui de- 
scrivesi l' incontro di Gesti coi due discepoli che si recano 
in Emaus; ma Luca e Cleofa hanno cedutoli posto a S.Pietro 
ed alla Curia; Cristo, al morto Clemente. Scorgendo la tri- 
stezza che siede sul volto de 'viaggiatori, Clemente chiede per 
chi vadan così dolenti, e Pietro risponde : De Clemente 7^ et 
vir iustus iniuria populi mortuus est; nos autem timide ru- 
mores fugimus, quia ei successisse Paulum IH audivimus, 
qui itane custodiam removit, domiimque orationis caprarum 
cellulam fecit; Jiuius proventus suis nepotihus contulit, 
ob quae popidus stupet; quare Clementem summop>ere 
cupimus et expectamus resurgere. Ille autem respondens, 
dixit: stuìti et tardi cordis ad credendum, nonne 
oportuit Clementem mori, et alium surgere, qui in vos 
peius tyramnisaret? » E su questo tono continua il dia- 
logo ; più meno fedele al testo evangelico, a norma delle 
esigenze della parodia, ma sempre pungente ed arguto; 
quasi lama a doppio taglio, mentre ferisce il nuovo papa, 
non risparmia il defunto (1). 

Il secondo Evangelium secundum Pasquillum cade sul 
cap. XII del Vangelo di S. Giovanni, e intende a deridere 
Carlo Quinto. A lui Roma, come già la Maddalena a 
Cristo nel convito di Betania, effonde sui piedi un pre- 
zioso unguento. Udendo un francese che ne mormora e 
chiede: Quare hoc unguentum non venit ad nos decem 



oMctore), e sarebbe ben difficile negarle fede, giacché il volume 
esce appunto dalla di lui biblioteca! Sul frontispizio infatti si 
legge: Ex Bibliotìieca Joannis Fichardi JC. 
(1). Op. cit., p. 308. 



282 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

milibus et non datur Francisco?-, Carlo risponde: Siìie 
illam; in die enim victoriae meae hoc unguentum servavit. 
Vos enim Galli semper Honia nutrii; me vero non semper. 
Verità crudele ammantata di crudele ironia! Al banchetto 
tien dietro l'entrata dell'imperatore nella città eterna ; la 
sua preghiera di essere liberato dalle molestie francesi : 
transeat a me càlix Galli; e l'affermazione che se vin- 
cesse trarrebbe a se tutti e tutto: et ergo si excdtatus 
filerò in Victoria, omnes traham ad me ipsum; profezia 
veridica se mai ve ne fu! (1). 

Insieme a codeste, argutissime, vi sono nei Pasquillorum 
tomi altre parodie satiriche in latino, dirette più singo- 
larmente al pubblico dotto (2), a quel pubblico per il quale 



(1) Op. cit., p. 305. 

(2) Tali sarebbero la faceta Confessio R. P. Nicolai Pasquillo 
facta, destinata a trafiggere la baldanzosa ignoranza fratesca (t. II, 
p. 279), alla quale si può avvicinare il non men piacevole centone 
delle Epistole di S. Paolo, che io pubblico in App. II, n. 4. Grazioso 
è puranche VAliud Evangeliiim secundum Pasfjnillum, che è a 
p. 307, ossia il Liber generationis AnticJiristi filii Diaboli, parodia 
del I Gap. di S.Matteo che venne poi imitato in Francia (cfr. Lenient, 
La satire en France, ou la littér. milii. au XV^ siede, Paris, 1866, 
p. 207). Né son da tacere le violente satire all'indirizzo di Paolo III, 
delle quali, se quella che si intitola Psalmus Miserere mei, se- 
cundum A mb rositi m, Pasqtiillo paraphraste (t. II, p. 425) è senza 
dubbio la più lunga e la pip irruente, l'altra, che si riduce invece 
ad una semplice giaculatoria (Oremus prò papa Paulo quia- 
zelus domti.s stme comedit ilhnn; S. LXIX, 9), non trova per 
finezza di ironia ninna che l'uguagli. 

Gome si sa, i cattolici rendeano agli eretici pan per focaccia, e 
se costoro affermavano che il papa e l'anticristo eran tutt' uno, 
quelli non mancavano di prodigare al monaco ribelle i graziosi 
epiteti di « gran pazzo luterano », « cornamusa del diavolo », e 
via dicendo. Ma fra le idee più bizzarre che abbiano avuto gli 
avversari della Riforma va certo annoverata quella dell'Anonimo, 
che .si prese 1" impegno di convertire il Te deum in un'invettiva 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 233 

Mattia Flacio Illirico metteva insieme la sua voluminosa 
raccolta poetica De corrupto Ecclesiae siatu, e Fulvia Mo- 
rato volgeva in latino le boccaccesche novelle di Ser Ciap- 
pelletto e di Abramo giudeo. Ma contemporaneamente molte 
altre in Germania ne venivano alla luce; e queste, destinate 
al popolo, gli parlavano il suo linguaggio, e meglio lo in- 
fiammavano nell'odio contro Roma. Sono di tale natura 
quelle satire riunite in un volume da Oskar Schade, le 
quali scagliano le più svariate ingiurie contro il papa ed 
il cattolicismo, camuffandosi delle spoglie del Pater noster, 
AèWAve, del Credo, del Benedicite (1). E come in Ale- 
magna i Luterani, così gli Ugonotti in Francia; i quali 
a dileggiare gli avversari si servivano non solo di orazioni 
parodiate, ma cantavano eziandio canzoni satiriche in di- 
sdoro del papa, de' preti, de' monaci sull'aria dei piti noti 
fra gli inni sacri, quali il Laetahundiis, il Verbum bonum, 
il Dies irae (2). Molto ci sarebbe a dire sopra questa 



contro fra Martino. La sua Traductio Cantici Augustini et Am- 
brosii cantra M. L. fidei Christiane persequiitorem si trova tra- 
scritta in un fascicoletto di sedici carte inserito fra la e. 117 e 
la 118 del più volte ricordato cod. Marc. It., XI, 66; ma non mi 
sembra degna di vedere la luce. 

(1) Satiren und Pasquille aus der Reformationszeit, Hannover, 
1856, V. II, p. 270-71. I componimenti qui riferiti, dei quali taluni 
in prosa, altri in versi, son tratti da un libello del tempo (1559), 
Der Papisten Handbùchlein. Sopra una Litancia Germanorum 
veggasi D. F. Strauss, Hulrich von Hutten, v. Il, p. 183. 

(2) Veggasi quanto ne scrive F. Wolf, Uber die Lais ecc., 
p. 209, il quale anzi (in App. Vlb, p. 441) dal volume, edito nel 
1542, Chansons demonstrnntes les erreurs et abuz du temps 
present ecc., ristampa la Prophetie des abus des prestres, moines 
et rasez, sur le Chant de Letabundus. Gfr. Leroux de Lincy, 
Ree. de chants histor. frang., voi. II, p. 130, n. XLI; Lenient, 
op. cit., p. 210 e sgg.. e H. L. Bordier, Chansonnier huguenot 
du XVI^ siede, Paris, 1871. E gli avversari alla lor volta repli- 



234 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

fioritura di poesia acattolica, che a combattere la Chiesa 
romana si giovava de' suoi canti e delle sue preghiere; 
ma essa mi è poco nota, e se anche la conoscessi maggior- 
mente non potrei insisterci più oltre, giacche lunga è 
la via che ancor mi rimane a percorrere (1). 



cavano con poemetti, come Le Benedictus à la confusion et à la 
ruyne des Hugitenotz, lunghissima parodia de' v. 67-69 del e. I 
dell' Ev. di S. Luca, che si legge in Montaiglon, op. cit., t. IX, 
p. 257-75. 

(1) Non mi allontanerò dal sec. XVI senza aver fatto ricordo di al- 
cune altre parodie, vuoi politiche, vuoi giocose, che sono giunte a 
mia notizia. Appartengono alla prima classe una Passio christianis- 
simi Electoris Saxonice Joannis Friderici secundv.m Pasquillum, 
relativa ad avvenimenti del 1547, che sta nel cod. 10752 della 
R. Bibl. di Monaco (cfr. Cat., t. Il, p. I, p. 162); più due parodie 
di un medesimo Salmo, il CXllI, la prima delle quali in onore 
del Landgravio d'Assia diede in luce il Mone (Anzeiger fur 
Kunde der Deutsch. Vorzeit, 1837, e. 319); l'altra, che stampai 
io stesso, ma parzialmente da due codd. fiorentini {Giorn. di filol. 
rom., 1. e, p. 134), allusiva all'occupazione di Marsiglia fatta a tra- 
dimento dagli Spagnuoli fl595). Di una parodia del Te Deum in 
onore della spedizione contro gli eretici di Maria d' Inghilterra 
esiste copia nella bibl. Gottoniana (Julius, E. IV, 3). Né passerò 
sotto silenzio qui, sebbene si tratti di una libera imitazione dello 
stile liturgico, la bellissima Prosa cleri parisiensis ad ducem de 
Mena posi caedem Henrici III (Montaiglon, op. cit., t. II, 
p. 296). 

Fra le parodie che offre la poesia francese del tempo non sono 
poi da dimenticare né il prolisso « Venite » des prisonniers du 
Chastelet de Paris del 1-531 (Montaiglon, o. c, t. IX, p. 254 
e sgg.; la vera parodia deW Invitatorio si svolge a p. 261); né il 
« Da pacem » du laboureur faict Van MV'^XLV (ibid., p. 276); 
né infine Le « Nunc dimittis » des Anglois (Leroux de Lincy, 
0. e, t. II, n. XLIl, p. 132). Del Confiteor des Angloys, che 
vendeva il libraio ambulante di una graziosa Farce joyeuse del 
Cinquecento (Leroux de Lincy et F. Michel, Ree. cit., t. II, n. 17, 
p. 4-5), non ho altra contezza. Sul Credo des catholiques, la 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 235 



VII. 



Il popolo tedesco continuò nel secolo decimosettimo a 
servirsi dei canti liturgici per difendere le proprie cre- 
denze e vituperare le altrui con quello stesso ardore di 
cui aveva dato prova nell' antecedente. In mezzo alla 
congerie delle canzoni satiriche e soldatesche, alle quali 
la guerra formidabile de' trent' anni diede vita, abbon- 
dano in conseguenza le parodie sacre; ma esse ben di 
raro riescono giocose. Ispirate come sono dall'odio o dal 
dolore esse mirano a richiamare sul labbro di chi le 



Salutation angélique e Le Pater noster des jèstiiles, offerì à 
Philippe III, roi d' Espagne, ved. Lenient, o. c, p. 501 e sg. 

Di componimenti semplicemente burleschi, per non parlare' del- 
l' insipido Be profundis des amoureux e del Pater ed Ave Maria 
de' ghiotti (MoNTAiGLON, 0. e, t. IV, p. 206 e IX, p. 202-204), citerò 
la vivace Creance des verouleux, che H. Harrisse ha testé ri- 
stampata negli Excerpta Colombiniana (Paris, Welter, 1887, p. 81, 
n. 49) di su un esemplare più antico di quello del quale s'era giovato 
il MoNTAiGLOx (o. c. t. I, p. 68). Gioverà però avvertire che l'ac- 
cusa data dal dotto bibliofilo americano all'autore della Silva 
nuptialis di aver affermato falsamente che della Creance si era 
fatta una stampa a Roma, è del tutto gratuita. II Nevizano, nel 
luogo citato dall'H., parla non d'un solo, ma di due opuscoli rela- 
tivi al mal francese; ed il primo, che dice impressum Romae, è, 
molto probabilmente, il celebre Lamento dello Strascino (cfr. 
Giorn. stor. d. lett. ital., v. V, p. 420). Una notizia più sicura 
potevasi invece desumere dalle parole del Nevizano, che costui, 
cioè, conosceva una terza stampa della Creance, diversa da quelle 
a noi note, nella quale alla burlesca trasformazione del Pater ne 
andava unita una, ora ignota, dell'Ave Maria. 



236 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

ascolta non già un allegro sorriso, ma un iroso sogghigno. 
E le più traggono materia dall' Orazione domenicale, la 
quale nelle mani de' suoi rifacitori si piega docilmente 
ai pili disparati servigi; ed ora irride coi partigiani del- 
l'Impero ai ribelli ; or con costoro insulta al pontefice ed 
ai principi cattolici (1). Solo in bocca al popolo essa ri- 
prende il suo consueto ufficio per chiedere a Dio che la 
bufera devastatrice si allontani dai campi desolati della 
Sassonia, del Mecklemburgo, della Boemia e del Palati- 
nato; ma Iddio non ode, e la rabbia di parte continua 
nella sua opera infernale (2). 

La predilezione che la Germania dimostra nel seicento 
per codesto genere letterario, il quale non doveva mai 
divenirle straniero, è condivisa largamente dalla Francia. 
Qui la canzone, che già nel secolo precedente aveva con- 
quistato molto terreno sopra tutte le altre forme poetiche, 



(1) Veggansi così il Valer Unser der Herzogs Ulrich von 
Wùrtemberg e V Heydelbergische und Rebellen Vater Unser 
del 1621 presso Fr. Leon, von Soltau, Ein Hundert deutsche 
historische Volkslieder, 2 ed., Lipsia, 1845, p. 241 e 460. Codesto 
Pater di Heidelberg è ristampato anche a p. 121 del volume di 
E. Weller, Die Lieder des dreissigjàìirigen Krieges, Basel, 
1855, dove a p. 61 leggiamo Das Bòlimische aller Augen e Dos 
Mdhrische Valter Unser, che sono redazioni prosaiche di un 
canto del 1019. A p. 204 segue Das Schwedische Vater Unser 
del 1631, ed a p. 263 Das Torstensohnische Yatterunser del 1646. 
Numerose parodie dei Dieci Comandamenti, degli Evangeli, dei 
Salmi, del Pater, del Catechismo, e di altre orazioni ed inni, sia 
cattolici che protestanti, rinvengonsi poi nella raccolta di I. Opel 
e A. GoHN, Der dreissigjdhrige Krieg. Eine Sammlung von 
historisdien Gedichten und Prosadarstellungen (Halle, 1862), p. 6, 
32, 91, 99, 100, 195, 209-10, 298, 318. Un Ragozische Vater Unser 
è trascritto anche nel cod. Monac. 8504 del 1658 (cfr. Cai., t. II, 
P. I, p. 35). 

(2) L. VON Soltau, o. c, p. LXXVl, Der Soldaten Valter Unser. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATORE MODERNE 237 

diviene signora assoluta del campo politico, in cui del 
resto attecchisce e prospera mirabilmente. Eppure la pa- 
rodia non le cede il luogo, e fra la turba agile e chias- 
sosa delle satiriche canzoncine che irridono al governo di 
Richelieu, o combattono per la Fronda contro l'abborrito 
Mazzarino, si mescolano innumerevoli le tramutazioni di 
tutti gli inni e le preci della chiesa (1). 



(1) Mi limiterò a ricordarne qualcuna, ricavandone i titoli dal 
libro di G. MoREAU, Bibliographie des Mazarinades, Paris, 1850. 
Spettano al 1649 Le Pater Noster de Mazarin (n. 2737), Le Salve 
Regina de Mazarin et des partisans (n. 3578), Les Legons de 
ténèbres ou les Lamentations de Mazarin, libera versione, annota 
il MoREAU, delle Lamentazioni di Geremia, cbe si cantano a mat- 
tutino il giovedì santo (n. 1807); La passion de la Cour, parodia 
di alcuni brani della passione di Cristo (n. 2732), e La passion 
de Notre Seigneur en vers burlesques, dédiée aux dmes dévotes 
(n. 2733); nonché Le catéchisme des courtisans de la cour de 
Mazarin (n. 651). E pur sempre del '49 deve essere Le De Pro- 
fundis de J. Mazarin avec les regrets de sa mediante vie (n. 860), 
che nella stampa non ha data, poiché altrimenti non si spieghe- 
rebbe l'apparizione nell'anno medesimo del iVo?^ueaM De Profundis 
de J. Mazarin aii prince de Condé (n. 2534). Codesta torbida fiu- 
mana di parodie sembra d" improvviso essiccata nel 1650 e nel 1651 ; 
poiché tre soltanto portan la data di questi anni: Le Magnificat de 
la reine sur la détention des princes (n. 2340); Le Credo de la 
Fronde (n. 842) e Les litanies dii temps (n. 2322). Ma l'anno 
dopo essa torna a dilagare, e noi ci vediamo passar dinanzi : L' In 
exitu du card. Mazarin (n. 1690), L' In manus du card. Mazarin 

avec la prière de la reine le jour de la hataille du faubourg 

S.t Antoine (n. 1691); Les Lamentations Mazarines (n. 1801), pa- 
rafrasi dei salmi Recordare e Quare fremuerunt gentes; Le ca- 
téchisme de la Cour (n. 650); Le Credo des parisiens (n. 843); 
Les litanies du card. Mazarin (n. 2321) ecc. Del 1659 è il «Con- 
fiteor» du chancelier au temps de Pàqves (n. 751). Faccio grazia 
ai lettori delle numerose Confessioni del disgraziato ministro, al 
quale gl'implacabili libellisti amministrarono non solo l'estrema 
unzione, ma formarono anche un beffardo processo di canonizzazione 



238 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

In Italia la consuetudine di ridurre a significato scher- 
zoso i canti ecclesiastici non soffre veruna alterazione; si 
continua come per il passato a comporne in ogni circo- 
stanza; ma però qualche cosa ci dice che la parodia non 
gode più quel favore, del quale aveva per lo innanzi fruito: 
conseguenza questa legittima del grande mutamento di gusti 
che si era andato operando fra noi nel campo delle lettere. 
Per que" poeti, che si immergevano nei più profondi calcoli 
allo scopo di regalare ai contemporanei abbagliati degli 
anagrammi numerici « purissimi », o che traevano avida- 
mente occasione da ogni più lieve avvenimento per eri- 
gere quelle gigantesche macchine da girandole eh' eran 
divenute le canzoni ; per costoro, dico, le parodie liturgiche 
presentavano attrattive assai scarse. Uomini e fatti si sati- 
reggiavano con più squisiti raffinamenti; al pubblico taluni 
schiudevano le porte di Gallerie fantastiche, adorne di di- 
pinti immaginari, i quali rappresentavano i vizi de' potenti 
beffati ; altri gli offrivano Inventari di librerie lasciate da 
grandi personaggi, pungendo coi titoli burleschi di opere non 
mai scritte le debolezze dei presunti eredi. Città e sovrani, 
trovandosi a mal partito, erano infallibilmente obbligati a far 
testamento; e dai giuochi di carte si prendeva argomento 
a sentenziare sugli eventi del giorno, o si dimostrava come 
le condizioni dell'Europa potessero rispondere alle regole 
della grammatica. E se poi, tanto per mutare, veniva 
fatto di ritornare alle parodie sacre, si badava ad intro- 
durvi delle innovazioni ; e da' libri santi erano tratti con 
diligenza de' brani, i quali mentre, disgregati, non signi- 
ficavan nulla, connessi gli uni cogli altri, davano un senso 
inaspettato e bizzarro. Il nuovo trastullo, che aveva della 
parodia e del centone, e richiamava insieme le sorti me- 
dievali, piacque nel seicento per il contrasto che ne for- 
mava l'essenza; e tanto bastò perchè si adottasse con 
trasporto. Pasquino singolarmente predilesse questi zi- 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 239 

baWoni scritturali, cosicché in occasione di conclavi se 
ne videro venir sempre in luce de' nuovi, e l'usanza durò 
in fiore sino a tempi recentissimi (1). 

Per noi, che troppe volte non conosciamo se non di 
nome i personaggi dileggiati, e ignoriamo i fatterelli ed i 
pettegolezzi locali presi di mira dal satirico, codeste 
parodie riescono quasi sempre oscure e prive d'interesse. 
Lasciamole quindi tutte quante in disparte, e continuiamo 
invece ad occuparci di quelle che, mantenendosi fedeli 
all'antico stampo, ci mostrano come i loro autori posse- 
dessero qualche altra dote più necessaria ad un poeta di 
quello che non sia la pazienza. 

E prima che ad ogni altra consacriamo alcune parole 
a quella parodia del Pater, la quale vuole significare le 
sofferenze delle popolazioni lombarde soggiacenti a dominio 



(1) I più antichi esempì di codesto genere che io conosca si 
leggono sotto il nome di Pasquino nei Pasquillorum tomi duo, 
ed appartengono agli anni 1535 (f. 325), 1537 (f. 364), 1540 (f. 393), 
1542 (f. 530). Essi constano di versetti biblici, senza alcun le- 
game fra loro, applicati a vari personaggi ; e non solo al papa, ai 
cardinali, ma anche ai principi maggiori e minori d' Europa 
e d' Italia, ed ai cavalieri ed alle dame più celebri del tempo. 
Son insomma vere Sorti, e a farli considerar come tali concorre 
l'asserzione da cui son accompagnati quasi sempre, che si divul- 
gavan per Roma la vigilia dell' Epifania. Sotto questo rispetto 
adunque si connettono con que' burleschi Pronostici, che fra noi 
mise in voga l'Aretino, e ne' quali non sdegnò esercitarsi nep- 
pure il Rabelais. Più tardi i versetti biblici, cavati di qua e di 
là, vengono congegnati in guisa da formarne un dialogo ben 
concatenato messo in bocca a vari personaggi; di codesti centoni, 
contro i quali si era già scagliato Henry Estiexne (Apol. pour 
Hérod., eh. XIV), ved. qualcuno del sec. XVll in Cantò, Gli eretici 
d'Italia, V. II, p. 212, disc. XXIX, app. II. Per tempi più recenti 
cfr. De Castro, Milano e la repubbl. cisalp., p. 40, e Silvagni, 
Diario dei Conci, del 1829 e del 1830-31, Firenze, 1879, p. 58 e segg. 



240 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATDRE MODERNE 

altrettanto stolto quanto iniquo. Il Pater noster contro gli 
Spagnuoli, il quale ha certamente ottenuta molta diffu- 
sione nel tempo in cui venne dettato, non si raccomanda, 
per vero dire, alla nostra attenzione ne per felicità di stile, 
né per arguzia di concetti o mordacità di satira (1). L'u- 
miltà della forma e quella della sostanza ci fanno pur 
troppo accorti come in esso si rispecchi fedelmente l'in- 
dole fiacca di coloro di cui deplora le sciagure; si direbbe 
quasi che i Lombardi non sentano più neppur la forza di 
lamentarsi! L'importanza che codesta poesia assume per noi 
nasce quindi solo dal fatto che basta gettarvi su gli occhi 
per riconoscere ch'essa non è già un componimento origi- 
nale, una nuova produzione, bensì il semplice rifacimento 
della prima fra le due parodie lombarde scritte sullo scorcio 
del quattrocento contro i Francesi. Non mai dimenticato 
dal popolo, per il quale era stato composto, e di cui esprimeva 
efficacemente i dolori, il vecchio canto tornava così cento 
e più anni dopo di bel nuovo alla luce per scagliare sui 
recenti oppressori quelle ingiurie, beffarde insieme e sde- 
gnose, di cui aveva già fatto segno gli antichi. Natural- 
mente col mutar de' tempi anche la parodia ha un po' 
cangiato d'aspetto; fra le mani del raffazzonatore secen- 
tista si è spogliata della sua primitiva rozzezza; son scom- 
parsi i versi zoppicanti, le rime inesatte; scomparsi i 



(1) Col titolo: Una poesia storica del sec. XVII, questo com- 
ponimento vide la prima volta la luce nell'Ateneo italiano, Gior- 
nale di scienze, lettere ed arti, ecc., voi. I, fase. 1, 1866, p. 90-3; 
e fu poi riprodotto da me nel cit. volume del Giorn. di filol. rom., 
1. e, p. 150 e sg. Ai due codd. Riccard. 2868 e 2977, sui quali ne 
venne dal primo editore condotta la stampa, debbono aggiungersene 
altri quattro, che l'offrono con copiose e a volte notevoli varianti; 
vale a dire il Magliab, già Rinucc. II, II, 210, p. 263: il Laur. 
Gonv. Soppr. 440, f. 261 r.; il Palat. 264, f. 350 r., ed un terzo 
Riccardiano, il 771, f. 47 r. 



LA PARODIA SACRA NKLLE LETTERATURE MODERNE 241 

lombardismi mal velati da desinenze italiane ; ma ad onta 
di questa ed altre modificazioni, più dannose che utili, 
la poesia rimane sostanzialmente la stessa. 

Se riesce agevole l'intendere come fra noi dalla parodia 
misogallica del quattrocento si svolgesse dopo un secolo 
la misoiberica, non altrettanto chiaro risalta invece come 
il componimento italiano abbia potuto dar vita fuori della 
penisola a nuovi germogli. Eppure quel Pater noster 
soldatesco , che sui primi del secolo XVII cantavano i 
contadini tedeschi, straziati dalle orde del Wallenstein ; 
che riecheggiava poco dopo fra le plebi del Meklemburgo, 
le quali lo ti*asmettevano nel 1704 ai contadini di Colonia 
taglieggiati dagli eserciti del re Sole, e che si ripeteva 
ancora nell' Annover all' apparire delle truppe napoleo- 
niche-, quel canto, dico, non è altro che una quasi fedele 
riproduzione della parodia lombarda (1). In qual maniera 
le querele dei contadini del ducato di Milano giunsero a 
farsi intendere al di là delle Alpi? Io non lo so davvero; 
ma questo posso affermare che colui il quale compose quel 
più antico Pater noster tedesco, da cui sono discesi gli 
altri tutti, aveva non soltanto udito ripetere, ma avuto 
fra le mani il lamento italiano. 

Da questa parodia, che dà prova di vita così rigogliosa 
e tenace, passiamo adesso ad altre le quali non posson 
dirsi in suo confronto che effimere. L'intollerabile oppres- 
sione spagnuola, la quale ai Lombardi non suggeriva nulla 



(l)Ved.SoLTAU, op. cit., p. LXXVI; H.Gadke, Bauernvaterunser 
in Beutsch. Museum herausg. von R. Prutz, 1855, n. 47, p. 769; 
e H. Pròhle, Weltliche u. Geistliche Volkslied. u.Volksschausp., 
1855, n. 99. Non mi dilungo a dimostrare i rapporti che intei'- 
cedono fra i tre canti tedeschi ed il lombardo, avendolo già fatto 
altrove. 

NovATi, Studi critici e letterari. IG 



242 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

di meglio che inani querimonie, metteva invece le armi 
in pugno ai bollenti abitatori del mezzogiorno. Non mi risulta 
se a Napoli Tinsurrezione, di cui fu capo Masaniello, sa- 
lutasse il suo momentaneo trionfo con canzoni; ma la 
eroica sollevazione di Messina venne celebrata non so da 
chi con una Salve Regina, che si è conservata (1). Pur 
troppo però, tradita da chi l'aveva pasciuta con bugiarde 
promesse, la nobile città dovette porgere di nuovo le braccia 
ai ceppi che aveva saputo spezzare, ed alla sua caduta 
irrise un Misererò, il quale all'autore, Paolo Maura da 
Mineo, valse, sebbene poco onorevolmente, la liberazione 
da quelle carceri in cui entravano per morirvi tante e 
tante vittime (2). 

Quantunque il giogo che gravava sopra le altre Pro- 
vincie della penisola fosse assai più lieve di quello che 
opprimeva le nordiche e le meridionali, pure e toscani e 
romani non rinunziavano neppur essi a lagnarsi in prosa 
ed in versi de' loro destini, dei principi non curanti, de' 
ministri ingordi e prepotenti. Così il bizzarro Fagiuoli 
si faceva interprete in un Pater noster satirico degli odi 
che aveva accumulati contro di se il senatore Rossi, salito 
dal nulla a grande autorità (3): 



(1) God. Barbeiiniano XLIV, n. 236, F. 71 r.-73 t. Consta di 37 
strofe, che il copista ha rese spesso inintelligibili. Gom.: sovrana 
regina, o imperatrice. 

(2) P. Maura, Poesie in dialetto siciliano ecc., p. L. Capuana, 
Milano, Brigola, 1879. Il Miserere è inedito, e, a giudizio del- 
l'editore, senza pregio di sorta. 

(3) Questo componimento manca nella magnifica edizione delle 
Rime piacevoli di G. B. Fagiuoli, impressa a Firenze in sei tomi 
dal 1729 al 1734: né ciò può far meraviglia. I frammenti che io 
ne pubblico son tratti da due codd. Riccard., il 2242 ed il 2947, 
di cui ho utilizzato le varie lezioni. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 243 

O del Toscano ciel Giove benigno 
Avvezzo ad influir con mani d'oro, 
Grazie a quei che ti acclamano per loro 

Pater ; 

Qual fallo ne' tuoi servi mai scorgesti 
Che gli facesse dare in man d'un cane 
Quel che dato ci fu dal ciel per pane 

Noster ? 

Rivolti dunque a te. Rossi inumano, 
Non ti sovvien che mulattier sei stato? 
Rispondi: Ora che tu sei infarinato 

Qui esì 

Perchè se un vien da te per la mercede 
Di sue fatiche lo maltratti e strazi; 
Se viene ad inventar galielle e dazi, 

Adoeniat ? 

Se anderan, come credo, nell'Inferno, 
Metteranno l'appalto anche sul foco, 
Giacché hanno fatto questo simil gioco 

Et in terra. 



Cagione di tutte le querele sono adunque le esazioni 
eccessive; voglionle i padroni, ma l'odiosità ne ricade tutta 
sui servitori zelanti: 

E che occorre più dire il Pater Noster 
Se ora appaltato è quel che ci consola? 
Per noi infruttuosa è la parola 

Panem. 

In Tripoli, in Algeri, in Barberìa, 
Mandaci, Serenissimo Padrone, 
Che liberi sarem dal reo fellone 

Et ne nos. 



La disperazione in cui son entrati i toscani, è, a detta 
del poeta, grandissima: 



244 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Per concluderla adunque dichiaro 
Vi risolviate l'impresa lasciare; 
Che a fé di Dio voi ci farete entrare 

In tentationem. 
Sottoporremo il capo al manigoldo, 
Ed i suoi strazi ci parran men fieri ; 
Ma da navicellai e mulattieri 

Libera nos. 
E già che i nostri queruli lamenti 
Non son sentiti, bisogna sbrigarsi; 
Unirsi ciaschedun per liberarsi 

A malo. 
E se il nostro poter non è bastante. 
Venga in nostra difesa il Turco e '1 Moro; 
Gih che si sa che il fìorentin decoro 
Deve un giorno morir con il turbante. 

Aììxen. 

A Roma, in mezzo al nugolo di pasquinate e di satire 
alle quali offerse occasione il famoso conflitto fra Ales- 
sandro VII ed il re di Francia, non potevano mancare, 
ben s'intende, anche le parodie. E fra esse due soprat- 
tutto, che si ispirano all'Orazione domenicale, mi paiono 
meritevoli di memoria, come quelle che ci rappresentano 
le contrarie opinioni dei due partiti in cui s'erano divisi gli 
spettatori della contesa ; l'uno che sosteneva le pretese di 
Luigi XIV, l'altro che le biasimava. Ecco adunque come i 
difensori dell'autorità apostolica se la prendono con l'au- 
dace sovrano: 

Rammentati, o Luigi sempre invitto, 
che fusti christianissimo monarca; 
or che sommerger vuoi di Pier la barca, 

Qui es ? 

Uomo caduco e fral, come pretendi 
i dritti della Chiesa d'usurpare? 
E forse credi tu poter entrare 

in coelisì 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 245 

Non lo sperar già mai perchè non deve 
volerlo la ragion, che un membro infetto 
e neirumano e nel divin conspetto 

sanctificetur. 
Potevi pur verso la tracia luna 

spiegar le vele e i bronzi far tonare, 
e non contro di noi celebre fare 

nomen tuurn. 
Ma quando pur li nostri gran peccati 
meritasser gastigo si fatale, 
purché non sia francese il nostro male, 

adveniat. 

Ma, compromessa così con l'allusione maliziosa la gra- 
vità della sua invettiva, invano il buon secentista si sforza 
di rimontar sopra i trampoli, minacciando al temerario 
gallo la fine di Faraone. Vinto anch'egli dalla paura, ab- 
bandona i reboanti paroloni, e lascia scorgere tutto il 
proprio imbarazzo: 

Per sostener l'impegno d'una guerra 
mossa a capriccio converrà stentare; 
e forzati anco in carcere a pagare 

debita nostra (1). 

Questa prudente riflessione, che ove si provocasse vieppiù 
la collera di re Luigi, chi avrebbe finito per pagarne il 
fio sarebbe stato non il papa, ma Eoma, ha suggerito ad 
un altro anonimo un'acre rimostranza al pontefice ed ai 
suoi consiglieri (2): 



(1) Questo Pater, che coni.: del christiano ovil sacro pastore 
occupa i f. 161r.-162r. del t. 11 del ras. 165 fra quelli del Tar- 
gioni-Tozzetti posseduti dalla Nazionale di Firenze, che è una 
miscellanea divisa in due tomi di poesie varie scritte da mani 
diverse che dal XV giungono al sec. XVlll. 

(2) Sta a f. 241 t. del t. Il, della cit. Miscellanea, e s'intitola: 
Il Pater Noster sopra le presenti discordie tra Roma e Francia 
de Vanno 1663. Un'altra copia col titolo Roma supplicante ne 



1 



246 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

tu che tieni il regno in Vaticano, ' 

e fosti eletto dallo Spirto Santo 
esser tu sol nostro sovrano e santo 

Pater; 
Ta fa che il gregge tuo, ch'è già disfatto, 
non resti esposto al gallico giudizio; 
e di misfatti altrui non sia il supplizio 

noster. 
E tu, don Mario, che per tua follia 
con un re ti disponi a competenza, 
forse che non conosci in coscienza 

qiti esì 
Sei altro ch'un pezzente risolato, 
ch'un'opra buona mai sapesti fare? 
Et pensi ancora di poter entrare 

in coelis? 

Dato così il suo avere al prepotente nipote di Ales- 
sandro, il poeta si rivolge agli altri cortigiani di casa 
Chigi : 

Piglia per noi ministri genovesi 
senz'honor, senza fedo e senza zelo 
e mal volsuti dalli santi in cielo 

et in terra. 
Uno ne fu levato dall'Annona; 

e poi fu data in mano ad un Marchiano: 
vedi che canaglia tiene in mano 

panem nostrum! 
Un altro n'ha che con un occhio solo 
Robarebbe la croce a un Dio confitto; 
Pensa come provvede al nostro vitto 

quotidianum. 
Vedi quell'altro che governò Roma, 
che porporato gli convien fuggire: 
perchè appresso d'un re non giova dire: 

Dimitte nobis (1). 

esiste in una raccolta di Pasquinate, fatta verso quel tempo da 
Fr. Arisi, l'autore della Cremona literata (Bibl. civica di Cremona, 
n. 737). 
(1) Si allude al cardinal Imperiali. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 247 

Né gli pare aver detto abbastanza: 

* 

lo troppo vorria dir, ma perchè so 
che della veritade ognun si picca; 
e che chi dice il ver al fin s'appicca, 

dimittimus. 

Saggia osservazione, che però non gli impedisce di 
scoccare, terminando, un'ultima freccia al Chigi: 

I Senesi ab aeterno furon pazzi: 
però ti prego, Iddio onnipotente, 
che più al governo di sì pazza gente 

ne nos indvcas. 



Altro non brama il popol cli'un motivo 
Per dar Roma principio a sollevarsi; 
che saria lor pensiero il liberarsi 

a malo. 
Allora si eh 'ognun potria vedere 
Per Roma un parapiglia, un serra serra, 
e monti e querele e stelle andar in terra! 

Amen (1). 

Non lascieremo il secolo dei concetti e delle strava- 
ganze senza aver toccato di alcune altre parodie sacre, 



(1) Una ventina d'anni dopo si volle applicare codesta parodia 
ad Alessandro Vili (1689-1691), e ne venne fuori quel goffo raf- 
fazzonamento che si legge nel cod. Riccard. 2504, p. 22. 11 rifa- 
citore sostituì alle stringenti accuse dirette contro papa Chigi ed 
i suoi cortigiani de' vaghi ed indeterminati rimproveri, ma non 
ebbe poi l'accortezza di mutare l'ultimo verso della poesia, in cui 
si fa allusione alle insegne di casa Chigi, allusione vuota di senso, 
come si capisce, quando la satira si volga contro l'Ottoboni. Né qui 
si arrestarono le metamorfosi del nostro Pater, giacché il cod. Bar- 
berin. XLIV, 236, ne offre a f. 55 t. una terza redazione in 26 strofe 
in dileggio di certo monsignor Caccardini che par destasse invidia 
in Roma per le sue mire ambiziose e le molte ricchezze. 



248 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

che meritano per diversi motivi un ricordo. Alludo innanzi 
tutto al De Profundis ed al Pater Noster della monaca: 
poesie che rispecchiano fedelmente uno de' più comuni e 
più dolorosi abusi di quell'età tristissima; il sagrificio 
cioè che tante infelici erano costrette a fare della lor 
bellezza e della loro gioventù alle imperiose esigenze della 
famiglia. Tanto la prima che la seconda di queste poesie 
non contengono generiche invettive contro la scellerata 
consuetudine, ma si collegano invece a veri e deplorevoli 
avvenimenti; che il De Profundis uscì anonimo a Mi- 
lano per compiangere quella monaca per forza, della 
quale ci ha narrate le dolorose vicende 1' autore della 
Vita di Bartolomeo Arese (1); l'altro, il Pater Noster, 
fu scritto da quel Paolo Maura da Mineo, di cui ab- 
biamo già toccato, per l'amante sua, che sotto i suoi 
occhi venne chiusa violentemente in un chiostro, dal quale 
ei fece inutili tentativi per strapparla (2). Le querele 
delle due fanciulle, che all'ombra della grata videro di- 
leguarsi i più bei sogni della giovinezza, corsero per tut- 
t'Italia, e dovettero, a giudicarne dalle molte copie che 
ne son giunte sino a noi, destare un vivo sentimento di 
pietà e di sdegno (8). Prova se altra mai notevole, ne 



(1) La vita del C. B. Arese, Colonia, 1682, p. 194. 

(2) Maura, o. c, p. VI, 171. 

(3) Del De profundis querulo vi ha copia nel ms. Magliai). Il, 
II, 285 da f. 127 r. a 128 v., col titolo: Sopra bella dama mona- 
cata per forza, lamento; che si muta in quello di « De Profundis » 
d'una monaca disperata nel cod. Riccard. 2883, scritto in Prato 
del 1713 da un Giovanni Minuti fiorentino (f. 10 r.). II cod. Palat. 
264 l'ofifre a f. 62 t., e vi è detto: Nel monacarsi nobil donzella 
parla a' suoi genitori col salmo « De Profundis ». Finalmente 
un ms. della Nazionale di Parigi (suppl. frane. 2915) insieme al 
nostro, che s'intitola: Lamento d'una fatta monaca per forza, 
presenta una risposta, Pentim,ento d'una m,onaca, che non mi 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 249 

porge quell'aneddoto di storia genovese che testé ha illu- 
strato colla sua consueta accuratezza Achille Neri (1). Sui 
primi di ottobre del 1709 gli Inquisitori di Stato, che 
facevano esercitare una gelosissima vigilanza sulle corri- 
spondenze recate dai corrieri, ed avevano quindi un vero 
e proprio « gabinetto nero », sequestravano una lettera 
proveniente da Koma, diretta sotto il ricapito di un frate 
a Giulia Vittoria Centurione, monaca in S. Silvestro. La 
lettera racchiudeva, oltre che un biglietto anonimo all'in- 
dirizzo della suora, il Fater noster del Maura, ma un 
po' adattato ai fini speciali di chi l'inviava, E chi sa 
quanto amare e quanto copiose sarebbero sgorgate le la- 
grime dagli occhi, che mi piace immaginar illanguiditi 
sì, ma pur belli, della povera Giulia, se ella avesse potuto 
ripetere questi versi aggiunti per lei al lamento della 
donzella siciliana: 

Quando vi taglieran le chiome belle, 
Ahi che doglia crudele allor vi resta! 
Ma gridate pur sempre, o voi donzelle, 

sed libera nos. 
Al solo rammentar il cor mi strugge; 
Per miracolo il core in questo petto 
Non so chi lo trattien, che già non fugge 

a malo. 
EppuV costretta son qui dentro stare, 
Fintanto che morrò, senza sapere 

Cosa vuol dir l'Amor, cosa l'amare 

Ameni 

Ne' chiostri ci trattiene l'altra parodia, di cui ci resta 



risulta se sia pur essa parodia del salmo medesimo (cfr. Mazza- 
tinti, 1 mss. ital. della Naz. di Parigi, v. I, n. 650, p. 124). 
Riguardo al Pater del Maura ved. la nota seguente. La sua Ave 
Maria non sembra invece che uscisse dall' isola. 

(1) Il Pater Noster della monaca in Gaz:, leti., art. e scient. 
di Torino, a. IX, n. 33, 1885, p. 260. 



250 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

a parlare; ma essa non dà alcun lume sui drammi, pie- 
tosi crudeli, che si agitarono allora e poi dentro quelle 
mura che davano promesse quasi sempre bugiarde d'oblio 
e di pace agli spiriti afflitti. A noi esso apporta invece 
l'eco di quegli odi, dei quali per secolare tradizione i diversi 
ordini frateschi si perseguitavano l'un l'altro senza tregua. 
Il cortonese Francesco Moneti, frate minore conventuale, 
è restato celebre appunto per quel suo poema, la Cortona 
convertita^ nel quale aveva menato spietatamente il sa- 
tirico flagello addosso a certi gesuiti (1). Ma la reve- 
renda compagnia non ebbe, per quanto sembra, essa sola 
il poco invidiabil privilegio di eccitare la bile dell'ar- 
dito frate ; anche i Zoccolanti, ai quali per amore del 
comun padre avrebbe dovuto mostrarsi benigno, caddero, 
non saprei per quali cagioni, in disgrazia presso di lui, 
e ne pagarono il fio. Fra le composizioni, rimaste inedite, 
del Moneti, se ne legge infatti una intitolata Contra JBi- 
gozzos et Zoccolantes ad similitudinem Offici, la quale è 
una vera e propria parodia del Breviario, di cui riduce 
a senso burlesco tutte le preci, le antifone, gli inni, i 
salmi e le lezioni evangeliche (2). Della tramutazione 
fanno, come si capisce, le spese i Zoccolanti, dipinti dal- 
l'autore coi pili neri colori; scherniti per la sudiceria, la 
golosità, la sregolatezza. Ma benché il collerico scrittore, 
che non mancava d'ingegno né d'arguzia, abbia tentato 



(1) Alcune notizie sul Moneti (1635-1712) ved. nell'Avvertenza 
al suo capitolo Della vita e costumi de Fiorentini, testé messo 
in luce, e non troppo correttamente, nel n. 8 della Bibliotechina 
grassoccia (Firenze, 1888). 

(2) Essa occupa le e. 92 r.-lll r. del cod. Palat. 319, sul quale 
ved. la notizia datane nell'opera 1 codici Palatini della R. Bibl. 
Naz. di Firenze, v. I, p. 522 e sgg. Bigozzi, o bigotti, si diceano 
per ischerzo in Toscana non soltanto le persone inclinate all' ipo- 
crisia, ma, come attesta la Crusca, anche i frati. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 251 

di rendere esilarante la sua parodia, pure è difficile leg- 
gerne poche linee senza provare un'impressione di tedio. 
Troppo prolissa invero è la satira e troppo tenue il sog- 
getto ; che i vizi della frataglia ed il suo smodato amore 
per la zuppa col cavolo non offrono, ognun lo vede, gran 
materia di riso. Ove si eccettui adunque qualche sapo- 
rita facezia e qualche sonora botta applicata qua e là 
al tonsurato armento (1), l'Officio burlesco del Moneti 
non merita di essere segnalato se non come un'eloquente 
testimonianza del favore di cui la parodia sacra conti- 
nuava a godere a quei tempi (2). 



Vili. 



Né le cose mutaron di molto nel secolo seguente. Il 
Settecento è cominciato appena, e già si succedono le pa- 



(1) Ricorderò singolarmente l'Epistola venerandi patris Tritemii 
ad caeteros Bigozzos da leggersi a mattutino, divisa in IX lezioni 
(f. 101 r.-107 t.). Certe tramutazioni burlesche di parole o frasi 
rituali ne richiamano alcune proprie alle messe medievali, come 
sarebbero quelle di Amen in Ahimè, di Oremus in Blasfememus 
(sic), de" versetti Et cum spiritu tuo. Gaudeamus in Domino, 
Beo gratias in Esca lo spirito tuo, Gaudeamus in broda. Bue 
olle di grasso, ecc. 

(2) Io sospetto che sia fattura del Moneti anche una Sequentia 
S. Evattgelii secundum jesuitas, la quale com.: In ilio tempore 
descendentibus, e sta a f. 146 del cod. 347 (sec. XVII) della Co- 
munale di Cortona (ved. Mancini, / 7ìiss. della Libr. del Com. e 
delVAcc. Etr. di Cort.. p. 131). Un altro cod. cortonese conserva 
una parodia del Bies irae, allusiva allo scellerato bombardamento 
di Genova del 1684. Nel cod. 63 di S. Croce in Gerusalemme della 
Vitt. Em. di Roma si ha pure una Passio B. Cardinalis Sacchetti 
secundum Matheum. 



252 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

rodie; il JDies trae, che aveva servito poco prima a ce- 
lebrare la vittoria del cristianesimo sul mussulmano in- 
vasore e la liberazione di Vienna (1), vien di nuovo 
travestito per vaticinare la sconfitta della lega, che contro 
Filippo V avevan formata coll'Imperatore e l'Inghilterra 
le Provincie de' Paesi Bassi : 

Dies irae, dies illa 

Solvet foedus in favilla, 

Teste Schelda, Tago, Scilla. 
Quantus tremor est futurus, 

Dani Philippus est venturus, 

Has paludes aggressurus! (2) 

11 Passio serve a deridere i guai, ne' quali Vittorio 
Amedeo di Savoia si trovava in seguito al suo volta- 
faccia (3); il Pater a presentare all'Imperatore le sup- 
pliche di Mantova pentita della sua ribellione (4): 



(1) Oltreché col Dies irae, che si legge in un ms. Riccardiano 
(3473), messo insieme, per quanto io credo, dal Fagiuoli, e con 
un altro centone di passi scritturali, tolti dal Salterio, dal libro 
de' Giudici e da quello di Geremia, che troviamo pure in un cod. 
Riccard. (n. 2593), in cui l'autore si cela sotto le iniziali A. Z.; 
la disfatta de' Turchi, dovuta al valore di Sobieski, venne cele- 
brata con la parafrasi del solito salmo GXIll (Cod. Cicogna 998 
del Museo Correr), e con altra, ma più originale tramutazione 
dello Stabat Mater, per opera di un Bichi capuano (cod. Palat. 
271, f. 22 r.). 

(2) Cod. delia Com. di Cortona 342, f. 151 r.: 1701 : Sequentia 
Beigli confederati. Un' altra copia nel cod. 361 : cfr. Mancini, 
o. e, p. 251, 

(3) Cod. della Casanatense di Roma 17, N. 1, 17: Passio tyramni 
nostri Yictoris Amaedei. Questo ms. è fra gli smarriti. 

(4) Cod. Riccard. 2121: Mantova pentita supplica V iìnperatore 
per il perdono. Cora.: RavVeduta, Signor, del grave errore, ecc. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 25S 

Son rea di ribellion gih lo confesso, 
Ma la necessità tale mi rese, 
Per non veder distrutto il bel paese 

Noster. 
Troppo, lo so, presunse mia baldanza 
E '1 temerario ardir: ma pur pietade 
Spero da te, esempio di bontade 

Qui es. 
L'ambizion trasportommi a tanto eccesso, 
E credendo il re gallo un altro Dio, 
Sperai che trar potesse il stato mio 

in coelìs. 
Ora provo l'inferno e quello istesso 
che '1 sollievo mi die, via più mi noce; 
Né mi vale il gridare ad alta voce: 

Sanctificetur . 
E pur se sfogar voi l'ira terribile 
Sul duce mio perchè ti fu infedele, 
Purché salvi il mio popolo fedele. 

Fiat. 

Né lo disse a un sordo ; che alla fin del giuoco chi vi 
lasciò libertà, onore, e, poco più tardi (1707), come ribelle, 
la corona, fu per l'appunto l'imprudente Gonzaga. Neppur 
Luigi XIV, alla smisurata ambizione del quale si doveva 
in grandissima parte la nuova bufera che imperversava 
in tutta Europa, andò immune dalle frecce, innocue pur 
troppo, di satirici ignoti ; anch'egli ebbe quindi il suo Pater 
Noster, che, mutatis mutandis, veniva applicato, mezzo 
secolo dopo, al successore: 

Notre pére qui est k Versailles, 

Son noni n'est plus précieux; 

Son royaume n'est plus si grand; 

Sa volente n'est plus faite 

Sur la terre, ni sur la mer. 

Donne-nous du pain, qui manque 

De tous còtés; pardonne les ennemis 

Qui nous ont battus, et ne pardonne 

Pas les généraux qui les -ont laissés faire; 



254 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Ne nous abandonne pas aux caprices 
De la Maintenon ; et délivre nous 
De Ghamillard et de [ses] partisans. 

Ainsi-soit-il (1). 

Così man mano che sulla scena del mondo si presentano 
nuovi personaggi, e si svolgono le fila di drammi intri- 
catissimi se mai ve ne furono, il pubblico, attore e spet- 
tatore ad un tempo, continua a servirsi della parodia per 
esprimere la sua approvazione o il suo scontento (2). Ma 



(1) Cod. Riccard. 2593, Pater Noster frangois en 1708. Il P. N. 
contro Luigi XV è stato pubblicato da F. Martini in un suo 
articolo del Fanfulla della domenica (A. II, n. 1, 1880). 

(2) Il lettore rammenta certo come in Roma, morto un impera- 
tore di abborrita memoria, il popolo si aS'rettasse a decapitarne 
le statue, alle quali si adattava non meno sollecitamente la testa 
del Cesare novello. Qualcosa di simile, egli se ne sarà già avve- 
duto, si verifica nella storia del genere letterario di cui ci andiamo 
occupando. Più d'una volta infatti ci è accaduto di notare come 
lo stesso componimento venga con lievi modificazioni adoperato 
per satireggiare uomini e fatti diversissimi, e talvolta disgiunti 
da intervalli considerevoli di tempo. Codesta singolare attitudine 
della parodia a piegarsi ad usi molteplici è messa in luce da un 
nuovo esempio, di cui è ora il momento di far menzione. Il cod. 
Cicogna 1948 del Museo Correr (sec, XVIII) contiene un Pater 
noster da recitarsi da' poveri Ferraresi assassinati perla Lega- 
zione dell' E.mo Carafa, il quale com.: 

Pater, tu parti e teco porti il noster 
C'ontro il decreto del qui es in celis 
Non hai mai fatto qui il santificetur, 



che ognuno maledice il nomen tuutn. 



e termina: 



Da Carafa crudel libera nos 

Ed i cristiani tutti a malo. Amen. 

Orbene questo stesso P. N. ci riapparisce dinanzi nel cod. Corsi- 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 255 

più ci andiamo avvicinando ai dì nostri, e più cresce la 
difficoltà di seguire, anche da lontano, il fantastico cam- 
mino di questo bizzarro genere letterario, che abbiamo 
colto sul nascere in mezzo alla caligine dell'alto medio evo. 
Notiamo soltanto come il movimento filosofico e le con- 
vulsioni politiche, che segnarono la fine del secolo XVIII, 
abbiano piuttosto giovato che nociuto alla diffusione della 
parodia religioso-politica. I begli spiriti francesi non sde- 
gnavano di scrivere, mentre poetava Voltaire, il Credo 



niano 45, G. 7 (sec. XVII-XVIII), f. 54 r., ma esso non è più in- 
dirizzato contro il Garafa, bensi intende a vituperare la memoria di 
Clemente XII (f 1740;. Né qui si arrestarono le sue metamorfosi, 
che sul cadere del sec. XVIII esso tornava alla luce per dare 
un beffardo saluto a nome dei suoi sudditi toscani al granduca 
Pier Leopoldo, che la morte del fratello sollevava al trono impe- 
riale (1790): 

Pater tu parti e porti teco il noster 
Gontro il decreto del qui es in coelis, 
Tu fosti finto qui sanctificetur. 
Ma noi malediremo il nomea tuum. 
Tu che facesti volentier Vadveniat, 
Per poi tutto portar nel regnum tuum. 
Se il ciel ti punirà, noi direm: fiat; 
Ghè iniqua sempre fu voluntas tua 

Affettuoso è invece il saluto che sulle stesse rime è inviato alla 
granduchessa, e che io ho altrove riferito per intero (Giorn. di 
fil. rom., v. e, p. 144). 

Altre parodie di codesto secolo a me note sono il Pater Noster 
de' Gorsi in lode di L. Giafièrri, ed un Ave Maria diretta nel 
1768 contro Genova, quand'essa cedette la Gorsica alla Francia 
(ed. in Giorn. Ligustico, a. IX, p. 260 e XIII, p. 298), ed una Salve 
Regina in lode d'Amalia d'Austria, dalla quale gli avversari dell'ar- 
dito ministro di Ferdinando Borbone, duca di Parma, aspettavano 
valido aiuto. Nella parodia il nome di Du Tillot non è pronunziato, 
ma che contro di lui sian diretti gli strali del poeta me ne accerta 
l'esistenza nella copia che io ne posseggo di alcuni sonetti, i quali 
celebrano la caduta del « reo ministro, usurpatore ingiusto ». 



256 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

d'un dilettante di spettacoli teatrali, ed il Decalogo del 
dio del Buon Gusto; e riuscivano a infondere un'arguzia 
inattesa nel vecchio stampo della parodia sacra (1). Tale 
non era però il risultato a cui giungeva il Griifet de la 
Baurae, scrivendo la Messa di Gtzido, giacche la leziosa 
galanteria del suo libriccino non l'avrebbe davvero salvato 
dall'oblio, se egli non vi avesse introdotto delle salacità 
appena velate, che gli hanno procurato la fortuna imme- 
ritata di più edizioni (2). Ben degne di essere accoppiate 
alla parodia del Griflfet son anche quelle del Pater, del- 
VAve, del Credo, e del Confiteor, scritte da Augusto 
Lambert nel 1807 (3). Assai più alto poggiavano presso 
di noi, anche in codesto genere, Ugo Foscolo ed il Porta (4). 



(1) Le Décalogue du Dieu dii goùl e Le Credo d'un amateur 
du théCitre sono riferiti l'uno sotto la data dell'I 1 aprile 1764, 
l'altro sotto quella del 19 novembre 1769 nei Mémoires secrets 
di Bachaumont. Ristampò entrambi L. Lalanne nelle sue Ciiriosités 
littéraires, Paris, 1857, p. 243-44. E noto come tornassero allora 
in voga anche le parodie di scritti profetici; Y&.vg\ii3i Petite vision 
del Grimm, scritta per satireggiare Voltaire, e l'altra sua, non 
meno maliziosa, contro la Nouvelle Heloise, sono certo presenti 
alla memoria di tutti, del pari che il Liber memorialis de Caleostro 
dettato dal Vannetti. 

(2) La Messe de Gnide suivie du Sermon préché à Gnide, de 
la prióre de Celine et de la veillée de Vénus, Bruxelles, Gay et 
Doucé, 1881, Impr. Glerbaut et G.'«. Una ristampa più recente ne 
ha dato il noto editor parigino I. Liseux. Dell'erotica parodia sono 
attori le Prétre, la Prétresse, le Coeiir. Il Sermon è di Maréchal. 

(3) Codeste parodie insieme all'Acce d'amour formano appunto 
la Prióre de Celine, che è ristampata insieme alla Messe de Gnide 
nelle edizioni ora ricordate. 

(4) La propensione del Foscolo per le forme della parodia biblica, 
prima ancora di manifestarsi in opera di tanta importanza quale 
fu Y Ipercalisse, dovette apparire in più e diversi modi, seppure è 
sufficente a provarlo, come credo, quella sua lettera burlesca al 
d.r Ramondini, milanese, nella quale narra, parodiando in un la- 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 257 

Poiché anche in Italia la rivoluzione francese venne a 
rinfocolare l'estro dei fabbricatori di parodie, i Giacobini 
nostrali, che scimmiottavano gli oltremontani, inaugura- 
rono la guerra alla religione non solo col Ballo del Papa, 
ma altresì componendo e divulgando de' Credo e de' Pater 
Noster repubblicani; e perfino de' Doveri d'un cristiano 
da recitarsi sera e mattina in onore e gloria della San- 
tissima e Beatissima Libertà (1). Ma quando la caduta 
di Napoleone spazzò fuor d' Italia i Francesi, i codini, 



tino mezzo maccheronico lo stile delle epistole di S. Paolo, certo 
viaggio da Milano a Pavia in cui ebbe compagni un frate ed una 
meretricula... La lettera, che è del 1803, or si conserva alla Na- 
zionale di Firenze. Essa venne qualche anno fa stampata, ma in 
ristretto numero di copie però, perchè l' indole ne è tale da non 
potersene riferire verun brano senza offendere la decenza. 

Agli ammiratori del grande poeta milanese, ormai numerosi (ma 
non certo per merito de' suoi recenti editori) in tutt' Italia, non 
spiacerà poi veder qui rammentata una delle sue più facete com- 
posizioni : quel Miserere, in cui è riprodotto così al vivo il dialogo 
di due preti che, celebrando non so quali esequie in S. Fedele, 
lardellano i versetti del salmo « de descors de politica e polpett »: 

Miserere mei. Deus. — E a disnà ? 
Secundum magnani... Do' cossett o tre... 
Misericordiam, tuam et secundum 
Multitiidinem... de quist. 

— E el scabbi come l'è? 

— Et multum lava me 

Ab iniustitia mea et a delieto... 
Eel car? — E subet : Munda me... 
mi poeu' el vini... Tibi soli peccavi... 
S'el var pocch. me la cavi... 

Et maltcm coram te feci in sermonibiis 

Tuis, et vincas cum judicaris. 

(1) Ved. De Castro, Milano e la Rep. cisalp., Milano, 1879, 
p. 129 e seg. Il Credo repubblicano si legge a p. 134 d'un volume 
manoscritto, contenente discorsi, manifesti, satire, dialoghi e poesie, 

Notati, Studi critici e letterari. 17 



258 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

che eran rimasti zitti, ritrovarono la voce per schernirli, 
e ne venne fuori fra cent'altre pasquinate l' Orazione Do- 
menicale che recitano i Francesi nel partire dalla bella 
Italia^ forse meno triviale delle insulse parodie giacobine : 

Che infamia è mai la nostra, massime quella del nostro capo, 
che col suo molto operare si meritò il bel nome di Pater; 

Essendo ridotti ad una miseria tale, che quel poco che posse- 
diamo lo possiamo nemmeno dir Nosterl 

La ragione giusta e vera delle nostre disgrazie si è il non aver 
voluto riconoscere qui es in coelis; 

Il non aver voluto osservare i suoi precetti, e sue feste sancti- 
ficetur. 

Ahi, Francia infelice ! Ciò di che dei più- crucciarti si è questo 
che in te non debba rimanere che il solo infame nomen tuum. 

L'Italia or gioirà, e godrà de' nostri mali, e tutta allegra e con- 
tenta, rivolta verso l'Austria, griderà: Adveniat regnum tuum. 

Pochi nostri partitanti ci restano ancora, ma essendo anche 
questi resi vili e intimoriti dalla nostra sorte fatale, con voce tre- 
mante diranno: fiat voluntas tua. 



tutti relativi alla venuta de' Francesi in Lombardia, che si con- 
serva all'Ambrosiana (S. C, v. 11, 14). Esso suona: « 1. Credo 
nella Repubblica Francese una ed indivisibile, creatrice del- 
l'Eguaglianza, Libertà sociale — 2. Credo nel General Bona- 
parte sito figliuolo,, unico difensor nostro — 3. Il quale fu con- 
cepito da gran spirito, nacque da madre virtuosissim,a — 4. Patì 
sopra monti e colli, fu da' tiranni vilipeso, morto e sepolto — 
5. Discese in Piemonte; il terzo dì risuscitò in Italia — 6. Salò, 
a Mantova ed ora siede alla destra di Vienna capitale del- 
l'Austria — 7. Di là ha da venire a giudicare i potenti Austriaci 
— 8. Credo nello spirito della generalità francese e nel gran 
Direttorio di Parigi — 9. La distruzione degli emigrati — 
10. Niuna remissione alla tirannia — 11. La risurrezione del 
diritto naturale dell" Uomo — 12. La futura pace. Libertà, Egua- 
glianza, Fratellanza. » li Pater noster patriottico in versi, che 
lo precede (p. 138), è anche più scipito. I reazionari a lor volta scri- 
vevano la Passio Domini Nostri Ludovici XVI Gallorum Regis, 
e trasformavano il Tedeum in una maledizione contro la Francia. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 259 

Iddio pur troppo sa mostrarsi sempre in ogni evento lo stesso 
sicut et in coelo et in terra. 

Che ci resta or dunque? NuU'altro che andar cercando il panem 
nostrum. 

Ma terminerà questa nostra cattiva condizione o sarà il nostro 
disdoro quoticlianum? 

Ove sono quei dì felici, che con tanta prepotenza, con alterigia 
inaudita, ci presentavamo agli Italiani, quai creditori di scadute 
cambiali, dicendo : da 7tobis hoclie ? 

Ma ora ci tocca dire: Dimitte nobis. 

Ora è giunto il momento in cui riconoscere, ma troppo tardi, 
debita nostra. 

Con qual animo vorranno gli Italiani far fronte a chi si impa- 
dronisce dei loro stati e difender noi, se sorgono dal male che gli 
abbiamo cagionato sicut et nos dimittitnus? 

Se anzi da moltissimi Italiani si ritiene che l'Austria abbia da 
soddisfare debitoribus nostris ? 

Che valsero tutti i tentativi da noi usati per fare che il popolo 
Italiano ci aiutasse? Che giovarono le nostre finzioni nelle gaz- 
zette, ne' fogli e ne' bollettini per tener celata la nostra rovina ? 
Esso pur troppo saprà le disfatte continue per la nostra parte ; 
per cui franco risponderà: et ne nos inducas in tentationem. 

Se Napoleone fosse ancor grande come era, gli potressimo almen 
dire: libera nos a malo. 

Ma ahi! che slam forzati a replicare: Amen (1). 

Dopo essersi piegata a tante viltà ed avere bassamente 
vituperati per secoli caduti gloriosi allo scopo di blandire 
vincitori degni d'ogni sprezzo, anche la parodia trovò 
finalmente maniera di ritemprarsi nella fiamma purifica- 
trice dell'amor patrio, di supplicare coi Lombardi perchè 
cessasse la straniera signoria (2), e farsi degna di salutare 



(1) Da una copia del tempo presso di me. 

(2) Ave Maria | de' Lombardi ; questo è il titolo d'una stampa 
volante, che deve esser uscita alla luce fra il 1840 ed il 50. Con- 
tiene un'ode saffica di otto strofe, la quale comincia: 

Ave, Vergin Maria di grazia piena, 
Concedi a noi da schiavitude oppressi 



260 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

nel giorno della riscossa il liberatore della patria. Ecco 
adunque r« Orazione di professione politica italiana », 
nata fra gli entusiasmi del Cinquantanove; con essa mi 
è caro chiudere la ormai lunga rassegna: 

Padre nostro che sei al campo qual primo soldato dell'Indipen- 
denza Italiana, lodato sia il tuo nome, o Vittorio ; venga presto il 
pacifico regno tuo; sia fatta la volontà tua sotto il nostro cielo, 
cioè nell'italica terra. Rivendicaci oggi a libertà; fa rispettare la 
nazionalità nostra, siccome noi rispettiamo l'altrui; guidaci a goder 
la pace con liberarci dall'odiato Austriaco. Così sia (1). 

E COSÌ fu. 



IX. 



Ma neppur oggi la parodia sacra è proprio morta e 
seppellita. Quel che Orazio diceva ai suoi giorni dei versi 
saturni, noi potremmo ripeterlo di lei: hodieque manent 
vestigia ; solo, per ritrovarle, fa d'uopo scendere fra la 
plebe, della città o del contado poco importa. In Francia 
gli scolaretti si vendicano dell'ineffabile tedio delle lun- 
ghe ore passate sui banchi della chiesa oscura, mentre 
fuori splende il sole e gli uccelli garriscono, tessendo bur- 
lesche rapsodie, senza capo né coda, sulle arie dei canti 



Sorger gloriosi, e che da l'aspra pena 

Alfin si cessi. 
Dal Signor ch'è tuo [figlio], o Madre, implora 
A nostre antiche colpe ampio perdono; 
A' tuoi figli Lombardi infondi ognora 

Di forza il dono. 

(1) Da un volume di miscellanee patriottiche della Vittorio Ema- 
nuele di Roma, n. 257, p. 945. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 261 

liturgici che colpiscono piìi frequentemente il loro orec- 
chio (1); non so se accada altrettanto da noi, ma sup- 
pongo che no, ora che la scuola laica ha portato ai mo- 
nelli italiani, insieme al diritto di ignorare chi sia stato 
Adamo, l'immenso vantaggio di non imparare più a me- 
moria la Dottrina Cristiana. E neppur credo che le 
ragazze della penisola posseggano, come quelle dei dintorni 
di Metz, delle litanie particolari per implorare da Gesù 
misericordioso un florido marito (2) ; ma mi è ben noto 
invece come alle canzonacele, urlate la sera su per i 
trivi, si mescolino ancora grotteschi ritornelli, che paro- 
dizzano le litanie e qualche altro inno sacro (3). Scesa 



(1) Cfr. RoLLAND, Rimes et jeiix de l'Enfance, Paris, Maison- 
neuve, Formulettes satyriqites, p. 325 e sgg. Fra i molti esempi 
che potrei recare, scelgo, come saggio del genere, L" Évangile de 
récolier paresseux (p. 337) : 

En ce temps-là 

Je n' sais qu' ?a, 

Jesus 

Je n' sais plus, 

Bit OMx Pharisiens 

Je n' sais plus rien. 

(2) Op. cit., p. 338: Litanies des jeunes filles. Per altre canzon- 
cine popolari, intonate sopra arie liturgiche, ved. anche Y. Smith, 

Chants du Veìay et du Forez in Romania, III, p. 369. Nella 
bassa Brettagna si canta pur oggi una parodia dell'Afe maris 
stella, composta di versi brettoni e latini alternati, così: 

Ave maris stella 
Peluken Gwill Cola; 

cioè « la parrucca di Guglielmo Gola » (ved. Quellien, L'argot 
des Nomades en basse Bretagne, p. 19). Sul Catéchisme des 
Normands veggasi Ghampfleury, Histoire de V imag. popul., 
Paris, 1869, p. 236 e sgg. 

(3) Alcuni canti scherzevoli o satirici di Borgetto (Sicilia), co- 



262 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

nel volgo, la parodia non solo ne ha sposati i gusti poco 
delicati, ma, quel che è peggio, si è adattata a significarne 
le torbide passioni. Or fa qualche anno correva per l'Italia 
una Dottrina di Garibaldi, nella quale que' catechismi che 
adoperansi da' fanciulli erano esattissimamente parodiati; e, 
sebbene il volante libello esprimesse idee non meno strambe 
che sovversive, fortunatamente il nome dell'eroe non era 
frammisto ad aspirazioni che offendessero il sentimento na- 
zionale (1). Adesso però abbiam fatto un passo più in là, ed 



municatimi cortesemente dal prof. S. Salomone-Marino, si chiudono 
essi pure con versetti scritturali. Ne riporto uno contro i preti 
tabaccosi : 

Tabbaccu àju, tabbaccu vi dugnu, 

nun sugnu comu vui ca lu sparagnu; 

ca prima veni maju e dipo' giugnu; 

miseremini mei secunnu magnu!... 

Né son da passar sotto silenzio i Dieci comandamenti dei conta- 
dini lombardi riferiti dal Cherubini (Dizion. milan.-ital., s. v. 
Paisan) : 

Vunna, lus pussee el so che la lunna; 

Dò, el mangia e bev el fa bon prò; 

Tré, el mari el batt mai la miee se no gh'è el so' perché; 

Quatter, l'è pussee bon el vin che l'acqua; 

Cinq, l'è on gran maa el maa di dine; 

Ses, el dì de San Peder se catta i scires ; 

Sett, de la mort no fatten sbefl'; 

Vott, on in bocca a chi voeui- savè tropp ; 

Noeuv, la gaijnna negra la fa bianch i' oeuv; 

Des, segond l'entrada se fa i spes. 

(1) La Dottrina di G. G. dedicala al popolo italiano nella 
stampa che io ne ho sotto gli occhi (Milano, Novembre 1880, 
Tip. delle Piccole Industrie), è divisa in nove Lezioni. Credo che 
essa sia il raffazzonamento d'un' anteriore Dottrina del popolo 
italiano, che correva nella penisola ai tempi della guerra d' indi- 
pendenza ; ma non ho maniera di verificare se il mio sospetto sia 
fondato. Comunque sia, è cosa miserabilissima. 



LA PARODIA SACRA XELLE LETTERATURE MODERNE 263 

a nessuno che abbia seguito con interesse le varie fasi di 
quella sinistra rivolta contadinesca, che pochi anni or 
sono ribolliva sul Mantovano, tornerà nuovo l'udire come 
un de' più fervidi apostoli dell'anarchia spargesse fra i 
suoi illusi seguaci un libercolo, in cui il Decalogo ser- 
viva a predicare il socialismo. Piìi indiscreto di quel 
vecchio pirata del 3Ieasur for Measure, il quale, metten- 
dosi in mare coi dieci comandamenti, stava pago a can- 
cellarne uno, il settimo ; il novissimo Mosè mantovano ha 
trovato più spiccio farli sparir tutt' e dieci! (1). 

Codesta nuova parte che assume oggi ancora, sotto i 
nostri occhi, la decrepita forma satirica di cui abbiamo 
tentato di seguire le trasformazioni e le peregrinazioni, 
non ha però in se nulla da eccitar lo stupore. Che se 
alcuno domandasse per quale occulta virtù la forma 
stessa che al chierico trutanno del sec. XII si offriva 
opportuna per effondere i propri rancori contro la ge- 
rarchia feudale, giovi oggi al contadino traviato per diffon- 
dere fra altri, traviati del pari, il suo odio contro la 
società moderna, la famiglia, l'eredità, le folli aspirazioni 
ad una irrealizzabile eguaglianza ; si potrebbe rispondere 
che per ottener la diffusione di nuove idee giova poten- 
temente il gettarle in uno stampo ben conosciuto; come 
la memoria, così il pensiero per esser eccitato ha bisogno 
spesso di mezzi meccanici. Quanto fosse importante il 
servirsi delle forme e degli usi cari al popolo per an- 



(1) I Comandamenti del Lavoratore furono, ben s'intende, col- 
piti dal rigor della legge; ma chi ne sentisse vaghezza potrà vederli 
riprodotti fra gli atti del processo Sartori e Compagni nella Gazzetta 
di Mantova (n. 41, 19 febbraio 1886). 11 Barbiani non ha proba- 
bilmente messo di suo altro che il nome in questa scrittura trivia- 
lissima, ma tutta rimbombante di quella rettorica di cattiva lega, 
che distingue la letteratura rivoluzionaria, e che i giacobini hanno 
trasmesso, prezioso deposito, ai comunardi. 



264 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

tichissima consuetudine, la Chiesa stessa riconobbe fin 
dalle sue origini, ed il segreto della rapida conquista fatta 
dal cristianesimo di genti tanto diverse, sta in buona parte 
nella grande abilità con cui i propagatori del vangelo sep- 
pero giovarsi delle antiche tradizioni e delle credenze stesse 
che volevano distruggere. La religione, che ad estirpar 
l'uso di festeggiare certe solennità pagane, fece cadere nei 
giorni in cui quelle ricorrevano le proprie, non ebbe neppur 
scrupolo a chieder in prestito ai Druidi le triadi misteriose, 
famigliari alle popolazioni celtiche. E anche quand'ebbe as- 
sicurata la vittoria continuò nella stessa via, e per combat- 
tere la corruzione de' costumi non trovò di meglio che co- 
stringere la poesia profana a cederle le sue armi medesime; 
e sull'aria delle più folli canzoni, sulle melodie più gradite ai 
volghi, acconciò parole divote, quando non parodiò addirit- 
tura le canzoni stesse. Così quel che si faceva già dai chierici 
in tempi remoti, tornano nel XIII secolo a fare in Francia 
Gautier de Coinci ed altri pii rimatori ; nel XV in Italia 
i laudasi; che più? lo tentano ancora nel XVI il Malipiero 
a danno del Petrarca, nel XVII il Patrignani colVAna- 
creonte Cristiano, per tacer dei rugiadosi autori della PJn- 
lomèle Sérapliique e de' Rossignols spirituels{\). Vecchio 
e sfruttato artificio, se si vuole; deriso, questo è certo; 
ma pur sempre efficace: ove non lo fosse, il Barbiani non 
darebbe ai suoi zibaldoni socialisti la forma del Decalogo; 
nò il repubblicano si prenderebbe la briga di parodiare la 
Dottrina Cristiana. Costoro, consapevoli o no, non fanno 
adunque se non trar profitto di quel profondo attaccamento 
che il popolo ha sempre sentito, e sentirà probabilmente 
sempre, per le forme da lui adoperate da secoli ; le quali, 



(1) Gfr. P. Meyer. Types de quelq. chans. de G. de Coinci ia 
Rom., XVII, p. 430 ; Viollet-Le Due, Bibliogr. des chansons, ecc., 
Paris, 1859, p. 9-10. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 265 

quando più si credon estinte, anzi addirittura sepolte, 
ritornano d'improvviso alla vita ad esprimere col vecchio 
linguaggio affetti nuovi. E la storia della parodia sacra 
conferma anche una volta la sentenza di chi scrisse che 
in letteratura all'umile ed al piccolo par quasi sempre 
riservata l' immortalità. 



APPENDICE I. 

I rifacitori medievali della Cena Cypriani. 
Bahano Mauro - Giovanni diacono - Azelino da Meims. 



Da dugent'anni a questa parte la disgraziata scrittura, 
che si era frammischiata con troppa audacia alle opere del 
vescovo cartaginese, sconta duramente la temerità sua e 
l'ammirazione di cui tante e tante generazioni l'hanno 
creduta meritevole. Gli editori degli scritti di S. Cipriano, 
non paghi di averla relegata fra gli opuscoli apocrifi, 
sono andati a gara nel vituperarla. Opus stultum lectuque 
indigniim la chiama Casimiro Oudin, e passa oltre sde- 
gnoso (1); ma il Lumper non s'acqueta a così sommaria 
condanna, e con un affannoso periodo le rovescia addosso 
tutto il suo sprezzo (2). Ultimo Guglielmo Hartel, dopo 



(1) Commentarius de Scriptoribus Ecclesiae antiquae, etc., 
Lipsiae, MDGGXXII, p. 274. 

(2) « Sic opus de Coena ridiculum ac ineptiis refertum est, 
non modo itaque sancto Martyre nostro, sed nec Christiana 
hornine dignum est; foetus scilicet cujusdam nugatoris, sacrae 
Scripturae historiis ad ineptas fabulas suas abusi, ut niirum sit, 
illuni S. Cypriano nostro unquam adscribi potuisse. Tillemontiiis 
[Mémoires, toni. lY, pag. 81, art. 65 sur S.t Cyprien] ob ineptis- 
simos non ex rebus profanis, sed ex scripturis sacris etiarn per 
fas et nefas dest'mptos jocos illud Turca dignius quam Chri- 
stiana jure merito existimat ». Goth. Lumperi de S. Cypriani 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 267 

averla esclusa definitivamente dalla sua dotta edizione, 
le gitta ei pure la sua pietra, qualificandola di inejoHs- 
sùnus lihellus...; ma egli stesso soggiunge che di niun altro 
si moltiplicarono nel medio evo con tanta cura gii esem- 
plari (1). come va allora questa faccenda? Se la Cena 
è davvero l' insulso zibaldone che dicon costoro, per quale 
strana aberrazione non solo il volgo de' lettori, ma uomini 
di grande ingegno e di non minor dottrina diedero segno 
di gustarla e di pregiarla cotanto ? I giudizi de' critici più 
recenti peccano, è agevole il capirlo, di severità eccessiva; 
ma appunto l'eccessiva indulgenza degli antichi li rende 
tanto acerbi. Gli uni e gli altri hanno adunque la loro 
parte di torto. Chi consideri la questione sotto il suo vero 
aspetto, e pensi che la Cena è stata scritta la bellezza 
di quindici secoli fa, a dir poco, nella piena decadenza 
delle lettere latine, da un chierico certo dotto, ma della 
dottrina del tempo, porterà di questa facezia un giudizio 
più equo e più benigno. 

Ma non è mio proposito spezzare adesso una lancia in 
favore della scrittura pseudo-ciprianesca. Io aspiro invece, 
come ho già detto, a rimettere un po' d'ordine in quel- 
r intricato garbuglio che è la storia dei rifacimenti ai 
quali la Cena soggiacque nel più alto medio evo. 

Incominciamo adunque dal più antico, il più notevole 
di considerazione, se si riflette alla grandissima celebrità 
di chi l'ha scritto, ed in pari tempo il peggio conosciuto. 



Operibus dubiis etc. in Patrol. Lat., t. IV, e. 843. Le parole che 
il Baluze dedica alla Cena nella sua edizione di S. Cipriano 
(S. Caec. Cypr. Ep. Carth. et Mari. Opera omnia [ed. sec. ven.], 
Venetiis, MDGGLVllI, Vita S. Cypr., e. CXXIII) non sono che una 
parafrasi di codeste del Lumper. 

(1) « Hoc libello ineptissimo nullus frequentius describebattir », 
1. e, p. LIX. 



268 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Dopo aver recato sulla Cena quell'aspro giudizio che 
riportammo, per dare il colpo di grazia ad ogni pretesa 
di antichità remota che in favor d'essa si potesse accam- 
pare, rOudin aggiungeva queste parole che gioverà riferir 
testualmente: « Unum quoque me admonuit circa opu- 
sculuni Coena Cypriani in operihus eius inscriptum vir 
erudiiione clarissimus G. B. Leihniiius, epistola Han- 
■noverae scripta, anno 1707, 29 decemhris, haheri apud 
se editionem huius opellae factam in Germania anno 
16S1, in parva forma cum versione illius versihus Ger- 
manicis; atque in ista editione, quae duhio procul ex 
fide ms. codicis antiqui et sinceri facta fuit, opusculum 
constare XX Capitihus, ac Maurum quemdam (ut opinor 
Gallum) dedicasse illud Lothario regi Francorum, filio 
Ludovici IV, Traìismarini dicti, qui regnum anno 954 
per annos XXXII tenuit ad annum usque 985. Unde 
patet, opusculum istud nullius meriti, ac quod regi Fran- 
corum dedicaretur indignissimum, esse foetum Jiominis 
indocti, ac saeculi decimi ohscur issimi, a temporibus 
Cyprianicis remotissimi » (1). 

Se, come è voce, le bugie hanno le gambe corte , lun- 
ghissime al contrario le posseggono gli errori; anzi, il 
più delle volte, dotate di quella virtù riproduttiva che 
madre natura ha largito ai polpi; talché, appena tagliate, 
ripullulano. Era adunque inevitabile che l' asserzione 
del Lipsio e la deduzione dell' Oudin facessero di molta 
strada nel mondo. Ed infatti, preso l'aire, si continuò a 
ripetere che la cosiddetta Cena di Cipriano era stata com- 
posta nel secol decimo da un ignoto scrittore per nome 
Mauro, finché non venne l'Hartel ad affermare che colui 
l'aveva dettata non in latino ma in tedesco, non in prosa 



(1) Op. cit., p. 275. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 269 

ma in versi, creando così un prezioso monumento di lingua 
tedesca, che, pare impossibile, nessuno fra i tanti storici 
della letteratura alemanna si è mai ricordato di citare! (1). 
Orbene l'ignoto Mauro, di cui con tanta leggerezza 
rOudin ha fatto l'autore della Cena Cypriani, è niente- 
meno che colui, il quale fu chiamato il primo precettore 
della Germania; colui che il secolo nono collocava per 
bocca d'un imperatore accanto ad Agostino e ad Am- 
brogio (2) : Rabano Mauro. E la Cena Cì/jmam non è 
certo uscita la prima volta dalla sua penna per l'ottima 
ragione che essa correva già da parecchi secoli fra gli 
studiosi quando all'abate di Fulda nacque il pensiero di 
riacconciarla a modo suo. E codesta rielaborazione, diretta 
da Eabano, non già a Lotario, il figliuolo di Luigi IV 
d'Oltremare, che cominciò a regnare cent'anni dopo la 
sua morte ; ma bensì a quel Lotario, che Luigi suo padre 
aveva chiamato a dividere seco l'impero nell' 817, e la 
cui caduta nell' 842 non fu Tultima delle cause che in- 
dussero il nostro a rassegnare la dignità abbaziale nelle 
mani d'Attone (3); codesta rielaborazione, dico, oltreché 
a Lipsia nel 1681, aveva già veduto la luce in Basilea 



(1) Ecco le parole stesse dell' Hartel : « Maurus quidam ean- 
dem Caenam germanis versibus conditam Lothario regi Fran- 
corum filio Ludovici VI dedicavit » (1. e). E il più curioso si è 
che egli cita in prova la lettera del Leibnitz all'Oudinl 

(2) Scriveva infatti Lotario imperatore: « Immensas onDiipotenti 
deo laudes gratiasque rependimus, qui... non dispari nos quoque 
quarti predecessores nostros doctrinae suae tubare inradiare 
digno.tus est. Nam si illis Hieronimum, Augustinuni, Gregorium 
Ambrosiumqué... prebuit, et nos idem opifex eivsdem meriti et 
scientiae contulit Rhabanum Maurunt ». Ved. Dììm.mler, Poetae 
Latini Aevi Carol., t. II, p. 155. 

(3) Cfr. A. Ebert, Hist. gènér.delaLilt. du M. A., t. II, p. 140. 



270 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERSE 

del 1557 (1). Talché riesce addirittura incompreusibile 
come E. du Méril abbia potuto scrivere che gli editori 
delle opere di Kabano ne avevano deplorato la perdita, 
e, giovandosi di un codice parigino (2), darne notizia 
come di scrittura interamente sconosciuta. Non v'ha dubbio. 
Il du Méril ignorava le notizie date dall' Oudin, ripro- 
dotte e commentate dal Lumper; altrimenti non avrebbe 
indugiato a riconoscere nel Mauro di costoro l'arcivescovo 
di Magouza! (3). 

Così la Cena^ rifatta da Rabano, è stata ristampata 
almeno un paio di volte nel sec. decimosesto e nel deci- 
mosettimo, senza che nessuno de' biografi del dotto franco, 
non esclusi i più recenti (4), abbia pensato a richiamar 
sopra di essa l'attenzione degli studiosi. Né a me è dato ri- 
parare, come vorrei, a questa loro mancanza, perché non sono 
riuscito a rinvenire nelle biblioteche nostre un esemplare 
delle due edizioni tedesche, ed il ms. parigino, additato 
dal du Méril, ha sofferto tali insulti dal tempo, da 
non poter essere più decifrato (5). Di leggibile non vi 

(1) L'esistenza di questa edizione è attestata da Arnaldo Wion, 
belga, autore del Lignuin Vitae, di cui il cap. LXXI è dedicato 
a Rabano. Ved. Ad opera B. Rabani Mauri Prolegomena nel- 
l'ed. del Migne, v. I, e. 123. 

(2) Poés. pop. lai., 1843, p. 194. 

(3) Il quale, come è noto, assumeva volentieri, scrivendo, co- 
desto soprannome impostogli da Alcuino (cfr. Ebert, o. c, p. 138). 

(4) L'Ebert, diligentissimo sempre, non la ricorda neppure. 

(5) « Malheureusement cette partie du ms. est si déchirée et 
récriture en est si complètement effacée, qu'il nous a été impos- 
sible de la lire. » Così il du Méril. Né pare che egli esagerasse, come 
io, debbo dirlo? propendevo a credere, perché il prof. De Nolhac, 
da me pregato di qualche lume in proposito, mi scrive: « Le ms. 
5134 est du XI« siécle (il du Méril lo faceva invece del XIII). 
Il a 43 feuillets et la Cena occupe 42 r. et t., 43 r.: soit trois pages 
fort endommagées et dans l'ensemble moins lisibles encore que la 
préface ». 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATCRE MODERNE 271 

rimane che la dedica dell'opera, della quale poche righe 
ha già pubblicate il dotto francese ; e questa, se non altro, 
mi è concesso riprodurre qui integralmente, grazie alla 
bontà di un ottimo amico, il dott. Pietro de Nolhac, nome 
ormai caro all'Italia: 

Incipit prefatio in Cena l[ibri\ Cypriani. 

Domino excellentissimo atque serenissimo regi Lotario. Ultimus 
uestre suhlimitatis alumiius m a u r u s. Capienti uestre dignitati ali- 
quid scribere quod delectaiile foret et acumen sensus uestri acueret 
occurrit mihi Gena Cypriani, in qua multorum memoria con- 
tinetur. Sed quia inibi quedam talia re[periuntur] nomina, que in 
sacris non inueniuntur libris [bis igitur o]missis percurri paginas 
ueteris scripture et multorum nom[ina] patrum colligens hoc opu- 
sculum perparuum collegi, in quo [bonorum] et prauorum officia 
reperiuntur. Quoniam sicut et presens ecclesia malorum et bonorum 
in se congeriem continet, ita et haec scedula utrorumque o[ratio]- 
nes in se continet. Hec uero uestre sublimitati relegenda [nec 
non audjienda grata fore credo ad iocunditatem et utilia propter 
m[ult]arum rerum utilitatem. Sed quia non omnimodis (?) omnium 
fece[rim] mencionem, causa fuit compendii, ne prolixitas fastidium 
parerei, et breuitas animum legentis attolleret. 

Explicit prefacio. incipit Cena (1). 

Del valore della Cena^ come opera non men dilettevole 
che utile, il dotto monaco tedesco nudriva adunque stima 
non scarsa. Però nel testo che ne correva, e che certo, 
al pari di tutti i contemporanei, ei riteneva opera di 
Cipriano, non tutto finiva di piacergli. Pare anzi che 
gli dessero singolarmente noia gli elementi estranei alle 
sacre carte che vi rinveniva commisti. Di qui il suo di- 
segno di purgare la Cena di quanto non rientrasse nel- 
l'ambito de' libri divini, e di offrirla poi, così riformata 



(1) Le parole chiuse fra parentesi quadre sono quelle di lettura 
incerta nel cod. o da me congetturalmente supplite. 



272 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

e divisa in venti capitoli, al suo sovrano. Come egli pro- 
cedesse in codesto lavoro di epurazione non posso chiarire; 
solo mi sembra lecito affermare che ne dovette riuscir 
più sottile nella Cena il velo, già tenue, dell'allegoria. 
Una prova l'abbiamo, fra altro, in questo, che, mentre il 
testo dello pseudo-Cipriano chiama Johel il re che im- 
bandisce il convito, e tace il nome del figliuol suo, che 
è lo sposo; nel rifacimento noi vediamo Rabano sosti- 
tuire a quello di Johel, che gli tornava oscuro (1), il 
nome mezzo ebraico, mezzo greco, da lui stesso foggiato, 
di Abbatheos, dio-padre (2). Il figlio poi prende il nome 
di Theos (3). 

E qui noi potremmo congedarci da Rabano, se non 
fosse opportuno toccar prima d'una piccola difficoltà. 

Nella stampa di Basilea l'operetta del letterato franco è 
intitolata Convivium dei ad Ludovicum imperatorem (4). 
Che si deve pensare di codesta dedica? Non si può esclu- 
dere il sospetto che essa derivi da un errore di interpre- 
tazione di lettura; ma io non mi fermerei volentieri 
sopra una tale ipotesi. A me sembra preferibile l'altra 
che Rabano, incoraggiato dal successo del suo libretto, 
ne abbia offerta una seconda redazione a Ludovico il 



(1) Johel vale: Jahveh è Dio; ma nel sec. IX non si era sicuri 
che questa fosse la retta interpretazione del vocabolo, poiché Rabano 
stesso esprime la sua incertezza a tal riguardo nel libro III de 
Universo (Op., ed. Migne, v. V, e. 68): « Joel interpretatur Do- 
minus Deus, sive incipiens Deo vel fuit Dei. Hoc enim huius 
vocabuli resonat etymologla incerta. » 

(2) Gfr. Enarrationum in Epist. Pauli, 1. V (Op., ed. Migne, 
V. V, e, 1452), e 1. XV (v. VI, e. 315): « Abba, hebraicum est, 
idipstfni signiftcans quod Pater ». 

(3) Du MÉRIL, 0. e, 1. e. 

(4) Il dubbio, espresso dal du Mèril, che il Convimwn dei 
possa esser scrittura diversa dalla Cena, mi pare infondato. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 273 

Germanico, dopoché si fu riconciliato con lui. Se così 
son andate le cose, il codice di Parigi e la stampa di 
Lipsia conserverebbero la prima redazione, scritta innanzi 
r 842, mentre la seconda ci verrebbe otìerta dall'edizione 
di Basilea (1). 

Se il rifacimento della Cena^ uscito dalla penna del 
grande discepolo di Alenino, occupa il primo luogo per 
ordine di tempo fra quelli di cui vogliamo discorrere, non 
è però forse il più importante per la storia letteraria. 
Questo vanto può infatti, a mio avviso, essergli conteso 
da un altro, dettato in versi, alla distanza di pochi lustri, 
da un poeta italiano. 

Nel 1836 Stefano Endlicher, giovandosi d'un manoscritto 
del secolo decimo da lui rinvenuto nell' Imperiale di 
Vienna, dava alla luce un poemetto (2), in cui la Cena 
Cypriani era, meglio che parafrasata, riassunta in due- 
cento versi, composti secondo le norme di quel ritmo 
trocaico, nato dal tetrametro trocaico catalettico, del quale 
parecchi e non ignobili poeti dell'età carolingia si erano 
con particolar predilezione serviti, dovendo trattare argo- 
menti narrativi o anche soltanto piacevoli (3). Codesto 
poema nel cod. viennese formicolava di errori di trascri- 
zione, e per di più. mancava anche del principio ; ma ad onta 
di ciò, Edéléstand du Méril credette opportuno riprodurlo 
nella prima delle sue raccolte di poesie latine medie- 



(1) Si potrebbe anche congetturare che il Lodovico al quale 
era destinata la Cena fosse non il Germanico, ma il padre di lui 
e di Lotario. In questo caso quella mandata a costui verrebbe ad 
essere la seconda redazione della Cena. Questa perplessità non 
può levarsi di mezzo se non da chi sia in grado di esaminare la 
stampa di Basilea. 

(2) Catalog. Codd. Mss. BiU. Pai. Yind. P. I. Codd. Philol. La- 
tini digessit S. Endlicher. Vindob., 1836, p. 296 e sg. 

(3) Gfr. Ebert, o. c, v. II, p. 353 e sgg. 

NovATi, Studi critici e letterari. 18 



274 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

vali (1). E benché egli non ignorasse che alle mutila- 
zioni sofferte dal poemetto nel ms. viennese, poteva esser 
recato rimedio coll'aiuto di un codice dell' Universitaria 
di Torino (2), pure stette pago a riprodurre tal quale la 
scorrettissima edizione del filologo tedesco. 

Il du Méril, così facendo, mancò ai doveri di un di- 
ligente editore, e ne scontò, naturalmente, la pena. Se 
egli si fosse dato la briga di procurarsi notizie esatte 
intorno al contenuto del cod. torinese, invece di star con- 
tento ai pochi ed imperfetti cenni che gli offriva il Pasini, 
non solo avrebbe potuto reintegrare e stampare più cor- 
rettamente la Cena, ma si sarebbe risparmiate parecchie 
erronee affermazioni. Al suo difetto noi cercheremo adesso 
di supplire in parte; in parte, dico, perchè non tutti i 
materiali, che farebbero di bisogno, si ritrovano nelle 
nostre mani. Della ritmica Cena Cìjpriani esiste un'altra 
lezione nel cod. monacense 18203, e, quantunque si tratti 
di ms. non solo tardo, ma probabilmente derivato, se le 
mie congetture colgono nel segno, dallo stesso fonte donde 
è venuto il torinese (3), pure ognun vede che, per parlare 



(1) Poés. pop. lat. du M. A., 1843, p. 193 e sgg. Per un bizzarro 
abbaglio, del quale i lettori ormai non si meraviglieranno di troppo, 
il Wright (Hist. de la car., p. 44) chiama codesta redazione della 
Cena la più antica di tutte; quella da cui ogni altra, sia in prosa 
sia in versi, è provenuta! 

(2) Descritto in Pasini, Cat. Codd. Mss. Bibl. R. Taurin. Athen., 
Taurini, MDGCXLIX, t. II, p. 7, sotto il n. D. IV. 2. Ora risponde 
alla segnat. E. 111. 5. 

(3) Come si deduce dalla sommaria descrizione che di questo ras. 
è data nel Cat. Codd. Latinor. Bibl. R. Monacens., t. II, P. Ili, 
p. 142, esso è membran., del sec. XV, di ff. 212, e contiene le 
Epistiilae di S. Cipriano (f. 1-206), alle quali segue la Cena Cy- 
priani cum versibus Johannis (f. 207-212). In una nota alla fine 
è detto che lo comprò Giov. Troester in Venezia nell'anno 1462 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 275 

con vera cognizione del soggetto, converrebbe possedere 
anche di quel testo più particolare notizia. 

Al suo componimento l'autore premette un prologo, nel 
quale rende conto di se e dell'opera sua, che manca, come è 
facile intendere, nel cod. viennese, e che nel torinese, in causa 
di non so quale strana svista d'amanuense, si trova ora 
intercalato nella chiusa (1). Eccolo adunque qual si legge 
in codesto ms., disgraziatamente tutt'altro che immune da 
errori : 

Incipìiint versicuU domini Johannis 
de cena sancii Cipriani martiris. 

Qnique cupitis saltantem me Joannem cernere. 
None cantantem auditote, iocantem attendile. 
Satiram ludo percurrens divino sub plasmate, 
Qua Codri findatur (?) venter (vos amici plaudite); 

5 Riserat qua Ciprianus post felicem himeneum, 

Talamum logiae septem qui dotavit artibus: 
Sub pampineis vinetis, sub racemis mollibus, 
Velerà novis commiscuit, scriba prudentissimus. 
Ha[n]c laudai papa romanus in albis pascalibus, 

10 Quando venit coronalus scolae prior cornibus, 

Ut Silenus cum Mnasylo deriso canlantibus, 
Quo sacerdolalis lusus designai misterium. 



per dodici ducati da Gaspare cartolaio. Fra i mss., di cui I'Hartel 
si è valso per la sua edizione delle lettere di S. Cipriano, è indicalo 
colla lettera |u, e va fra i più scadenti. 11 cod. Torinese è, a sua 
volta, membranaceo, di mano del sec. XV, di ff. 263; non rac- 
chiude che le Epistole di Cipriano (1-257), a cui segue la Cena 
versificala (f. 258 r.-263 r.), ed è stato scritto nel 1459 da un 
copista, che si chiamava Filippo, per Marco Barbo, vescovo di 
Treviso. E adunque sommamente probabile che i due mss., rico- 
piati a distanza di pochi anni, nella medesima regione, siano stati 
tratti da un archetipo unico. 

(1) Però conservando il suo carattere di componimento indipen- 
dente, come lo indicano le rubriche che lo precedono e lo seguono 
nel cod. Ne debbo copia al mio caro collega R. Renier. 



276 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Hanc exhibeat convivis imperator Garolus, 
In miraculis gavisus, prodigus in vestibus 

15 Quando victor coronatus, triumphatis gentibus, 

Ut imperialis locus instruat exercitum. 
Video ridere certe quam scurra crescentibus 
Ut cachinnis dissolvatur, torqueatur rictibus; 
Sed prius pendens crepabit tussiendo vetulus, 

20 Qua[m] regat lingua[m] contemnens prior balbus omnibus. 

Ad cenani venite cuncti Cypriani martiris, 
Rhetoris et papao clari libicae Gartaginis, 
Qua sophista verax luxit divinis miraculis, 
Non satiricis commentis, non comedi fabulis (1). 

Ma più copiose e di gran lunga più importanti notizie 
dell'esser suo, del personaggio al quale dedicava la propria 
fatica, e delle circostanze in mezzo a cui l'assunse, porge 
Giovanni in alcuni versi, che servono di chiusa al poema, 
e che, per buona ventura, esistono così nel cod. del secolo 
decimo, come nell'apografo del decimoquinto : 

Haec cantabat papae tassus solio Cornelii, 
Grapbium tenens victis iam retunsum digitis, 
Et detritis ludibundus scribebat in tabulis; 



(1) Darò qui luogo ad un po' di critica del testo, v. 1 salittantemy 
cod. Il du Méril, che ha riferito il verso secondo lo trovava nel 
Pasini, non fa osservazioni sull'assurdità evidentissima di codesta le- 
zione. 11 metro ed il senso esigono sallantem. — 4 II cod. ha fin- 
datKr col d espunto. Suppongo che il poeta pensasse al virgiliano: 
rumpantur ut ilia Codro (Ecl. VI, 26). — 9 II cod. hac. Vi ha 
certamente in questi versi assai oscuri un'allusione a quelle feste 
che in occasione della Pasqua celebravano i chierici che forma- 
vano la Schola cantoriim (cfr. Mabillon, Mus. Tt., t. II, p. 7, 567; 
Du Gange, s. v. Cantores; Moroni, Diz. di Er. Eccl., v. Vili, 
p. 27); il prior scolae coronatus cornihus non richiama VAbbas 
Cornadoruìn de' tempi posteriori? — li nasilo, cod. Altra remi- 
niscenza virgiliana : v. Ecl. VI, 13. — 15 coronatus, cod. — 16 Così 
il cod. Sia da legger iocusì Ma il senso? — 18 cachinnus, il cod.; 
ma anche correggendo così com'io faccio, il passo rimane oscuro. 
— 20 Qua lingua, il cod. — 22 Thetoris, cod. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 277 

Quem ab Ostia conspexit sub porta Gartaginis, 

5 Quando simplex Job F'ormosum condolebat subdolum, 

Quando largus sanctus Petrus avarum Gregorium, 
Quando castus sanctus Paulus incestum Georgium, 
Spiritus virtute sancti binis in sinodibus. 
Unde gaudens letabatur imperator Karolus 

10 Gum francigenis poetis, cum gallis bibentibus; 

Ridens cadit Gaudericus supinus in lectulo, 
Zacharias admiratur, docet Anastasius; 
Unde dudum conculcata gaudet ecclesia: 
Roma libera triumphans Tarquinios effugat; 

15 Presules deponunt arma, soli Christo militant. 

Gum togatas super ista Petrus tractat curia, 
Tirannus unde crassatur, Jezabel tendi t hamum, 
Vicinus predo letatur, vir duplex allicitur. 
Solus Petrus, Christo duce vincens, damnat noxios, 

20 Saphiram, Simonem magum, Herodem, Ananiam (1). 

Kegistrando questi versi nell' indice del ms. torinese, 
l'amanuense stimò beie farli seguire da un'avvertenza 
che egli rinveniva forse nello stesso codice che aveva 
esemplato: JEt Mi versus omnes sunt multiim mistici, 
nec j)0ssunt nisi a peritissimo scriptiirarum viro intel- 
ligi (2). Si direbbe che ne 1' Endlicher né il du Méril 



(1) Anche codesti versi sono oscuri, oltreché per volontà dell'au- 
tore, anche per l'ignoranza de' copisti, v. 1 papa, il cod. vienn.; 
per tassus ved. più innanzi. 2 victis, il cod. vienn. ; la lezione 
buona è nel tor. — 4 Hostia, danno vienn. e tor. — 9-20. Dinanzi a 
questi versi, separati dai precedenti per l'erronea inserzione del 
Prologo, vi ha nel cod. tor. la rubrica: Alti versiculi eiusdem 
domini Johannis incipiimt. — 11 gaudet, il cod. tor., errore certo 
dovuto al Gaudericus, che tien dietro a cadit. — 14 Tarquinos, il 
cod. vienn. — 16 eo gratus, il cod. vienn. In luogo del tractat, dato 
da entrambi i codd., il du Méril propone tractet; ma il senso non 
ne acquista vantaggio come la grammatica. — 17 crassatur, amum, 
i due codd. 

(2) f. 265 V. 



278 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

abbiano trovato in se stessi le qualità che lo scrittore dì 
questa nota reputava indispensabili all'interprete de' versi 
di Giovanni, poiché ambedue si sono astenuti con molta 
prudenza dal tentare l'impresa. 11 du Méril anzi si è 
trincerato dietro la ignoranza, in cui egli si trovava, del 
testo torinese, per astenersi dal sollevare l'allegorico velo 
dentro il quale si era avviluppato lo scrittore. Ma il ms. di 
Torino concorda anche nei più piccoli particolari con quel 
di Vienna ! Proviamoci adunque noi a questa fatica. Che se 
non ci riuscirà di dichiarar interamente il nuovo enimma, 
giungeremo per lo meno a ricavarne quello che più ci 
importa conoscere : quando, dove, e da chi codesto poema 
sia stato composto. 

Il primo verso non è davvero un modelle di chiarezza: 

Haec cantabat papae tassus solio cornelii. 

che sarà quel tassus'^ 11 du Méril, che leggeva col 
ms. viennese papa, postilla : « On ne connaìt point de 
pape Tassus, et les derniers vers ont certainement des 
intentions satyriques. Quelques expressions semblent se 
rapporter à saint Cyprien, qui était de Carthage, et qui 
eut de sérieux démélés avec le pape Corneille; peut-étre 
faut-il lire ainsi le premier vers: 

Haec cantabat papae lassus solio Cornelii (1). » 

Ho voluto riferire le parole del du Méril per mostrare 
come troppe volte avvenga anche a critici acuti di sbagliar 
strada e di finire in un chiassuolo. E questo è appunto 
accaduto a quel valentuomo, il quale andò almanaccando 
correzioni fantastiche, mentre si trovava fra le mani il 
bandolo della matassa. Bastava infatti rammentare che il 



(1) Op. cit., p. 199. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 279 

vescovo di Cartagine si cliiamava Thascius Caecilius Cy- 
pnanus per vedere che il tassus del ms. doveva con van- 
taggio del senso e del metro ceder il posto ad un Thascius: 

Haec cantabat Thascius papae solio Cornelii (1). 

Levata di mezzo questa prima difficoltà, eccone una nuova 
a V. 4: 

Quem ab hostia conspexit sub portu cartaginis, 

leggono i due mss. Che hostia debba mutarsi in Ostia 
congetturò il du Méril, e ben a ragione. Ma del verbo 
quale sarà dunque il soggetto? Non c'è altro da fare, 
secondo me, che sostituire alla terza la persona prima 
del perfetto; mutato il conspexit in conspexi, il soggetto 
sottinteso è l'autore, il quale vuol dirci: « Questo cantava 
Cipriano, che io vidi da Ostia presso il porto di Cartagine ^>; 
frase abbastanza bizzarra, se si vuole, ma che però, ridotta 
in linguaggio ordinario, non altro signifiica, o m' inganno, 
se non che lo scrittore si trovava in Italia, anzi vicino 
alle foci del Tevere, cioè insomma a Koma, quando gli 
venne il ticchio di mettere in versi l'operetta del martire 
africano. 

In qual tempo per l'appunto ciò avvenisse, ce lo dovrebber 
dire i quattro versi che seguono: « Era il tempo », così 
essi possono venir tradotti, « in cui per virtù dello spirito 
santo in due sinodi il semplice Giobbe dolevasi del sub- 
dolo Formoso; il munifico Pietro dell'avaro Gregorio, il 
casto Paolo di Giorgio incestuoso. » 

Formoso, Gregorio, Giorgio : tre contemporanei del poeta, 
e, senza dubbio, tre nemici suoi e della Chiesa, a giudi- 
carne dal modo come li vediamo trattati. Ma chi saranno 



(1) Per i rapporti di S. Cipriano con il pontefice Cornelio, cfr. 
Fabricics, Bibl. Lat. Inf. Aet., t. 1, p. 409 e sgg. 



280 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

costoro? Se i nomi di Giorgio e di Gregorio non risve- 
gliano in noi alcun ricordo, non si può davvero dir altret- 
tanto del terzo. Tutti infatti rammentano quel personaggio 
che, salito dopo una vita agitatissima al soglio pontificio, 
venne dall'odio implacabile de' suoi nemici perseguitato 
oltre il sepolcro, e sottoposto, già putrido cadavere, ad 
un'oscena condanna. Se colui, al quale il poeta dà l'epi- 
teto di subdolo, è papa Formoso, noi avremo un ottimo 
fondamento a ritenere che egli sia stato suo contemporaneo. 

Codesta ipotesi trova la più luminosa conferma allorché 
noi ci volgiamo ai documenti di queir età procellosa, 
nella quale Kabano Mauro ci ha di già trasportati. Var- 
chiamo adesso pochi lustri e fermiamoci a quegli anni, 
in cui più feroci incrudeliscono dopo la morte dell'ultimo 
dei tre figli di Lotario I (875) le intestine discordie fra 
i nipoti di Carlo Magno. 

Nell'estate dell' 87G Carlo il Calvo, che, dopo essersi 
fatto incoronare in Roma da Giovanni Vili imperatore 
e augusto, aveva ripassato le Alpi, celebrava, come ci 
narra Incmaro, un sinodo apud Pontigonem (1). E qui 
ai vescovi convenuti egli faceva dare lettura di un'epistola 
del pontefice, la quale ci è pervenuta (2). 

Scrive or dunque Giovanni che nel febbraio, mosso 
dalle lagnanze di Carlo, suo diletto figliuolo, egli aveva 
chiamato dinanzi a se, perchè rendessero conto delle mene 
anti -imperi ali di cui erano imputati, Gregorio, nomen- 
culator, e Giorgio suo genero. Costoro però, dopo aver 
tentato di stornare il giudizio che li minacciava, prima 
fìngendosi infermi, poscia facendo pratiche per chiamare 



(1) I documenti, che avrò d'or innanzi occasione di citare, son 
tutti tratti dal Watterich, Pontificum Romanoruni qui fuer. ab 
ex. saec. IX iisque ad fin. saec. XIII Vitae, t. I, Lipsiae, 1861, 
p. 637 e sgg. 

(2) Watterich, o. c, p. 638. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 281 

i Saraceni contro Koma, veduti tornar vani tutti i loro 
artifizi, pochi giorni innanzi che spirasse il termine prefisso 
alla comparsa, si erano di soppiatto allontanati dalla città 
insieme ad altri loro complici, che il pontefice nomina, 
ma di cui io non rammenterò che un solo, il vescovo 
Formoso. Giunto il dì del giudizio, e vedendo che gli 
accusati non comparivano, Giovanni inviò alcuni prelati 
a ricercarli, ma inutilmente. Allora, citati davanti al 
sinodo i contumaci, scagliò contro di essi la scomunica, 
che riferisce a cautela di coloro a cui scrive (1). 

Né a questi atti di rigore stette pago il pontefice. Che 
essendosi l'anno dopo, morto Carlo il Calvo, recato in 
Francia a coronarvi imperatore Lodovico, giunto il 1 agosto 
apud Trecas, vi tenne un nuovo sinodo generale, in cui 
ai vescovi riuniti della Gallia e del Belgio non solo 
annunziò di aver scomunicati Lamberto, Adalberto, For- 
moso, Gregorio ed i loro complici, ma chiese ed ottenne 
che essi confermassero la sentenza (2). E trovato poco 
dopo Formoso presso Tigone abate, lo costrinse il 14 set- 
tembre a pronunziare solenne giuramento che non sarebbe 
tornato a Roma per scolparsi, né avrebbe in verun modo 
procurato di esser riammesso nell'ordine sacerdotale; 
giuramento da cui il deposto vescovo Portuense non fu 
prosciolto che cinqu'anni dopo da papa Marino, il succes- 
sore di Giovanni Vili (3). 

Non vi può adunque esser luogo a verun dubbio. Co- 
loro, de' quali l'autor della Cena vuol consacrare i nomi 
all' infamia, sono precisamente i capi di quel partito te- 
desco che Giovanni Vili combatteva quale alleato di 
Carlo il Calvo, Il nostro poeta deve quindi aver composto 



(1) Watterich, 0. e, p, 639, 

(2) Questo narra Ingmaro in Watterich, o. c, p. 647. 

(3) Watterich, o. c, p. 650. 



282 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

l'opera sua, o per lo meno quella parte di essa che al- 
lude agli avvenimenti contemporanei, non prima dell' 876 
e non dopo 1' 877. È nel febbraio '76 infatti che Gio- 
vanni Vili chiama in giudizio Formoso e gli altri nemici 
di Carlo il Calvo; e costui, così altamente celebrato qui 
dal poeta, periva, come tutti sanno, vittima di veleno il 
6 ottobre dell' 87 7. 

Fissata così con tutta certezza la data della composi- 
zione della Cena^ resta a vedere chi ne sia stato l'autore. 
Ed egli stesso ci apprende che il suo nome era Giovanni: 

Quique cupitis saltantem me .loannem cernere, 
None cantantem auditote . . . . , 

come già ci aveva avvertito che viveva in Koma. E che 
non fosse poi ne franco, ne gallo, riesce evidente a chi 
consideri come egli faccia menzione de' poeti di queste 
due nazioni, che attorniano l' imperatore, in guisa da 
escludere se medesimo dal loro numero : 

Unde gaudens letabatur imperator Karolus, 

Cum francigenis poetis, cum gallis bibentibus (1). 

Egli, che nel codice torinese è chiamato col titolo di 
signore (dominus), doveva adunque esser un chierico della 
corto di Giovanni Vili ; far parte di quello stuolo di 
dignitari ecclesiastici, i quali, mentre Carlo il Calvo si 
tratteneva a Eoma ed a Pavia col pontefice, si mescola- 
vano per onorarlo ai suoi guerrieri. E prelati infatti sono 
coloro dei quali nei versi che seguono immediatamente 
a quelli or citati, vien fatta distinta menzione: 

Ridens cadit Gaudericus supinus in lectulo, 
Zacharias admiratur, docet Anastasius ; 



(1) Ricorderò di passaggio che una strana interpretazione ha data 
di questi versi il Boucherie, il quale credette vedervi un'allusione 
a Carlo Magno. Cfr. Romania, Vili, p. 141 e IX, p. 155, dove 
G. Paris ha giustamente avvertito che si tratta di Carlo il Calvo. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 283 

prelati, si noti, de' più cospicui in quel tempo per grado 
per dottrina. Anastasio non è altri che il celebre biblio- 
tecario della santa sede, autore di opere preziosissime per 
la storia d'allora ; Gauderico, vescovo di Velletri, ha pur 
esso un posto, sebbene più modesto, fra i letterati dell'età 
sua; Zaccaria, vescovo anch'egli, non ha lasciato traccia 
di se nel campo delle lettere ; ma del favore che godeva 
presso Giovanni Vili ci dà prova manifesta il vederlo as- 
sumere delicati uffici insieme al suo collega Gauderico (1). 
Ma con Anastasio, con Gauderico, con Zaccaria non è 
rammentato dal poeta un altro ecclesiastico, allora insigne 
in Roma per ingegno e per sapere; colui al quale il 
bibliotecario dedicava le sue versioni di opere greche (2), 
ed il pontefice schiudeva gli archivi apostolici, perchè se 
ne avvantaggiasse nel dettar la vita di S. Gregorio (3): 



(1) « Quapropter nos per Za eh ariani et Gaidericum 
venerabiles episcopos et Chrisfophonon sedis Apostolicae ]ìrimi- 
cerium eis (cioè a Gregorio ed a Giorgio) suggestionum contesta- 
tiones emisimus... ». Ep. Gallis et Germ. già cit.; cfr. Watterich, 
0. e, p. 638. 

(2) Ved. il libro intitolato: Anastasii, Bibliotliecarii Sedis 
Apostolicae Collectanea, quae in gratiam Joannis Diaconi, cum 
Ecclesiasticam Historiam meditaretur e Graecis versa concin- 
navit etc, edita studio I. Sirmondi S. I. P., Parisiis, MDGXX. 
Dalla lettera dedicatoria di Anastasio (Carissimo fratri Johanni 
Christi Levitae Anastasiits eocigims in domino salutem) si rileva 
che costui per compiacere l'amico aveva già tradotta dal greco 
la Cronografia tripartita di Niceforo, Sincello e Teofane (Tgitur 
post Chronographiam tripartitam, quarti te lior tante transtu- 
limiis etc, p. 3). Gfr. anche Fabricius, o. 3., t. Ili, p. BS'j. 

(3) Tanto afferma Giovanni stesso nella prefazione dei quattro 
libri, di cui consta l'opera sua, dedicata appunto a Giovanni Vili. 
Ved. MiCiNE, Patrol. Lat., t. LXXV, dove a corredo della edizione 
delle opere di S. Gregorio è ristampata insieme a quella, tessuta 
da Paolo diacono, la biografia del Santo composta dal nostro 
(e. 59-242). 



284 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

il diacono Giovanni Imonide. Silenzio davvero inesplicabile, 
se a renderne ragione non ci soccorresse il piìi plausibile 
degli argomenti: quello cioè che Giovanni diacono ed il 
versificatore della Cena Cypriani debbono essere consi- 
derati come un solo e medesimo individuo. 
La « satira » intessuta da Giovanni, 

non satiricis commentis, non comedi fabulis; 

ma, come egli se ne vanta, con « divini miracoli », deve 
aver certamente incontrato il favore di Carlo il Calvo, al 
quale era destinata; monarca letteratissimo, che dell'im- 
periale palazzo aveva fatto, come scrivevagli Heirich, una 
scuola di sapienza, l'asilo di tutti gli studiosi (1), e che aveva 
di pili in particolar devozione la memoria di S. Cipriano (2). 
Ed essa merita per altri rispetti di risvegliare anche oggi 
l'attenzione dei dotti, e di venir data alla luce in guisa 
pili corretta di quello che siasi fatto fin qui. La storia 
letteraria del secolo nono, nella quale è cosi raro imbat- 
tersi in nomi italiani (3), viene ad arricchirsi grazie a lei 
di un poema notevole, il quale mostra in chi lo scrisse, 
educato anch' egli, come il suo coetaneo Bertario, alla 
scuola di Montecassino. non scarsa cultura letteraria ed 



(1) Ved. Yita S. Gemi, in Ada SS., mense Julio, t. VII, p. 221, 
e cfr. Ebert, o. c, v. II, p. 135 e 317. Lo scherzoso poemetto di 
Giovanni era indubbiamente destinato a rallegrare la mensa impe- 
riale; sull'uso di leggere o recitar poesie, racconti ecc. nei conviti 
ved. quanto dice il du Méril, Poés., 1843, p. 199, il quale avrebbe 
però potuto ricordare come anche certi scritti di Alenino e di 
Teodulfo, de' più dotti cioè fra i poeti che circondavano Carlo- 
magno, fossero, per attestazione degli autori medesimi, riserbati a 
tale ufficio (cfr. Ebert, o. c, v. II, pgg. 92 e 353). 

(2) Egli aveva fatto costruire una basilica vicino al suo palazzo 
per collocarvi il corpo del santo portato in Francia al tempo di 
Carlo Magno (ved. Baluze, o. c. Vita S. Ci/pr., e. GXV). 

(3) Cfr. Ebert, o. c, v. Il, p. 329. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 285 

attitudine ragguardevole alla poesia. Così Giovanni può 
riprendere fra i verseggiatori del tempo quel posto che 
il Leyser gli aveva con troppa facilità, ma non senza 
ragione, attribuito (1). 



(1) Historia Poetar, et Poemat. M. Aevi, Halae, 1721, p. 266-7, 
dove è riferito l'epigramma premesso dal nostro alla Vita S, Gre- 
gorii, solo saggio del suo valore poetico che si conoscesse sin qui. 
Raccoglierò in questa nota le scarse notizie che ci son giunte 
intorno alla vita ed agli scritti di Giovanni. Anastasio (ved. Ma- 
BiLLON, Iter Ital., Praef., § Vili) e Gauderico, vescovo di Vel- 
letri, suoi coetanei ed amici, attestano che egli si cognominava 
Hymonides, nome curioso, nel quale si intraveggono elementi 
greci, ma che non deve però indurci a credere che chi lo portava 
fosse greco d'origine; giacché in tal caso non gli sarebbe stato 
necessario l'aiuto d'Anastasio per conoscere gli scritti dettati da 
letterati ellenici. Forse egli era nato nell'Italia meridionale; ed in 
questa congettura potrebbe confermarci il sapere che fa dapprima 
monaco cassinese (cfr. nella Patrol. del Migne la De Historia 
S. Greg. M. Praefatio, p. 3940, dove non è detto però donde la 
notizia derivi). E forse nell'operosa calma del chiostro egli compose 
quello che io ritengo il più antico fra i suoi scritti: il Commen- 
tarius, seu Expositio brevis in Heptateuchum, di cui si conosce 
un solo ms. a Parigi (cfr. ^NIabillon, Mits. Ital., T. I, P. II, 
p. 76 e sgg. e Fabrigius, I. e). Non è noto quando passasse da 
Monte Gassino a Roma, dove fu eletto Diacono della chiesa Ro- 
mana, ma certo ciò avvenne prima dell'esaltazione di Adriano II 
(867), il quale, a quanto narra Anastasio suo biografo, impetrò da 
Lodovico II che potessero tornare dall'esilio, a cui erano stati 
condannati per false accuse, Giovanni, Gauderico e Stefano da 
Nepi. E neppur si sa in qual tempo ponesse mano al suo mag- 
gior lavoro, la Vita sancti Gregorii, che gli ha fatto conse- 
guire posto cospicuo fra gli agiografi del suo tempo. Io crederei 
però che egli siasi accinto a codest' impresa, nella quale per- 
severò, come si desume dalle sue stesse parole (Praef., e. 61), 
almeno due anni, non prima dell' 876. Infatti, nella conclusione 
dell'opera, dopo essersi congedato dal pontefice ed aver narrata 
una sua bizzarra visione, nella quale gli parve che, assalito da un 



1- 

236 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE , 

La terza ed ultima fra le antiche redazioni della Cena 
di cui ci resta a discorrere, è ben lontana dall'eccitare 
in noi anche una parte piccolissima di quel!' interesse che 
provocano le antecedenti. Sebbene anche questa ci sia 
solo parzialmente nota, perchè il codice, donde il du 
Méril l'ha tratta (1), non ne conserva se non le prime cin- 
quantatre strofe, più due versi della cinquantesimaquarta; 
ed il componimento integro abbia dovuto constare di 
un numero almeno triplice di versi (2) ; pure codesto 
lungo frammento ci porge dati più che sufficienti per 
pronunziare un giudizio che non riesce troppo favorevole 
né all'opera, né all'autore. Il quale non ha fatto altro 
che ridurre con fedeltà scrupolosa in strofette, composte 
di versi ritmici di sette sillabe, il testo della Cena Cy- 



nemico di S. Gregorio, fosse difeso dal santo stesso, sceso in suo 
aiuto, egli continua: « At de his Deus viderit: ego tamen divinae 
spei fiducia ì-oboratus, quia Gaudericus, episcopus Veliternus, 
expostulat, ad Clemeniem romanae sedis antistiiem, suffragante 
Domino, stilum convertam; quatenus qui, continuis infortuniis 
tenuatus, amicis meis, a quibus utcumque sustentor, meriCum 
rependere nequeo, saltem verba, quae valeo, minime denegasse 
cognoscar ». Ma ei cadde in via con la seconda soma; ed il suo 
lavoro, non ancor terminato, venne compiuto e diviso in tre libri 
da colui per l'appunto che gliel' aveva consigliato, Gauderico, il 
quale lo offri a Giovanni Vili con un'epistola, che il Mabili.on ha 
inserita nel suo Mtcs. hai., t. 1, P. 11, p. 78. Or siccome Gio- 
vanni Vili mori neir882, così è forza concludere che il nostro 
lo abbia preceduto nel sepolcro; e che, come lasciò incompiuta la 
vita di Clemente 1 (che si conserva in un cod. cassinese), cosi 
non sia giunto a dar esecuzione al disegno che aveva vagheggiato 
di dettare una storia della Chiesa. 

(1) Poés.pop. lat., 1847, p. 93 e sgg. 

(2) Nel punto in cui il poema si interrompe, non è ancor ter- 
minata l'enumerazione dei sedili più o meno improvvisati e stra- 
vaganti sui quali si adagiano i convitati. Non siamo insomma che 
ai preliminari del banchetto. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 287 

jjriani. Improba fatica, al certo, donde è uscita una mo- 
notona filastrocca, nella quale i contemporanei del poeta 
debbono aver scoperte delle attrattive che a noi riman- 
gono ignote. Si ha infatti motivo di credere che oltreché 
letta codesta tediosa nenia venisse anche cantata! (1). 

Pubblicando il frammento da lui ritrovato, il du Méril 
non trascurò di avvertire come Claudio Salmasio nelle 
sue dotte note a Vopisco avesse già accennato che egli 
possedeva copia di una redazione ritmica della Cena, 
dettata da un monaco di Reims per nome Azelino (2). 
E il dotto francese aggiunse di più che le evidenti ras- 
somiglianze di ritmo e di lingua che intercedevano fra i 
brani di Azelino, riferiti dal Salmasio (3), ed il ritmo 
da lui medesimo dato alla luce, gli porgevano forte ar- 
gomento a sospettare che i due testi non ne formassero 
se non un solo. Opinione questa, che io pure stimo atten- 
dibilissima, quando però venga tolto di mezzo un ostacolo 
che il du Méril non ha veduto (4), o per lo meno non ha 
apprezzato come si deve. 

Il titolo, che nel cod. posseduto dal Salmasio prece- 
deva la cena d'Azelino, era infatti di questo tenore : Cena 



(1) La strofa, che com. Helisaeus in aratro (p. 101), porta, come 
afferma l'editore, una notazione musicale. 

(2) Historiae Angustae Scriptores VI... Glaudius Salmasius 
ex vet. libris recensuit... Parisiis, MDGXX, p. 396: « Azelinus qui- 
dam, Rhemensis Monachus, ante aliquot secula libellum illurn [de 
caena Domini] versibus reddidit, et hunc tituluni libro suo., q^tetn 
manuscriptuni doctissimi Jureti beneficio habui, addidit, etc. » Gfr. 
anche p! 410. Francesco Juret aveva comunicate altre antiche ed 
ignote scritture al Salmasio; ved. cosi p. 484, ecc. 

(3) Ved. p. 396, 397, 410. 

(4) È questa la cosa più probabile. 11 du Méril non cita mai 
la p. 396 delle note del Salmasio, segno manifesto che le parole in 
essa consacrate ad Azelino gli eran sfuggite. 



288 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Azelini remensis monachi quam condidit ad Henricum 
imperatorem imitatus Cyprianum episcopum cartagi- 
nensem (1). Ora, anche ammettendo, come parmi credi- 
bile, che l'Enrico di cui si tratta sia stato il primo impera- 
tore di questo nome, ne conseguirà però sempre che il 
monaco di Reims non ha potuto scrivere se non sui primi 
del sec. XI (2). ]\ra il du Méril, d'altra parte, afferma 
che nel cod. parigino « la scrittura ha i caratteri ordi- 
nari del nono secolo. » Se così è realmente, all' ipotesi che 
tanto questo codice quanto quello del Salraasio abbiano 
contenuto lo stesso rifacimento della Cena, manca sotto il 
terreno. Chi però persistesse, malgrado le contrarie appa- 
renze, a ritenerla probabile (ed io sarei del suo avviso), po- 
trebbe tentar di togliere via codest'ostacolo in due modi : o 
ammettendo cioè che Azelino siasi adornato di penne non 
sue, ed abbia offerto ad Enrico il Nero una composizione 
piti antica di un paio di secoli, ch'egli aveva soltanto modi- 
ficata; supponendo che il du Méril sia caduto in errore 
neir attribuire al nono secolo un manoscritto dell'undecimo. 
Delle due supposizioni la seconda mi pare di gran lunga 
preferibile, sopra tutto per la ragione che nulla evvi di più 
facile che sbagliare nello stabilire la data d'un manoscritto. 
I codici, specie se molto antichi, sono un po' come le donne: 
nascondono volentieri la loro età, e gì' imprudenti s' ingan- 
nano presto. Dicano i paleografi se io non abbia ragione. 



(1) Op. cit., p. 396. 

(2) Di lui nessuno dà notizia. Ma sarebbe impossibile identificarlo 
con quell'Azelino, che fu eletto vescovo d' Hildesheim nel 1044, e 
mori r 8 marzo 1054 ? 



APPENDICE II. 



TESTI IITEIDITI 



n. 1. 
MISSA POTATOKUM (1). 

Confiteraini Bacho, quoniam in scyphis et in cantris 
potatio eius. Et ego reus et indignus leccator. 

[Confiteor.] 
Confiteor reo Bacho et omnibus cantris eius et vobis 



(1) Cod. Vatic. Palat. 719, f. 50 r.-51 t., sec. XV. Lo Straccali 
(o. e, p. 64) ci avverte che lo scrittore era Boemo. Debbo la 
copia della M'issa alla cortesia del dotto prof. B. Malfatti, che ne 
era da lungo tempo in possesso. 

Come ho già avvertito, le altre messe bacchiche fin qui note 
sono tutte dal più al meno frammentarie; codesta invece si è 
conservata quasi integra, come è facile vedere confrontandola col 
canone della vera Messa, che io ho tenuto presente per rimediare 
agli errori, e sopra tutto alla deficienza di divisioni nel ms. Per i 
raffronti che mi avverrà di fare in queste note dirò poi: 0. V Ofpcium 
Lusorum dei Carm. Btir.; I.^ la messa inglese del cod. Harlei. 913, 
pubblicata nelle Rei. Ant.; 1.' l'altra, pure inglese, del cod. Harlei. 
2851, di cui il AVright non ha date che le principali varianti in 
calce alla prima; H. il frammento del codice monacense edito dal 
"Wattenbach. 

1-2. In luogo di questo invito I.* e I.2 offrono più regolarmente 
Ylntroiho : f. Introibo ad altare Bachi, i^. Ad eum qui letificai 
cor hominis. 

NovATi, studi critici e letterari. 19 



I \ 



290 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

5 potatoribus quod ego potatoi' potavi nimis in vita mea 
potando, sedendo, decios iactando, filiiim Dei periurando, 
vestimenta perludendo; [mea culpa, mea culpa], mea 
maxima culpa. [Ideo] precor vos, fratres potatores, ut 
bibatis prò me potatore ad dolium reumque Bachum, ut 

10 misereatur mei potatoris. 

[Socii respondent.] 

Misereatur tui, vinipotens Bachus, si vult, et ducat te 

in bonam tabernam et faciat te perdere vestimenta tua. 

Liberet te ab oculis et dentibus manibus et pedibus male- 

15 dictus Decius, qui est afflictio spiritus,qui bibit et cantat... 

per omnia pocula poculorum. 

i^. Stramen. 

7. Le parole, che ho restituite fra parentesi quadre, sono 
state certo omesse per sbadataggine del copista. Nella Messa il 
sacerdote ripete tre volte: mea culpa. In 1.' e 1.^ abbiamo pure: 
mea crupa, m,ea maxima crupa; il Confiteor è però intieramente 
diverso. 

12. Né il nostro, né i codd. inglesi avvertono che queste pa- 
role son pronunziate dagli assistenti, m.inistri, non dal celebrante. 

14. Liberai, cod. 

15. Decius. — Decii erano chiamati, e certamente dai punti 
che eran segnati sulle loro facce, i dadi ; di qui il nome di Decius 
che nella nostra Messa, in 0., I.*, I.^, e in moltissimi altri compo- 
nimenti bacchici o satirici, é dato alla sorte, alla fortuna, cui 
affidavansi i giocatori, la quale veniva esaltata se propizia, bestem- 
miata se avversa (cfr. Carm. Bw., n. 174, str. 3, 4, 5, 10, 13, 16; 
n. 680, str. 1). I giocatori poi, troppo fortunati o troppo abili, son 
detti seguaci e figliuoli di Decio, Deciani; ma la asserzione dello 
Straccali (o. e, p. 21 e 68) che nelle poesie de' Vaganti si parli 
di una « .setta di Decio », come composta « di uomini ricchi 
in contrapposizione ai Goliardi » mi sembra infondata. Però il 
nome di Decius nella poesia medievale latina ha certo avuto 
significazioni diverse da quella che gli vediam qui attribuita. Già 
lo Straccali (1. e.) ha rilevato come ne' Versus Eporedienses, 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 291 

Indigenti am dissolutoriim, delusorum, perditorum et 
abstractorimi omnium vestimentoriim tuorum; perseve- 
rantiam in vanis operibus tribuat tibi bellipotens Bachus, 20 
miser et discors Decius. R,. Stramen. 

Ad doleum nostrum in nomine Bachi qui fecit Bachum. 

Introitus. 

Lugeamus omnes in doleo diem mestum ululantes sub 
errore quadrati Decii, de cuiiis iactatione plangunt mi- 25 
seri et periurant filium Dei. 



editi dal Dììmmler (Anselm der Peripatetiker, Halle, 1872, p. 95), 
il poeta si dica possessore di gemme, le quali per pregio res su- 
perant Decii; e qui Decio è ricordato certo quasi un altro Creso. 
Adesso aggiungerò io come in quel ritmo del 962 in onore di 
Ottone ed in dileggio d'Alberto, conservatoci da Landolfo il vecchio 
neìVHist. Mediolan. (Pertz, M. G. SS., Vili, 54), il secondo sia 
cos'i apostrofato: Age, age, iam, Alberte, ultra Decium, su- 
perbe, Disce, miser et miselle, quid fuisti aut quid es. Decio in 
questo caso sarebbe rammentato come esempio di superbia. Infine 
il marito schernito di Lidia nella commedia omonima di Matteo 
da Vendòme porta esso pure il nome di Decius. — cunctat iterai, 
ood. 

18. delusiorum, cod. 

21. distors, cod. Qui il nostro cod. omette, seppure non è a 
credersi li abbia omessi l'autore, cosa poco probabile, il Respon» 
sorto, i Versi ed i due Oremus {Aufer a nobis e Oranius te, 
domine) che si trovano in vece conservati (ad eccezione del se- 
condo Oremus) in 1.', l.^ : Deus tuus conversus letificabit nos. Et 
plebs tua potabitur in te. Ostende nobis, domine, letitiam tuam. 
Et perditionem vesiimentorum da nobis. f. Dolus vobiscum. 
1^. Et cum gem,itu tuo. Potemus. Oratio. Aufer a nobis que- 
sumus. Badie, cuncta vestimenta nostra ut ad tabernam pocu- 
lorum, nudis corporibus m,ereamur introire. Per omnia pocula 
poculorum. Stramen. 

23. QioW Introitus, identico a questo, comincia 0., che è evi- 
dentemente acefalo. Gfr. Hubatsch, o. c, p. 78. 



292 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATCRE MODERNE 

[Versus.] 

Beati qui habitant in taberna tua, Bache; in pocula 
poculorum laudabunt te. 
30 Gloria nulla fuit michi, cum habui in bursa nichil. 
Griss, griss, hassart, heselin, scliantz, etc. 
f. Dolus vobiscum. li. Et cum gemitu tuo. 
Potemus. 

[Oratio|. 

35 Deus, qui tres quadratos decios sexaginta tri bus oculis 
remunerasti, presta quesumus, ut omnes qui vestimen- 
torum suorum pendere gravantur ipsorum Deciorum iacta- 
tione denudentur; per doleum nostrum ciphumque Ba- 
chum, qui tecum bibit et cantat per pocula poculorum. 

40 Stramen. 

Epistola. . 
Lectio Actuum potatorum ad Ebrios. Fratres: in diebus 



27. Rogamus et beati, cod. Fosse da leggere: Rogamiis etc. 
Beati? 

30. Il Gloria nulla fuit sta in luogo del Gloria in excelsis 
deo, che in 0. manca; mentre in I.* e I.* si trova così parodiato: 
Gloria potori et filio Londri (sic). Asiot, ambesasiot, treisasiot, 
qiiinsiot, quinsasiot, sinsasiot, quernisiot, quernisasiot, deusasiot. 

34. UOratio è affatto diversa in 0., dove è brevissima. I.' e I.' 
danno qui VOratio che il nostro testo reca invece alla fine della 
Messa. 

42. Hictuino (ì) cod. Sia da legger Actuum o Iciuum? - Lectio 
actuum Apopholorum, 0. [Lectio ac] tuum, apurtatricum (? leggi: 
apotatorum ?), I.' e I.^ - L'Epistola infatti è una parodia assai felice, 
ma molto libera, del cap. IV, 33-34 degli Acta Apostolorum. II 
nostro testo s'avvicina assai più a quello dato da I^ e I.^ che al- 
l'altro di 0.; tuttavia si arresta al pari di 0. alla parola valebant, 
mentre in I.* e I.* il racconto continua, come è necessario avvenga. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 293 

illis multitudo autem potatorum erat in taberna, quorum 
corpora nuda, tunice autem nulle. Nec enim quisquis 
illorum aliquid possidebat quod suum esse dicebat; sed 45 
erant illis omnia communia. Et qui ferebant pecuniam, 

deferebant in ante conspectum potatorum. Et erat 

claudus nomine Drintkroz, leccator pessimus. Hic autem 
faciebat lucra magna in Decio et dampna multa in pò- 
pulo. Kacionem dabat potatoribus ad ludendum et ad 50 
Tbibendum, prout vestes eorum valebant. 

Graduale. 

i^. Jacta cogitatum tuum in Decio et ipse te decipiet. 

f. A doleo factum estistud; et est mirabile in bursis 

meis. 55 



Ecco la parte che manca in 0. e nel nostro: Et sic faciebat lucra 
et daìnpna e poculo. Et eiicientes eum extra tabernam lapida- 
bant. Deiectio autem fiehat vestimentorìim eius et dividebatur 
polatio unicuique prout opus erat. 

47. pecunia, in prelia (?) cod. 

48. Drintkroz. In I.^ e 1.' il pessimus poiator è chiamato Lon- 
drus. Evidente errore codesto di un copista, da toglier di mezzo 
coU'aiuto d'O., che serba al nome la forma genuina di Landrus. 
Giacché sotto tal forma il nome mantiene un significato recondito ; 
agevole infatti è il vedere come esso debba collegarsi con quel 
vocabolo di origine germanica, di cui son derivati negli idiomi ro- 
manzi landra (ital.), landrin (prov. mod.), malandrino (mal-lan- 
drino), ecc. Ved. Diez, E. W.^ p. 187. 

54. A questo punto i nostri testi offron tutti considerevoli di- 
screpanze gli uni dagli altri. 0., il più antico, dopo il vers.: Dum, 
clamarem ad Decium exaudivit vocem meam et eripuit vesteni 
meam a lusoribus iniquis, fa succedere Y Alleluia: Aeuia. Mi- 
rabilis vita et laudabilis nihil; e quindi una Sequentia che è pa- 
rodia, sempre allusiva alle vicende del giuoco d'azzardo, della 
Prosa Victimae paschali laudes (cfr. Wolf, o. c, p. 209;. — 1.' 
invece sopprime V Alleluia e la Sequentia; ed al Graduale non 



294 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

[Allecia,] 

In cantre et in scypho dum inebriare!', potavi, et Deciiis 
expoliavit me. Allecia. 

Sequentia. 

60 Vinum bonum et suave 

bibit abbas cum priore; 
et conventus de peiore 

bibit cum tristitia. 



fa seguire che il f. Ad dolium enim potatorem (sic) inehriavit 
me. Asiot, asiot ; e quindi l'antifona: Rorate ciphi desuper et 
nubes pliiant mustum, aperiatur terra et germinet potatorem, che 
è una tramutazione di Isaja, XLV, 8, come ho già detto (p. 186), e 
non, secondochè molto a torto ha creduto T Hubatsch (o. c, p. 79), 
imitazione di un inno dei Carni. Bur., da lui inesattamente ripor- 
tato. Codesta antifona burlesca doveva aver fatto molto incontro» 
perchè la trovo introdotta anche nella faceta Lectio Danielis prò- 
phetae (Anseig., 1868, p. 9-10): Viditque potalor quod vinum esset 
bonum et dixit: Rorate cyphi desuper et canna pliiat ìnustiim, 
etc. — In quanto ad 1.' in esso è indicato il canto àeW Alleluia 
cosi: Allecia. Ad dolium cum inebriarer clamavi, et expoliavit 
•me. Allecia; quindi vien subito V Evangelium. 

59. Anche in H. come Sequentia Vini troviamo introdotta 
codest' inno bacchico, ma composto di un numero maggiore di 
strofe (otto). La lezione che offre qui il nostro cod. non se ne al- 
lontana se non in particolari di poco conto, come sarebbe a dire 
la successione delle prime quattro strofe; le ultime due, che man- 
cano in H., rispondono alla 6 ed all' 8 dell'altra redazione te- 
desca inserita neWAnzeig, fur Kunde des deutsch. Mitt., t. II, 
p. 190, e riprodotta dal du Méril, Poés. lat., 1843, p. 96. Ho già 
avuto occasione di accennare all'enorme diffusione di cui godette 
codesto componimento; ora aggiungerò che ai testi, ricordati dal 
Wattenbach, .sono da unire quello fornito allo Straccali (o. c, 
p. 90) dal cod. Riccard. 688, e un altro trovato, in un breviario 
del convento di Sant'Anna (mandam. di Varazze), di cui io pos- 
seggo copia. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 295 

Ave, felix creatura, 

quam produxit vitis pura; 65 

omnis mensa fit secura 

in tua presentia. 
Felix venter quem intrabis, 
felix [os] quod tu rigabis, 
felix lingua quam lavabis, 70 

et beata labia. 
quam felix in colore, 
quam fragrans in odore, 
quam placens es in ore, 

dulce lingue vinculum ! "5 

Supplicamus, hic abunda, 
omnis turba sit facunda, 
ut cum voce nos iocunda 

personemus gaudia. 
Monachorum grex devotus, 80 

clerus omnis, mundus totus, 
bibunt adequales potus 

et nunc et in secula. 

Evangelium. 

f. Dolus vobiscum. H:. Et cum gemitu tuo. 85 

Sequentia falsi Evangelii secundum Bachum. 
Fraus tibi, Kustice. 



68. et felix, cod. 

73. flagrans, cod. 

78. sit cum, cod. 

82. ad aequales, cod. 

86. Cosi anche I.^ e I.^, tranne che leggon Frequentia, In 0. 
invece: Sequentia falsi Evangelii secundum niarcam argenti. 
Fraus tibi Decie; intitolazione inesatta, perchè quella che segue 
è tramutazione del cap. XX, 19-25, del Vangelo di S. Giovanni. 



296 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE ' 

In ilio turbine potatores loquebantur ad invicem 
dicentes: Transeamus usque ad tabernam et videamus 

90 hoc verbum, si veruna sit quod dominus hospes dixit de 
pieno doleo isto. Intrantes autem tabernam festinantes 
invenerunt tabernarium ad hostium sedentem; mensam 
paratam et tres talos positos in disco. Bibentes autem 
Bachum cognoverunt et viderunt quod [verum erat quod] 

95 dictum fuerat de doleo isto. Tabernaria autem cogìtabat 
in corde suo quantum valerent vestes illorum. Stupefacti 
sunt valde : diviserunt vestimenta sua. Keversi sunt pota- 
tores glorificantes Bachum et laudantes et Decium male- 
dicentes per evangelica dieta: Der also felt, der Ut da. 

100 Offertorium. 

f. Dolus vobiscum. li. Et cum gemitu tuo. 

Bache fortissime, potatorum theos, quoniam de sa- 

88. Cosi questo, come il Vangelo di I.^ e I.^ sono un'esatta 
parodia dei vv. 15-20 del cap. II del Vangelo di S. Luca, che si 
sogliono leggere ad secundam Missam in aurora die Nativitatis 
Domini. Non credo superfluo, per mostrar chiaramente come si 
procedesse in codesti travestimenti, riportare le parole del libro 
sacro: In ilio tempore pastores loquebantur ad invicem: Trans- 
eamus usque Bethlehem et videamus hoc verbum, quod factum, 
est quodfecit Dominus et ostendit nobis. Et venerunt festinantes 
et invenerunt Mariam et Joseph et infantem positum in prae- 
sepio. Yidentes autem, cognoverunt de verbo quod dictum erat 
illis de jìuero hoc. Et omnes qui audierant mirati sunt et de 
his quae dieta erant a pastoribus ad ipsos. Maria autem conser- 
vabat omnia verba haec, conferens in corde suo. Et reversi sunt 
pastores glorificantes et laudantes Deum, in omnibus quae au- 
dierant et viderant; sicut dictum est ad illos. 

99. Al Vangelo dovrebbe succedere il Credo; ma esso manca 
in tutte le redazioni. 

102. L' Offertorio è diverso cosi in 0. come in I.^. — I.- al con- 
trario ha una lezione quasi identica alla presente: vinum fior- 
tissimum, veni inebrianduni et noli tardare. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 297 

pientibiis stultos facis et bonis malos, veni ad inebrian- 
dum nos. lam noli tardare. 

Prefati 0. 105 

Per omnia pocula poculorum. H- Stramen. 
f. Dolus vobiscum. lìj. Et cum gemitu tuo. 

f. Sursiim corda. i^. Habemus ad Decium. 

f. Gratias [agamus] domino 

reo Bacho. ^. Merum et mustum est. HO 

Vere merum et mustum est potens nos bene satiare. 
Nos igitur debemus gratias agere et in taberna bonum 
vinum laudare, benedicere et predicare. Quod fodiunt 
miseri rustici, quod bibunt nobiles domini et clerici, quod 
venerantur devoti presbiteri; per quod magna prelia ve- 115 
niunt; per quod sitientes potantur; per quod vita hominis 
restituitur sanitati; per quod ludunt miseri; per quod 
cantant clerici, qui non cessant clamare cotidie cum ine- 
briati fuerint, una voce dicentes: 

Quantus, quantus, quantus Dominus Bachus Habaoth. 120 
Pieni sunt scjphi in mensa gloria tua. Osanna in excelsis. 
Maledictus qui [non] bibit, qui vestes amittit [nec] osanna 
clamat in excelsis. 

Per omnia pocula poculorum. K. Stramen. 

Potemus. Preceptis domini hospitis moniti et de bono 125 
vino potati audemus dicere. 



105-126. Questa parte, che per la esattezza della parodia del 
testo liturgico è felicissima, manca completamente tanto in 0. 
quanto in I> e I.^. 

113. quem, cod. 

120. In luogo del Sanctus in I.^ è fatta codesta avvertenza: Non 
cantatur Sanctus. E lo stesso deve leggersi in I.'^. Dove infatti il 
W. stampa: Sanctus enim dicitur, sarà da inserire un non. 



298 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATLRE MODERNE 

Pater Bachi qui es in scyphis, bene potetur vinum 
bonum, adveniat regnimi tuiim; fiat tempestas tua, sicut 
in Decio et in taberna. Bonum vinum ad bibendum da 
130 nobis hodie et dimitte nobis pocula nostra, sicut et nos 
dimittimus potatoribus nostris, et ne nos inducas in lu- 
cratores, sed [libera] rusticos a bono. Stramen. 
Per omnia pocula poculorum. 4. Stramen. 
Fraus rustici sit semper vobiscum. li. Et cum gemitu 
135 tuo. 

Hospes Bachi, qui tollis sobrietatem mundi, da potare 
nobis. 

Hospes vini, qui habes gaudia mundi, da potare nobis. 
Hospes bone, qui tollis pignora nostra, dona nobis 
140 potura. 



127. Il Pater, che manca in 0., dove del resto aìV O/feri, succede 
unOratio, colla quale la messa termina, certamente monca della 
fine, come lo è del principio (cfr. Carni. Bur., p. 254, dove è ri- 
ferita V Antifona); è invece dato in 1.^, I.^ ed H., ma con notabile 
varietà di lezioni. Ecco entrambi i testi: 

Pater noster qui es in ciphis, sanctificetur vinum istud. Adve- 
niat Bachi potus, fiat tempesta tua sicut in vino et in taberna. 
Panem nostrum ad devorandum da nobis hodie et dimitte nobis 
pocula magna sicut et nos dimittim,us potatoribus nostris. Et ne 
nos inducas in vini temptationem, sed libera nos a vestimento. 
1.1, U 

Pater noster qui es in Cypho, glorificetur nomen tuum. Ad- 
veniat potestas tua, sicut in scala {sic : 1. canna ?) et in vitro. 

Panem pistum et album da nobis hodie et {sic) compotatoribus 

nostris. Et ne nos inducas in tabernam nialam,, sed libera nos 
ab illa semper. Stramen. H. 
— cifis, cod. 

135. Alle parole Non cantatur Sanctus 1.^ fa seguire que- 
st'altre: nec Agnus Dei. Invece in I.^ questo è parodiato così: 
Agnus rei qui rollit talos in disco, miserere nudis. {bis) — 
Agnus rei qui rollit talos in disco, dona nudis pannos. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 299 

Communio. 

Yenite, filii Bachi, percipite merum, quod vobis para- 
tum est ab origine vitis. 

f. Dolus vobiscum. li. Et cum gemitìi tuo. 

Potemus. Deus qui perpetuam discordiara inter cleri- 145 
cum et rusticum seminasti, et rusticorum multi tudinera 
ad servicium dominorum venire precepisti ; da nobis que- 
sumus semper et ubiqiie de eoriim laboribus vivere et 
eorum uxoribus et filiabus uti et semper de eorum mor- 
talitate gaudere, per doleum nostrum reumque Bachum 150 
qui tecum bibit et cantat per omnia pociila poculorum. 
Stramen. 

f. Dolus vobiscum. ^. Et cum gemitu tuo. 

Ite, potandi tempus est. i^. Badie gratias etc. 

[Oratio.] 155 

liquor optime, qui suavis es ad potandum, tu facis 



139. La Communio manca in I.^ dove si soggiunge dopo la 
già citata avvertenza: sed Pax detur cum gladiis et fustibus. 
in I.^ al contrario la Commimio c'è : Accipite enim quod vobis 
paratum est \_ab origine?] vitis; ma poi si nota: Pax non datur etc. 

144. Al P. N. in I.*, e alla Communio in I.^ all'Orario in 0. 
succede la Collecta, qui mancante. Riporto quella di I.^ e I.^: 
Co. Gaudeant aniniae potatorum,qui Bachi vestigia simt secuti 
et quia prò eius umore vestes suas perdiderunt, imo (sic: 1. intrent?) 
cum Bacilo in vini dolium. 

14-5. U Oratio che segue qui è la stessa che in I.^ I.* si legge 
invece dopo Vlntroitus, e che in 0. è aggiunta nel luogo mede- 
simo da una mano alquanto più recente. In H. la Messa è chiusa 
da una Gratiarum Actio, che tiene dietro immediatamente al 
P. N., e che esprime in forma più concisa gli stessi concetti: 
Christe, tibi gratias. Qui nos abunde satias De bonis rustico- 
rum, Contra voluntatem eorum. 

154. Ite, bursa vacua. Reo gratias. I.' e I.'^. 



300 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

ex laico clericum et ex rustico asiniim, et ex monacho 
abbatem. Veni ad inebriandum me et iam noli tardare etc. 



N. 1^ 
DE ORDINE MISSAE IMPIISSIMl LUDI (1). 

Tertio aiitem ad missarum solennia transeamus (2). 
Sacerdotale qiiidem officium cum incipit Introiho, cum 



(1) Sancii Bernardini Senensis Orci. Minorum Opera quae 
extant omnia ... in qualuor tomos distincta . . . Yenetiis, apud 
Juntas. MDXCl. Cantra Alearum ludos, Sernio XLII, p. 307-310. 

(2) In codesto sermone il Santo narra ai suoi uditori come un 
bel giorno Lucifero, raccolti intorno a sé tutti i demoni, lor ma- 
nifesti il suo disegno di fondare in terra una Chiesa che si con- 
trapponga a quella di Cristo, e ne annienti, o per lo meno ne 
combatta la salutare efficacia. L'infernale istituzione si modellerà 
però sulla celeste: et guaecunque ille ordinavit in ecclesia sua 
in bonum, aggiunge il re dell'inferno, ego deordinabo in ecclesia 
mea in malum (p. 308). La proposta viene accettata con viva 
gioia dalla cornuta assemblea, e si dh tosto opera all'erezione del- 
V Ecclesia malignantiiim, in cui Lucifero stabilisce: priniitm of- 
ficia et beneficia : secundum ecclesiastica instrumenta et para- 
menta: tertium m.issarum solemnia. 

Così indicate le linee principali della parodia, S. Bernardino la 
colorisce poscia in tutti i particolari. Le Chiese sono le Baratterie; 
i prelati i demoni; l'assemblea de' fedeli i giocatori d'azzardo; l'al- 
tare la tavola da giuoco; il dado il messale. Ogni giuoco infatti 
è una messa, e perciò prende il nome d'un diavolo; la Zara, come 
messa solenne, vien riservata a Lucifero. 

Sembra che il predicatore senese tenesse molto a questa sua 
bizzarra allegoria: perchè, non pago d'averla qui così minutamente 

157. laico laictim, cod. 



LA PAr.ODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 301 

clerico respondente, sit ipsorum lusorum inductio et con- 
cordia ad ludendum. Introitus per cantura alte pronun- 
ci atus sit ludentium strepi tus atque rumor. Kyrie eleison 
pluries replicatum contentio ludentium sit atque execratio 
quaedam, qua alternatim asserant atque dicant: Benego 
ego Deum, si non sic est. Cantus Gloria in ecccelsis sit 
execrandum scelus blasphemiae contra Sanctos et amplius 
centra excelsum Deum: Virginis autem gloria, sit eius 
saeua blasphemia. Pro Dominus voiiscum: sarà, quod 
interpretatur oriens , a meo sacerdote populo nuncietur, 
ut noraen meum clarius sit, sicut Esaiae 14 cap. me 
vocant dicentes, Quomodo cecidisti Lucifer ^ qui mane 
orieharis? Et, licet mihi impropere[n]t casum illum, tamen 
intelligo non fuisse iustum. Oratio alte pronunciata sint 
alta suspiria de corde euulsa. Initiura epistolae taliter 
nuncietur : Incipit epistola boni pabuli ad ebrios : CJia- 
rissimi: Ebrii estote et manducate. Graduale sit ex ludo 
gradatim ruere in peccata. Euangelium , quod bonura 
nuncium, scilicet prò nobis, interpretatur, sit, cum dicitur 
a lusore : perdo: et socius , quasi clericus , dicit: vinco. 
Credo sit in lusoribus credere nunquam mori. Offertorium 
atque liostiae consecrandae sint in ludo oblatio argenteorum 
grossorum. Aurea vero patena sint ducati vel floreni in 
copia. Calix aureus sit crater splendide lotus et optimo 
mero plenus. Oratio vero sit in lusoribus intrinseca ro- 
dens ira. Cruces in missa mea saepius iteratae sit manus 



esposta, egli torna a svolgerla con nuovi e curiosi particolari in 
un'altra delle sue prediche, la XXXllI del T. IV, p. 133 e sgg., 
de Amore fugiendo. E qui pure ricomparisce la parodia della 
Messa, ma forse men efficacemente trattata che nel brano da me 
riferito. Avvertasi del resto che l'idea di far risalire al diavolo 
l'invenzione de' dadi è tutt'altro che nuova; sta a provarlo il Dit 
du Jeu de Dez in Jubinal, Nouv. Ree. de Contes^ etc, v. II, 
p. 229 e sgg. 



302 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

in taxillorura percussione et iracundiae furore. Praefatio 
vero sit, cum videlicet in ludo perdens laraentabiliter ait: 
Heii mihi, iam tantum perdidi. Alter respondeat: Pro- 
fìciat tibi. Hostiae ac vini transubstantiatio sit substantiae 
unius in alterum translatio. Hostiae ad populum ostensio, 
sit taxillorum eleuatio. Pro praesentia angelorum , qui 
astant Christo consecrato , sit praesentia daemoniorum, 
qui astant cuicunque lusori scelerato. Tres partes hostiae, 
est perditio corporis , animae et substantiae. Comrauni- 
catio sit denariorum imbursatio. Communionem annun- 
ciare sit ad tabernam post ludum inuitare. Postcommu- 
nio, sit crapula et inebriatio. Benedicamus Domino^ sit 
ex desperatione Dei et Sanctorum raaledictio. Vel si di- 
catur : Ite missa est, intelligitur quod anima cuiuslibet 
ludentis in nostris raanibus data est. Meritum astantium 
missae nostrae sit cumulatio peccatorum. Crux omnibus 
astantibus in fine fiat , ut clarius innuatur quod omnes 
ludentes atque astantes, si impenitenter decesserint, aeter- 
nis cruciatibus damnabuntur. Haec igitur et omnia iubet 
mea tremenda maiestas a vobis omnibus per totam chri- 
stianitatem disseminari atque per vos sub paena meae 
indignationis inuiolabiliter obseruari. 



n. 2. 
INVITATOIKE BACHIQUE (1). 

Venite xìotenms. 

Venite^ mes gentes tetines, 
Qui de nuyct alles aulx matines; 



(1) L'antica stampa, riprodotta da Leroux de Lincy e F. Michel, 
legge Imitatoyre nel titolo. Alcune altre scorrezioni ho tolte per 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 303 

Trouvez vous soublz le domino-o. 

Autant nonnains corame beguvnes , 

Jiihilemus, chantons les hymnes 5 

Salutari nostro. 

Je dy in confessione 

Sy le vin est mistionné, 

Jubilemus ei-\. 

Ecce honuni vinum; venite potemiis. 



rendere più chiaro il testo, e cioè: 3 domyno — 6 Salutary — 
14 Nonquam repelet — 17 bibention — 24 salutary — 33 se- 
condi'.m — 35 probaveront — 39 fuy — 42 Y — 43 Juro.uy. 
— 52 qu'il est bacula della stampa non dà senso : credo quindi op- 
portuna la mia emendazione. 

Per agevolare poi l'intelligenza della parodia mi par opportuno 
riprodurre Vlnvitatorifan, quale si suol cantare a mattutino col 
salmo XGIV : 

1. Venite exultemus Doiuino; jubilemus Deo salutari nostro; 
praeoccupemus facieni ei in confessione et in psalniis jubilemus 
ei. Venite etc. 

2. Quoniam Deus magnus Dominus et rex magnus super 
omnes deos. Qitoniam non repellet Dominus plebem suam ; quia 
in manu ejus sunt omìies fines terrae et altitudines montium 
ipse conspicit. Venite etc. 

3. Quoniam ipsius est mare et ipse fecit illud et aridam 
fundaverunt manus ejus; venite adoremus et procidamus ante 
Deum ; ploremus corani Domino, qui fecit nos; quia ipse dominus 
Deus noster; nos outem popuhis ejus et oves pascue ejus. 

4. Hodie si vocem ejus audieritis nolite obÓMrare corda 
vestra; sicut in exacerbatione secundum diem tentationis in de- 
serto; ubi tentaverunt me patres vestri, probaverunt et viderunt 
opera mea. 

5. Quadraginta annis proxim,us fui generationi huic et dixi: 
semper hi errant corde; ipsi vero non cognoverunt vias meas, 
quibus juravi in ira mea, si introibunt in requiem 'mea/m. 

Gloria patri et filo et spiritui sancto. Sicut erat in principio 
et nunc et semper, et in secula seculorum. Amen. Venite etc. 



304 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

10 Quoniam le grand dieu Bacus, 

Qui faict heurte en ses bas cus 

Super omnes Beos, 

De ses arays ne laisse nus, 

Nunquam repellet Dominus 
15 Plehem suani; 

Car Dieu par sa compasion 

In ordine hihentium 

Ipse conspicit-jt. 

Venite potemus. 

Quoniam le grand dieu de mer 
20 Qui nous fist tous croistre et former 

Manus eius; 

Venes tous pour l'adorer, 

Et grosses larmes a luy plourer, 

Salutari nostro. 
25 C'est nostre dieu et nous ses hommes, 

C'est le pasteur a qui nous sommes : 

Pascne eius. 

Ecce honum etc. 

Hodie, quant le vin verres, 

Kegardes ou vous aferres 
30 Corda vestra. 

Priez Dieu pour les trespasses. 

On trouve de bon vin asses, 

Secundum diem. 

Et sy mon ventre devyent ront, 
35 De bien boyre prohaverunt 

Opera mea-2i. 

Venite potemus. 

Quadraginta, puys quarante ans 

Tous bons yvrongnes combatans 

Proximus fui-j. 
40 Drongars de bons vins recreans 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 305 

Valent mieulx et les mescreans 

Hi errant corde. 

Juravi in ira mea 

Que la bierre ja n'entrerà 

In requiem meam-a.n. 45 

Ecce bonum etc. 
Gloyre a Noe premierement, 
Et a Lot, qui sy fermement 
Beust apres ho-o 

Tant qu'il perdict l'entendement, 
Et ses filles mesmement 50 

Fist le fredo ; 
Ainsy qu' il les bacula, 
Dieu nous doinct paix in secula 
Seculorum. Amen-en. 

Venite etc. 

Finis. 



n. 3. 

Questo si è el Pater nosfer de cotadin 
che se lamentano degli soldati (1). 

Nui debiamo dio pregar[6] 
El nome suo dignamente invocare , 
Dicendo: Pater noster qui es in celis: 



(I) Ristoria noua de barzellette capitoli st \ botti <fe el Pater 
noster di vilani cosa ) molto bela & deleteuola da ri | dere com- 
posta da più autori. Sotto questo titolo due silografie, sovraj^poste 
l'una all'altra, rappresentano una contesa e quindi la riappaci- 

NovATi, St»di critici e letterari. 20 



306 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

Se da li soldati ne haveriti difexe 
Che non ce diano più offexe 
Nu staremo con le mane attexe, 
Dicendo : sanctificetur nomen tuum. 

Se sti soldati non havessen a disturbare, 
Dalli peccati havressimo a guardare ; 
Tal cosa haveressemo ad operare 
Che vegneressemo ad regnum tuum. 

Questi soldati ne tra[tajn sinistramente, 
Che crediamo non sia di tua mente ; 
Nui vi pregamo divotamente, 
Et se '1 te piace, fiat volimtas tua. 

Questi soldati ne danno tanti aifanni, 
E non si podemo butar tanto humani {sic\ 
Egli veneno con mille ingani ; 
Non haremo bon tempo sicut in celo. 

Questi soldati ne tengano per pazi, 
Ogni dì fanno festa e solazi ; 
Poi vengano con molti menazi 
Et se ne manzano panem nostrum. 

E sei fusse una volta la septimana, 
El ne pariria una cosa strana 



Perchè alle questo cotidianum. 
signore, vi pregamo carissimamente : 
Sono alcuni de questi si | sjcognoscente 



ficazione de' litiganti. Opuscolo di 4 carte non num. s. a. n. t., 
che mis. 15 x 10. Un esemplare ne esiste nella Misceli. Marciana 
(a stampa) 2175. 5. Ne debbo la copia all'amico V. Rossi. Resti- 
tuisco la divisione strofica mancante nella stampa, che riproduco 
senza alcuna modificazione, ove si eccettui l' interpunzione aggiunta 
per chiarire il senso che spesso lascia a desiderare, e la correzione 
di alcuni più evidenti errori. 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 307 

Et alcuni verrano pur similemente 

E dicono : da nobis hodie. 
E se nui se vogliamo defendere, 

Non siamo tanto potente ; 

Prendono el nostro captivamente, 

Dicendo : et dimitte nohis. 
Egli vengano con mille inganni 

Et ne robano li nostri panni 

E ciò che ponno gionger con le mani, 

E dicano: vogliamo debita nostra. 
Non podimo tanto tirare 

Che per forza se li conviene lassare, 

Così dio ne habia a perdonare, 

Sicut et nos dimittimus. 
Et non podemo tanto ben fare, 

Che possiamo nulla avanzare ; 

Lor non cessano mai de cridare : 

Questi sono debitoribus nostris. 
Abbenchè domandamo iustamente. 



Ne offerirli tanti presente 
Et ne nos inducas in tentationem. 
Signor vi vogliamo pregare 
Che da soldati ne voglia guardare, 
Sed Ubera nos a malo. Amen. 



308 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATDRE MODERNE 



n. 4. 

Neglectio episiolae Beati Paulisper culti honoris apostolici 
ad fratres fietae ohservantiae Sancii Francisci (1). 

Fratres, gaudete in domino seraper: iterum dico, gau- 
dete, quia in stadio currentes bravi uni accepistis et quod 
erat alienum pecuniae largitione arripuistis, propter quod 
immodestia vestra nota est omnibus hominibus ; quia non 

5 estis sub lege, sed spiritu ambitionis ducimini, dignitatem 
inhiantes, paupertatem, humilitatem, castitatem negli- 
gentes; opera carnis, fornica tionem, inmunditiam, impu- 
dicitiam, luxuriam, avaritiam, ydolorura servitutem, vene- 
ficia, inimicitias, contentiones, simulationes, iras, rixas, 

10 dissensiones, sectas, invidias, homicidia, ebrietates, co- 
messationes sectautes. Dominus enim est longe a vobis, 



(1) Le invettive contro i degeneri seguaci di S. Francesco co- 
minciano presto a farsi strada nella nostra poesia satirica e bur- 
lesca. Già nel trecento si scaglian contro la loro « brodajuola 
ipocresia », come la diceva il Boccaccio, sonetti fìerissimi; tutti 
ricordano quelli che hanno principio: Frati minor de la povera 
vita; Non si fece già frate san Francesco, ecc. Francescano era 
l'inquisitore « divoto di San Giovanni Barbadoro » , che così al vivo 
seppe trafiggere quel dabben uomo fiorentino, di cui si narrano i 
casi nel Becamerone (Giorn. I, Nov. 6) ; e contro gli altri « poltroni » 
suoi confratelli anche il Sacchetti scaglia un mediocre sonetto : 



"O' 



fra minori et o ingrato coro, 

Sarà giammai che dal ciel vi si parca? 

Gli attacchi raddoppiarono man mano che essi andavano peggio- 
rando. Per venir ai tempi in cui questa nostra parodia fu scritta, 
ricordiamo come un cattivo sonetto contro di essi sia riferito da 
M. Sanudo ne' suoi Diart (II, 867-8), ed un pungentissimo epi- 
gramma latino (De beato Francisco iociis E. Cort.) a p. 73 r. de' 



LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 309 

quia non crucifigitis corpus vestrum cum viciis et concu- 
piscentiis et elemosinae abierunt retrorsum et ad mona- 
sterium vestrum sacculis vacuis, sine onere et honore, 
tristes et spe non gaudentes revertimini ; neque, ut antea, 15 
vobis pluit manna in deserto, quia galero capita vestra 
decoratis. Itaque, fratres mei non amplius dilectissimi, 
muitum solliciti et subiti estote, et vigilate ut in omni 
oratione et obsecratione cum honoris desiderio petitiones 
vestrae innotescant apud hominesetin pulpitis exclamantes, 20 
insanientes, lachrymantes, detrahentes, vicia vestra excu- 
santes, rumpamini et induite novum hominem, galerum 
incongruum portantem et coronam de lapide precioso 
frustra ambientem. Praeterea libenter sufferte insipientes, 
cum sitis ipsi parum sapientes, [et] si quis vos devorat, 25 
quia alios iam devorastis, nam virtus in dignitatis infir- 
mitate perficitur; et nolite terreri cum datus sit vobis 
hic stimulus ambitionis, angelus Sathanae qui vos cola- 



Pasquillor. Tomi duo. La scrittura che io pubblico dal cod. Marc. 
IX, 66, f. 153 r. non è già, come si potrebbe desumer dal titolo, 
tramutazione d'una determinata Epistola di S. Paolo, ma è invece 
ingegnosamente formata di frammenti tolti pressoché tutti alle 
più note fra le lettere dell'apostolo. 

1. Epist. ad Philipp., IV, 4. — 2. Ep. ad Cor., I, 9, 24. — 
Nel cod. leggesi l'abbreviatura di quare, che qui sarebbe fuor di 
luogo. — 3. Ep. ad Philipp., IV, 5. — 4-5. E qui pure il cod. 
ha l'abbreviazione di quud. Ep. ad Galath., V, 18. — 6-8. Ep. ad 
Gal., V, 19-21. In luogo di simulationes il testo originale legge 
aemulationes. — 11. Ep. ad Philipp., IV, 5. — Ep. ad Gal., V, 
24. — 13. Johann., Ev., XVIII, 6. — 15. Ep. ad Rom., XII, 12. — 
16. Psalm. LXXVII, 24. — 17-18. Ep. ad Phil., IV, 6. — ad Cor., 
I, 16. — 22. Ep. ad Ephes., IV, 24. — 24. Ep. ad Cor.. II, 11, 
19. — 26. Ep. ad Cor., II, 12, 0. — 27. Ep. ad Cor., II, 12, 7. 
— 28. Ep. ad Cor., II, 6, 3-5. — 32-35. Liber Sapient., V, 1. — 
35-36. Lib. Sap., V, 3. — 36-38. Ep. ad Rom., XI, 33. — 39-40. 
Ep. ad Cor., II, 6, 10. 



310 LA PARODIA SACRA NELLE LETTERATURE MODERNE 

phizet, ut unicuique dantes offensionem, vituperetis mini- 

30 sterium vestrum et in omnibus exhibeatis vosmetipsos 

diaboli rainistros in multa amplitudinis petitione et tri- 

bulatione et necessitatibus. Iterum ergo dicam vobis : State 

dolentes in magna constantia adversus eos qui vos angu- 

stiabunt et qui auferent labores vestros et sustinete si 

35 quis habebit vos in derisum et in similitudinem impro- 

perii, semper tacite in cordibus vestris dicentes: alti- 

tudo divitiarum insipientiae et inscientiae nostrae, quam 

reprehensibilia sunt iudicia nostra et inextricabiles viae 

nostrae ! Hoc itaque facientes, eritis semper nihil habentes 

40 et angustias multas simoniacae ambitionis possidentes. 



I ISr DICE 



L'Alfieri poeta comico .... 
Il Eitrao Cassinese e le sue interpretazioni 
Un poeta dimenticato .... 
La parodia sacra nelle letterature moderne 
A'ppendice I. — I rifacitori medievali 

Cypnani . 
» II. — Testi inediti 



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. Pag. 


3 


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99 


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i della 


Cena 




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